Trishadria: chi sono

Ciao a tutti e benvenuti nel mio blog.

Mi chiamo Patrizia Ciava e ho creato questo blog (e due gruppi Facebook) quando vivevo in Cina, incaricata dal Ministero Affari Esteri di fare attività di promozione dell’Italia presso il nostro Consolato e di insegnare lingua e cultura italiana all’università di Hong Kong.

Attualmente faccio parte dell’Ufficio Diplomatico nel Gabinetto di un Ministro della Repubblica italiana. Vorrei precisare che il mio non è un incarico politico. Negli ultimi 15 anni ho collaborato con ministri di schieramenti sia di centro destra sia di centro sinistra.

Sono  cresciuta e ho studiato in diversi paesi, tra cui Spagna, Francia, Belgio e Inghilterra. Successivamente ho vissuto e lavorato in Africa e in Cina, ho visitato quasi ogni angolo del pianeta, posso quindi considerarmi, a giusto titolo, cittadina del mondo. Ma, al tempo stesso, amo profondamente il mio paese, come la maggior parte degli italiani che hanno vissuto a lungo all’estero.

Arrivando in Italia, dove ero nata ma non avevo mai vissuto poiché la mia famiglia si era trasferita quando avevo meno di 1 anno, ricordo che l’assenza di “amor patrio” dei miei connazionali fu la prima cosa che mi colpì. Nelle scuole dei diversi paesi in cui mi ero formata mi avevano insegnato che il patriottismo è il primo dovere di ogni cittadino. Fui quindi stupefatta nel sentire parlare gli italiani con tale disprezzo, quasi odio, del loro paese, delle istituzioni e dei loro compatrioti. L’altra cosa che notai fu la mancanza di autostima in quanto nazione mista ad una esagerata, quasi patologica, esterofilia, che sfociava poi nell’autolesionismo.

Mi dicevano tutti: “Beata te che sei cresciuta in paesi civili, mica come il nostro, che è peggio del terzo mondo”. Erano convinti che negli altri paesi fosse tutto perfetto. Alcuni avevano trascorso un fine settimana a Londra e dicevano : “Ah lì è tutto ordinato e pulito, c’è la metro, tutto funziona in maniera impeccabile” e non sapevano ovviamente niente della disastrosa sanità pubblica, delle scuole dove quotidianamente avvenivano stupri e accoltellamenti, con classi gremite fino all’inverosimile, test fatti con le crocette anche all’università senza approfondire gli argomenti, delle bande di teppisti che imperversavano nelle periferie e scatenavano vere e proprie guerre e guai a chi ci capitava in mezzo, degli adolescenti che ogni venerdì e sabato sera finivano al pronto soccorso in coma etilico o in overdose. Loro vedevano solo l’immagine che volevano far loro vedere, perché all’estero sono tutti impegnati a preservare la reputazione della loro nazione e lo fanno ormai automaticamente, compresi i giornalisti.

In Italia, invece, articoli, programmi e talk show gareggiano nel denunciare corruzione, sprechi e inefficienze e, se è vero che segnalarli è un sacrosanto dovere, parallelamente, andrebbero evidenziati anche gli altrettanti numerosi aspetti positivi. Il disfattismo dei nostri media avvalora la convinzione, già così radicata in Italia, che il marcio sia ovunque e che non ci si possa fidare di nessuno.

A Hong Kong il mio lavoro di promozione culturale era facile con i cinesi che adorano e ammirano l’Italia, come la maggior parte dei paesi, e accoglievano con entusiasmo qualsiasi iniziativa. Il problema era dover combattere contro l’autolesionismo dei miei connazionali. Persino i nostri rappresentanti istituzionali non facevano che ripetere frasi del tipo: “nel nostro disastrato paese”, “da noi non funziona mai niente“, “sono tutti ladri e corrotti”, “mi vergogno di essere italiano”.

