I have a dream

 

Sì, ho un sogno: ri-unire l’Italia.

L’unità di una nazione non si crea definendone i confini e uniformandone le istituzioni. L’unità di una nazione è innanzitutto un sentimento, uno stato d’animo, un senso di appartenenza e di lealtà.

In Italia questo sentimento non c’è, forse non è mai esistito.

Si attribuisce a Massimo D’Azeglio la frase: “abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani” ma in realtà lui disse: “purtroppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”

Oggi, a 150 anni di distanza, questa constatazione è vera più che mai.

Incredibilmente, dal dopoguerra in poi nessun governo ha mai riconosciuto o affrontato questa criticità. “Cambiamo l’Italia” è lo slogan che viene ripetuto come un mantra da quasi tutti i partiti politici ma senza una consapevolezza identitaria ogni possibilità di rinnovamento è impossibile. Qualsiasi governo, seppure ottimo, non riuscirà mai a riqualificare la nazione senza il sostegno di masse sociali che condividono la stessa visione e che si sentono coinvolte in un progetto comune.

Per poter cambiare il paese occorre coltivare nei cittadini sentimenti di solidarietà e renderli consci delle responsabilità morali, civiche e sociali che hanno nei confronti dei propri concittadini, della propria nazione e dell’intera umanità; devono comprendere che non possono essere solo le istituzioni a “costruire” il paese ma che serve un processo che si muova in entrambe le direzioni e che veda i cittadini impegnati attivamente per migliorare la nazione.

Oggi la nostra fragile unità nazionale si va sgretolando sempre più sotto i colpi di una crisi economica e politica che ha lasciato il paese sfiancato e sfiduciato, rissoso e ostile, abbarbicato ad uno sconfortante presente e incapace di progettare il proprio futuro.

Tuttavia non credo di esagerare affermando che la maggior parte dei problemi del’Italia sono dovuti a questa principale causa: gli italiani non amano il proprio paese e non hanno fiducia nei propri concittadini.

Ma come si può amare un paese in cui i politici pensano solo ai loro interessi, che non ha praticamente mai avuto un governo stabile dal dopoguerra,  in cui le strutture pubbliche non funzionano perché gli amministratori sono dediti alla corruzione e al clientelismo, in cui le imprese private sono ostaggio di mafia e malavita organizzata, schiacciate da tasse troppo elevate e soffocate da una burocrazia tentacolare e inefficiente?

Come si può avere fiducia nei propri concittadini quando questi sono faziosi, litigiosi, ostili, individualisti, disonesti, persino razzisti tra di loro?

ECCO L’ERRORE, PERCHÉ TUTTE QUESTE SONO CONSEGUENZE, NON CAUSE.

Gli italiani sono stati indotti a vedere così il loro paese e i loro concittadini e, intrappolati in quello che è diventato ormai un circolo vizioso, continuano inconsapevolmente a perpetuare questo stato di cose.

Il mio punto di osservazione è alquanto privilegiato poiché ho studiato e mi sono formata in tre paesi diversi: Francia, Belgio e Inghilterra, successivamente ho vissuto e lavorato anche in Africa e in Cina, e svolgo attualmente attività in ambito internazionale.
Ritengo quindi di avere una visione più ampia e oggettiva delle diverse realtà rispetto ai miei connazionali.

Ho potuto constatare che in tutti i paesi stranieri in cui ho vissuto, studiato e lavorato il concetto: “i futuri cittadini si formano a scuola” è il principio cardine su cui sono imperniati tutti i corsi, i programmi, i testi scolastici e la stessa formazione dei docenti; la scuola è intesa anche come luogo in cui infondere un sentimento di amore e di lealtà verso il proprio paese e di sano orgoglio per le sue realizzazioni, con la consapevolezza che il rispetto e la credibilità di cui gode una nazione si riflette su ciascuno dei suoi cittadini.

In Italia questo concetto esiste solo a parole ma non è mai stato alla base di una ri-organizzazione strutturale e organica del paese, che deve necessariamente passare dalla scuola. La politica ha sempre rincorso le emergenze e tappato le falle senza mai riuscire a pianificare una strategia di lungo periodo.

