Poco competitiva? Destinata al declino? E’ davvero questa l’Italia?

di Marco Fortis

Poco competitiva? Destinata al declino?

Non è così, la nostra economia è ancora in prima fila sui mercati esteri.

Basti pensare che nel 2013 l’Italia è stata tra i soli cinque paesi al mondo, assieme a Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud, a presentare un saldo commerciale con l’estero per i manufatti industriali superiore ai 100 miliardi di dollari.

Secondo stime dell’Eurostat, fra l’ottobre del 2008 e il giugno del 2013 il fatturato estero dell’industria italiana è cresciuto più di quello tedesco e francese.

L’Italia ha fatto registrare ben 946 casi in cui è risultata prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero, per un controvalore di 183 miliardi di dollari. Sempre nel 2013 l’Italia ha presentato un surplus commerciale con l’estero superiore a quello della ipercompetitiva Germania in 1.215 prodotti, che hanno generato un attivo commerciale di 150 miliardi di dollari. Abbiamo la più alta produzione in valore dell’Ue nei prodotti vegetali ed orticoli e il più alto numero di pernottamenti di turisti extra Ue.

L’Italia si è specializzata sempre di più nella meccanica-mezzi di trasporto, che oggi rappresenta di gran lunga il settore più importante e dinamico del made in Italy.

L’Italia oggi esporta più farmaci che mobili, più meccanica che moda.

Oggi centinaia di imprese italiane sono leader di nicchia a livello mondiale per esclusivi meriti propri, generando decine di miliardi di euro di surplus commerciale; dalle macchine per l’industria ai rubinetti, dagli yacht agli elicotteri, dai segmenti di lusso delle calzature, degli occhiali, dell’abbigliamento e dell’arredamento alla refrigerazione commerciale, dai vini ai prodotti dell’alimentazione mediterranea.

In altre parole, il made in Italy non è affatto condannato al declino.

Purtroppo, tra gli osservatori e gli investitori stranieri è invece sempre più diffusa la pericolosa sensazione, alimentata dalle rappresentazioni apocalittiche che gli stessi italiani danno della loro economia, che il nostro Paese sia entrato in una crisi strutturale senza vie d’uscita.

Regna una confusione che serpeggia persino fra gli addetti ai lavori, ma che ovviamente tende a diventare massima tra la gente comune, ingenerando nell’opinione pubblica interna, bombardata da dati contraddittori su cui tuttavia tendono a prevalere quelli negativi, un cronico stato di pessimismo e frustrazione. Tutto ciò con grave detrimento per la nostra immagine internazionale e per l’attrattività degli stessi titoli di stato.

La tesi del «declino» irreversibile dell’Italia, supportata principalmente dall’evidenza che il pil italiano da tempo cresce molto poco (o addirittura è arretrato) e dal proliferare di indicatori e analisi che «spiegano» tale scarsa crescita principalmente con la mancanza di competitività, ignorando le reali cause, a cominciare dalla pluriennale stagnazione della domanda interna e dalla perdita di potere d’acquisto delle famiglie.

Sta di fatto che il fatturato estero dell’industria italiana continua a tirare, mentre sul mercato interno domanda e produzione sono crollati.

Contro l’idea di una catastrofe irreversibile della nostra economia, Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Unioncamere hanno presentato un manifesto, intitolato «Oltre la crisi. L’Italia deve fare l’Italia», sottoscritto anche dai presidenti di molte associazioni produttive e territoriali.

Per lanciare un appello contro la rassegnazione dilagante, per ritrovare un po’ di orgoglio nazionale e invitare le forze politiche a porre gli interessi del Paese davanti a tutto, mettendo finalmente le imprese dell’industria, del turismo e dell’agricoltura nelle condizioni di esprimere tutto il loro straordinario potenziale.

Governo perennemente in bilico, piccoli e medi imprenditori italiani che vanno a Chiasso ad ascoltare le sirene delle autorità svizzere che li invitano a delocalizzare i loro investimenti. Ce n’è abbastanza da essere scoraggiati. In più, la crescente divaricazione tra la vivace competitività delle imprese italiane, misurata dai positivi risultati meritoriamente ottenuti sul campo, e all’opposto le condizioni di contesto in progressivo peggioramento del sistema paese in cui le aziende si trovano a operare (costi dell’energia, burocrazia, incertezza del diritto, rigidità del mercato del lavoro) è tale da creare una enorme confusione.

http://www.panorama.it/economia/opinioni/dove-italia-economia-vince/

Italy has many chronic inefficiencies at political, bureaucratic and infrastructural level that are serious constraints for the enterprises. The Italian Government is acting to remove these inefficiencies and to reform the labor market, bureaucracy, legal and regulatory framework.

  • But, anyway, Italy’s manufacturing sector remains the second in Europe and the sixth in the world in term of value added.
  • In 1999-2013 period Italy’s shares in the world export of manufactured products diminished less than other advanced countries’ like Japan, France, US or UK.
  • The country market share in world exports is not an exhaustive parameter to measure competitiveness. It is important to consider also the country market share in world imports to obtain a complete information. In other words, the trade balance is a more meaningful indicator of competitiveness than exports.
  • The Italian industry is highly competitive. Italy is one of the only five economies in the world with a trade balance surplus for manufactured products exceeding 100 billion dollars.
  • In 2013 Italy recorded the highest trade balance value for manufactured products of its history: 131 billion dollars.

 

http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2013/10/competitiveness

Most interestingly, Italy’s exports have held up surprisingly well during the crisis for a country often seen as having serious competitiveness problems. Exports in high-value sectors, such as fashion, have proved particularly robust. For instance, brands like Gucci have almost never had it so good, even as many of their products are still made in Italy. According to UNCTAD’s Trade Performance Index, Italy has remained, during the downturn, the world’s top ranking exporter in textiles, clothing, and leather goods. Even for non-electronic machinery and manufactures it is still ranked second in the world, behind only Germany.

So why is Italy doing so badly on cost competitiveness measures when much of its industry looks like it is doing quite well?

The International Monetary Fund, in a report published last week, has suggested that traditional cost competitiveness measures may no longer be the best way of calculating how well countries like Italy are doing.

Comment:

That’s basically what I tell people when I talk Italian economics. It’s not true that Italian economy is so bad, in fact, considering the negligent political class has not provided this nation with an economic policy for 20 years now… The achievements ought to be considered incredible!
With politicians only half as bad as these ones (but also with a more united and less quarrel-prone society), Italy would most probably be among the 5 richest countries in the world considering GDP per capita measures.
Italians do k now how to work, and do work well. It’s all the rest that is a problem. 🙂

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2 pensieri su “Poco competitiva? Destinata al declino? E’ davvero questa l’Italia?

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