Una volta venne il pro-rettore di una importante università italiana per promuovere i suoi corsi e, dopo aver spaventato a morte gli studenti dicendo che l’Italia era in preda a ladri, borseggiatori, criminali, mafiosi, si stupì perché nessuno voleva iscriversi. Uno studente terrorizzato venne a chiedermi: “Ma se vado a studiare in Italia, dovrò pagare anch’io il pizzo alla mafia?”. Non sto scherzando. Immaginate il danno d’immagine?! Per non parlare dei nostri media, i cui articoli venivano tradotti in tutte le lingue, e tutti a prenderci in giro per il bunga-bunga, mentre gli scandali che accadevano in altri paesi venivano subito messi a tacere. Mentre ero lì ci fu lo tsunami in Giappone e il disastro di Fukushima dove emersero i rapporti falsificati sulla sicurezza, la corruzione del Governo che aveva autorizzato la costruzione in cambio di mazzette. Tutto questo fu messo in luce dalla stampa straniera, non dai loro media, e i miei colleghi giapponesi era furibondi perché temevano che avrebbe rovinato l’immagine del loro paese. Un nostro rappresentante, ad una cena con persone di diversi paesi, asserì: “Ecco perché noi non possiamo costruire centrali nucleari, se è successo in Giappone figuriamoci da noi! Sarebbe stato sicuramente peggio, perché in Italia sono tutti corrotti”. Gli tirai un calcio sotto il tavolo e lui mi guardò stupito. “Come se non ci fossero impianti perfettamente funzionanti da noi! Noi siamo chiamati a costruire ponti e dighe in tutto il mondo, la nostra eccellenza è riconosciuta ovunque tranne che in Italia.” ribattei. Ma ormai il danno era fatto.

I cittadini di altri paesi non passano il tempo a recriminare e a lamentarsi come gli italiani, a guardare programmi di “approfondimento” che non fanno che aumentare il senso di frustrazione e di rabbia degli italiani convinti di trovarsi nel paese peggiore del mondo. “Queste cose accadono solo da noi” è il ritornello. Ognuno racconta il guaio capitato a lui a un amico o ad un parente come dimostrazione che l’intero settore in questione – anzi l’intero paese – non funziona. Quando dimostri, dati alla mano, che siamo i migliori nel settore in cui pensava fossimo i peggiori ribatte infastidito: “Non è una consolazione”.

Insomma, guai a togliere agli italiani le gioie della lamentela e del piagnisteo ad oltranza. Hanno continuamente paura di non essere abbastanza critici e distruttivi. “Non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia e dire che va tutto bene” è il leitmotiv per giustificare l’auto-disfattismo. Ma tra il negare l’evidenza ed essere patologicamente nichilisti esiste anche una via di mezzo che consiste nel vedere con obiettività meriti e demeriti, in uguale misura. Nessun paese è perfetto, nessun paese è pessimo. L’Italia possiede innegabili eccellenze, che dovrebbero essere valorizzate anziché stroncate, come purtroppo spesso accade. Non si possono portare solo esempi negativi senza controbilanciarli con quelli positivi.

E’ quello che cerco di fare attraverso questo blog e i gruppi Facebook, mettendo in luce le nostre eccellenze per riequilibrare la percezione dell’Italia.

Ma mi rendo conto che senza una ri-organizzazione strutturale e organica della formazione di nuove generazioni che si basi sulla consapevolezza che l’amore e la lealtà verso il proprio paese e i propri compatrioti non sono sentimenti che nascono spontaneamente ma devono essere insegnati e coltivati, non si potrà mai cambiare davvero la mentalità degli italiani. Senza una consapevolezza identitaria ogni possibilità di rinnovamento è impossibile, qualsiasi governo, seppure ottimo, non riuscirà mai a riqualificare la nazione senza il sostegno di masse sociali che condividono la stessa visione e che si sentono coinvolte in un progetto comune.

Una riforma in tal senso deve necessariamente passare dalla scuola, come fanno tutte le altre nazioni del mondo. Ho potuto constatare che nei paesi in cui ho vissuto, studiato e insegnato il concetto: “i futuri cittadini si formano a scuola” è il principio cardine su cui sono imperniati tutti i corsi, i programmi, i testi scolastici e la stessa formazione dei docenti; la scuola è intesa anche come luogo in cui infondere un sentimento di amore e di lealtà verso il proprio paese e di sano orgoglio per le sue realizzazioni, con la consapevolezza che il rispetto e la credibilità di cui gode una nazione si riflette su ciascuno dei suoi cittadini.

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