Io non ho dubbi sul fatto che l’Italia debba restare nell’Unione Europea, ma al tempo stesso mi rendo conto che molti italiani si sono risvegliati bruscamente dal sogno idilliaco di una Europa unita, coesa e paritaria. Le divisioni all’interno dell’UE sono sempre più profonde ed evidenti e ogni paese cerca di far prevalere i propri interessi nazionali. In questo contesto, l’Italia si presenta svantaggiata perché, a differenza degli altri paesi, è totalmente priva di un senso di identità collettiva.

La scarsa incisività del nostro paese sullo scacchiere internazionale, infatti, è dovuta soprattutto a questa mancanza di coesione. I nostri candidati alle cariche più prestigiose nelle istituzioni europee, se proposte da una parte politica non sono sostenute dall’altra. I nostri enti non dialogano tra loro, non sanno “fare squadra”.

Un Grillo che invita il Parlamento europeo a “non dare più soldi all’Italia perché finiscono tutti alla mafia” condanna a morte tutto il paese. Solo un folle non è in grado di capire che così danneggia se stesso, i suoi figli e le generazioni presenti e future.

Questo è il problema alla base di tutti i problemi del nostro paese.

Anomalia italiana.

Come afferma giustamente il filosofo e docente di storia politica Maurizio Viroli:

“Fin dalla nascita della Repubblica, il linguaggio del patriottismo ha avuto in Italia vita stentata. Possiamo certo continuare a deriderlo, criticarlo in modo superficiale, o ignorarlo. Ma non lamentiamoci dello stato della nostra vita politica e civile e mettiamo pure da parte ogni speranza di rinascita. Le rinascite, quelle vere, non quelle immaginate o soltanto proclamate, richiedono un impegno di anni di molti uomini e donne. In nome di che cosa dovrebbero impegnarsi in uno sforzo comune se non sappiamo dir loro che è per l’Italia?”

Questa “anomalia” è stata rilevata e studiata anche da numerosi osservatori stranieri, come Banfield* che l’ha definita “familismo amorale”, in quanto gli italiani non mostrano lealtà verso la propria nazione ma solo verso la propria famiglia, la loro piccola comunità (campanilismo), il loro partito, la loro squadra o la loro associazione professionale (corporativismo), e questo impedisce lo sviluppo di progetti nell’interesse della collettività.

Ha anche descritto gli effetti devastanti di tale comportamento (definito appunto “amorale”) riguardo alla vita politica e alla gestione del bene pubblico: nessuno persegue l’interesse comune, salvo quando ne può trarre un vantaggio personale, e chiunque afferma di farlo è ritenuto un truffatore; i pubblici dipendenti non si identificano con l’organizzazione che servono, tendono a farsi corrompere ma anche se non lo fanno sono comunque ritenuti corrotti; i cittadini si sentono autorizzati ad infrangere la legge ogni qual volta sembrerà possibile evitarne le conseguenze.

Queste manchevolezze sono ben percepite anche dai cittadini italiani.

“Gli italiani mancano di senso civico, sono individualisti, non riconoscono il bene comune, non sono capaci di “fare squadra”, i nostri politici sono corrotti, pensano solo al loro tornaconto personale, a loro non importa niente del popolo.”

Quante volte avete sentito, pensato o detto frasi del genere?

Credo che quasi tutti gli italiani le abbiano pronunciate, prima o poi; essi affermano che è per questo motivo che si “vergognano di essere italiani”, che vogliono “scappare all’estero” che “non si sentono parte di questa nazione”.

Il problema è che, appunto, confondono l’effetto con la causa.

Sono il disamore verso il proprio paese e la diffidenza verso i propri concittadini che ingenerano i comportamenti che esecriamo a parole ma di cui ci rendiamo, in qualche modo, tutti colpevoli.

La crisi di oggi è il frutto di un male antico; se la classe dirigente e i politici fanno prevalere i loro interessi privati è perché, come tutti gli italiani, non sono stati educati ad anteporre il bene comune.

L’amore e la lealtà verso il proprio paese e i propri compatrioti non sono  sentimenti che nascono spontaneamente, devono essere insegnati e coltivati.

Patriottismo e nazionalismo.

In Italia sono sempre prevalse due tendenze culturali contrapposte: quella marxista, tendente all’internazionalismo, e quella cattolica che professava l’universalismo cristiano, mentre il patriottismo è stato quasi sempre egemonizzato dalla destra ed ha spesso avuto connotazioni xenofobe e nazionaliste.

Per molti italiani, infatti, patriottismo è sinonimo di nazionalismo. Lo giudicano un sentimento retorico e stucchevole, antiquato ed inadeguato in un’epoca di europeizzazione e di globalizzazione.

Niente di più sbagliato.

Abbiamo tutti bisogno di sentirci parte di una entità che amiamo, ammiriamo e rispettiamo.

Il patriottismo sano, libero da isterie e manie di grandezza, genera forza, fiducia e autostima, accoglie l’estraneo e il “diverso” non lo respinge, riconosce la piena legittimità e dignità dei diversi stili di vita e culture all’interno della stessa nazione, ed è addirittura capace di contrastare il nazionalismo e il regionalismo xenofobo.

Il patriottismo vero è fatto di ragione ma soprattutto di passione, non una passione cieca e brutale di difesa della propria etnia o della propria religione, ma basato sull’amore, la lealtà e la dignità; non è affatto incompatibile con gli obblighi nei confronti dell’umanità in generale, anzi, rappresenta l’impegno che ogni cittadino deve assumersi per rendere la sua patria una comunità politica libera, giusta e tollerante, attiva nella partecipazione alla vita pubblica per il bene comune e per la solidarietà, sia entro sia al di fuori dei confini nazionali.

Patriottismo è unità di intenti e di ideali, orgoglio di appartenere a una “famiglia” solidale, che è custode di un passato comune e di un futuro da costruire insieme.

L’autore inglese A. MacIntyre sostiene che il patriottismo è una “forma di lealtà verso una particolare nazione, che solo chi appartiene a quella nazione può avere, e che implica una considerazione speciale per le caratteristiche, i meriti e le realizzazioni della propria nazione. Il patriottismo è una forma di amore”

Questo tipo di patriottismo è presente in tutti i paesi del mondo ma è quasi del tutto assente in Italia, per i motivi sopra elencati ma anche, e soprattutto, perché gli italiani sono continuamente indotti a vedere unicamente i lati peggiori della propria nazione, cosicché la causa ha generato l’effetto, ma poi l’effetto stesso si è tramutato in causa in un circolo vizioso perpetuo e deleterio.

Percezione e realtà.

La percezione che ciascuno ha del proprio paese non è mai oggettiva. Nessun paese è perfetto, nessun paese è pessimo, tutto dipende dal modo in cui lo si guarda.

Gli italiani si vantano spesso di essere autocritici, per questo motivo si lamentano in continuazione e denunciano ogni difetto riscontrato; per loro essere patriottici equivale ad essere ciechi e  sciovinisti.

In parte ciò può essere vero, ma è appunto un limite del nazionalismo, mentre il patriottismo sano non ignora le lacune, mira a correggerle.

Il problema è che se si elencano solo le deficienze di un paese l’immagine che ne deriva è avvilente, genera sconforto e prostrazione.

Vorrei rivolgervi una semplice domanda, secondo voi quale allenatore riuscirà a meglio motivare la propria squadra, quello che li apostrofa dicendo: “siete i peggiori giocatori che abbia mai allenato, tutti gli altri sono più bravi di voi, siete un disastro,, non avete metodo e non rispettate gli schemi, non mettete alcun impegno, con voi non abbiamo speranze, perderemo sicuramente” oppure quello che dice: “complimenti, siete degli ottimi elementi, avete enormi potenzialità,  finora avete giocato bene ma dovete fare un ulteriore sforzo e so che potete farcela”?

Il primo susciterà solo afflizione e senso di scoramento, la vittoria sarà vista come una meta talmente irraggiungibile da non valere nemmeno lo sforzo di provarci, in siffatta atmosfera ognuno si lascerà andare e l’intera squadra si frantumerà accusandosi a vicenda e provando un sordo rancore gli uni verso gli altri.

In Italia, purtroppo, quasi tutti quelli che hanno il ruolo di educare e formare hanno la triste tendenza a comportarsi come il primo allenatore, a causa dell’indottrinamento che hanno a loro volta ricevuto e del circolo vizioso che si è di conseguenza instaurato.

Tuttavia, i maggiori responsabili di questo incessante bombardamento di notizie funeste volto a screditare il paese agli occhi dei propri cittadini e dell’opinione pubblica straniera, sono i media.

Arrivano addirittura a manipolare fatti e dati per far apparire l’Italia peggiore di quanto non sia in realtà. Per quale motivo lo facciano è difficile stabilirlo, probabilmente concorrono diversi elementi, sia il famoso circolo vizioso citato sopra, in quanto i giornalisti sono italiani che hanno maturato, come tutti, una visione eccessivamente negativa della propria patria, sia per interessi politici ed economici di potentati influenti dentro e fuori i confini nazionali.

Già, perché pochi si rendono conto di quanto l’Italia sia una potenza scomoda e un temibile concorrente per la maggior parte delle egemonie economiche estere.

Le vicende della nostra storia recente e meno recente dimostrano che c’è stata sempre una volontà di sottomettere, destabilizzare e depredare il nostro paese da parte di potenze straniere, che hanno potuto farlo contando sulla complicità dei nostri rappresentanti.

Ma se questo è accaduto (e accade ancora) è solo a causa della nostra mancanza di senso patriottico. E’ un effetto, non una causa, ingenerato da una scarsa considerazione del nostro paese e dei nostri concittadini, che porta a perseguire interessi personali a breve termine e rende incapaci di proiettarsi nel futuro.

L’Italia deve restare in Europa, ma con la dignità ed il ruolo che le competono, non relegati nel novero dei paesi PIIGS; una collocazione decisamente ingiusta per un paese che, ieri come oggi, ha dimostrato di saper creare eccellenze e innovazioni uniche al mondo in svariati campi.

L’autocritica eccessiva diventa autolesionismo.

L’italiano medio è convinto che l’Italia sia economicamente e strutturalmente arretrata rispetto ad altri stati occidentali perché è stato indotto, dai media, dalla scuola e persino dai propri genitori, a ritenerla tale. Quando si reca all’estero, specie in paesi che ritiene più progrediti, nota solo gli aspetti migliori perché sono spesso facilmente individuabili e visibili in quanto gli altri cittadini si sentono tutti coinvolti nel proiettare una immagine positiva della propria patria. D’altronde, come ho detto prima, sono ben consapevoli che il rispetto e la credibilità di cui gode una nazione si riflette su ciascuno dei suoi cittadini e che denigrarla agli occhi del mondo è una manifestazione di autolesionismo quasi patologico. Cosicché curano maggiormente l’aspetto esteriore, le strade sono pulite, i trasporti pubblici sono puntuali ed efficienti, i media tendono a minimizzare le manchevolezze, le agenzie creano strumenti di valutazione che premiano i loro sistemi rispetto ad altri, magari più efficaci ma che in queste classifiche risultano peggiori. Solo chi si addentra nella vita quotidiana si accorge delle disfunzioni e delle gravi carenze in settori spesso fondamentali, come l’istruzione e la sanità; tuttavia i cittadini delle altre nazioni non si lamentano, convinti che la situazione all’estero sia  peggiore, essendo stati educati a ritenere il loro paese uno dei migliori – se non il migliore – al mondo.

In Italia, al contrario, articoli, programmi e talk show gareggiano nel denunciare sprechi e inefficienze. Giusto! Segnalarli è un sacrosanto dovere. Tuttavia occorre anche dare dei messaggi positivi in grado di creare fiducia, le critiche dovrebbero essere costruttive, non distruttive e dettate unicamente da faziosità politica o da interessi economici.

Gli italiani hanno, inoltre, una generale tendenza alla vittimizzazione, amano farsi compiangere e molti nostri compatrioti vanno a lamentarsi delle inefficienze dell’Italia all’estero, contribuendo a darne una pessima impressione e ad alimentare pregiudizi nei nostri riguardi.

L’opinione pubblica, e soprattutto i giovani, sono ormai portati a pensare che il marcio è ovunque e che non  si possono fidare di nessuno. Questo blocca qualsiasi spinta al cambiamento e deprime la speranza. Sarebbe auspicabile che ogni opinionista che si cimenta nel facile esercizio della critica provasse a cimentarsi anche nel difficile compito di segnalare le positività.

Purtroppo accade che in Italia ottiene molti più consensi chi protesta, recrimina, denuncia inefficienze, e si lamenta di chi, invece, tenta di mostrare gli aspetti positivi del paese rischiando di essere addirittura sbeffeggiato.

Tutti quelli che, pur di screditare l’avversario politico o vendicarsi di un torto subito, distruggono l’immagine dell’intero paese, dovrebbero fermarsi a considerare che le conseguenze si ritorceranno come un boomerang contro loro stessi, i loro figli e i loro nipoti, i quali dovranno faticare non poco per dimostrare di essere seri, affidabili e onesti quando si troveranno a trattare con altri paesi per ragioni di studio o di lavoro.

L’Italia è uno dei paesi più competitivi al mondo.

So di andare controcorrente affermando che l’Italia non è affatto sull’orlo del baratro, come hanno voluto farci credere. L’Italia è, al contrario, un paese ancora fortemente competitivo e solido, e le cifre lo dimostrano.

Avete dei dubbi? Allora vediamolo attraverso dati e numeri:

-Il marchio “made in Italy” e’ uno dei più iconici al mondo. Dalla pasta a Prada, dalla Ferrari a Fellini, dal Brunello alla Benetton, il paese porta in se una vastità di eccellenze in molti settori;

– L’Italia vanta quasi 1000 prodotti in cui siamo nei primi tre posti al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero; i più importanti settori produttivi italiani includono l’industria alimentare, automobilistica, tessile e il design;

– L’innovazione italiana è largamente sottovalutata, lo dimostrano i nostri primati mondiali in settori caratterizzati proprio da un alto tasso di innovazione, come (solo per citarne alcuni) la robotica di servizio, le biotecnologie, i nuovi materiali, le neuroscienze, la fisica delle particelle;

-L’Italia è tra i primi tre paesi al mondo nel campo della robotica e della chirurgia non-invasiva. I macchinari di precisione, i prodotti chimici, la nanotecnologia e i prodotti elettronici sono tra gli export principali;

-Tra i prodotti per i quali guadagniamo una medaglia per il saldo commerciale troviamo le tecnologie del caldo e del freddo, le macchine per lavorare il legno e le pietre ornamentali, e gli strumenti per la navigazione aerea e spaziale;

-Le ditte di costruzione italiane sono considerate tra le migliori al mondo, specie per quanto riguarda le dighe, e sono tra le principali aziende nel comparto delle infrastrutture presenti sul mercato europeo;

-Riserva aurea italiana: Il nostro paese detiene la quarta riserva aurea del mondo, dopo USA, Germania e Fmi. Qualcosa come 2.450 tonnellate di lingotti, pari a 110 miliardi di euro.

-Ricchezza privata: Nel rapporto pubblicato dal Credit Suisse sulla ricchezza delle famiglie nei vari Stati del mondo, risulta che le famiglie italiane, che hanno in totale oltre 9mila miliardi di ricchezza, superano nella graduatoria pro-capite quasi tutte quelle degli altri Stati dell’Unione europea e battono ampiamente quelle degli Usa e del Giappone. Il 96% degli italiani è proprietario di almeno un immobile, e sul 80% di questi non gravano mutui.

La ricchezza privata, quella delle famiglie, è un elemento fondamentale per valutare l’affidabilità di un paese. Ma le agenzie di rating che hanno declassato il nostro paese non ne hanno (volutamente) tenuto conto.

Altra questione molto controversa è quella del debito pubblico, che ci viene costantemente prospettato come il male peggiore dell’Italia ed è chiamato in causa per giustificare qualsiasi taglio alla spese pubblica o aumento di tasse. Eppure uno studio recente ha dimostrato che è addirittura più “sostenibile “ di quello francese, britannico o tedesco, che peraltro in termini assoluti è più alto del nostro.  L’Italia è uno dei rari Paesi con un surplus primario del bilancio dello Stato e non si capisce perché il rating dei titoli di Stato italiani rimanga vicino al livello di junk con outlook negativo.

Costruiamo insieme il nostro futuro.

Se vogliamo dare un futuro a questa nazione dobbiamo ripartire dalla consapevolezza di ciò che valiamo davvero, dobbiamo valorizzare i nostri punti di forza non affliggerci e compiangerci per le nostre debolezze.

La soluzione non è fuggire all’estero perché la nostra “italianità” ci seguirebbe ovunque, rendendo più difficile il nostro inserimento in altre realtà che nutrono, purtroppo, pregiudizi nei nostri confronti. Per riappropriarci della dignità e dell’orgoglio di essere cittadini di questo Paese dobbiamo sentirci gli eredi di chi questo paese lo ha costruito e reso grande.

Dobbiamo riconciliarci con il nostro passato, mettere da parte i rancori, smetterla con le accuse reciproche e i sensi di rivalsa, dobbiamo riconoscere ma non recriminare sugli errori commessi, rivalutare anche gli aspetti positivi dei periodi bui della nostra storia, con coraggio, obiettività e serenità di giudizio.  E’ inutile e dannoso disquisire su chi ha rubato di più, quale fazione rivale è stata più crudele, quale regione ha soverchiato o sfruttato l’altra.

Dobbiamo smettere di pensare che devono essere solo le istituzioni a “fare” il paese, serve un processo che si muova in entrambe le direzioni e che veda i cittadini impegnati attivamente per migliorare la nazione. Tutti devono sentirsi coinvolti nel mostrare il volto migliore del paese, dal cittadino che non getta la spazzatura per strada e non parcheggia sul marciapiede impedendo il passaggio dei pedoni, al netturbino che pulisce accuratamente la zona a lui preposta, dall’amministratore comunale che si adopera per rendere efficienti i servizi al libero professionista che paga le tasse, dal giornalista che mette in evidenza le buone pratiche e i settori di eccellenza, al politico la cui ambizione deve essere quella di rendere competitivo il suo paese.

Occorre valutare con coscienza critica i problemi rimasti irrisolti e programmare le nuove sfide da affrontare con senso dell’unità nazionale.

L’esempio al quale dobbiamo ispirarci è quello delle generazioni che sono state capaci di migliorare il loro presente immaginando il nostro futuro.

 

 

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4 pensieri su “I have a dream

  1. Spesso i miei amici italiani si lamentano del loro paese, mi racontano che i lori compatrioti sono tutti inaffidabile, disonesti e corrotti, e io penso ognivolta: “ma come può pensare che escludo lui?”

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  2. Ecco come si comportano le altre nazioni: “Scontri a Stoccolma: la tendenza da queste parti è stata sempre quella di nascondere la polvere sotto il tappeto, di non parlare dei temi più scomodi. Si è preferito allontanare tutto ciò che contrastava con quella immagine -autoimposta- di Eden del benessere”
    http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2013/5/27/SCONTRI-STOCCOLMA-Le-periferie-bruciano-contro-l-Eden-del-benessere/396952/

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  3. Ieri ho guardato il TG, da mesi non lo facevo, è desolante, è questo che volevo mettere in risalto, il modo in cui i nostri media affossano il paese pur di “fare notizia”. Prima un servizio sui “disastri ambientali e idrogeologici” dell’Italia, tutto al negativo ovviamente, poi un servizio su inchieste per tangenti in cui le inchieste, per il giornalista, sono già condanne, e lo annuncia così: “la corruzione, altro grave problema italiano”. Se questo non è il modo di fare odiare il proprio paese! VI invito a guardare un Tg straniero, nessuno al mondo si comporta così, se c’è un’inchiesta in corso usano il dubitativo, non dicono che tutto il paese è corrotto.

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