Quando abbiamo disimparato ad accettare il passato per ciò che è: passato?

Ai miei tempi, quando studiavamo personaggi storici o testi di letteratura, sapevamo collocarli nella loro epoca. Non avevamo bisogno di prendere le distanze, di condannare, di rapportarli continuamente alla mentalità presente. Non era necessario ricordarci ogni volta che quei mondi erano diversi dal nostro. Lo sapevamo. Lo avevamo interiorizzato fin da bambini. Quando aprivamo un romanzo dell’Ottocento, una tragedia greca, un canto di Dante o un testo medievale, non ci veniva in mente di trascinarli nel presente per misurarli con le categorie morali, linguistiche o sociali della nostra epoca. Entravamo in quel mondo e lo osservavamo per ciò che era.

Era un atteggiamento spontaneo, acquisito fin dalle elementari. Come quando si osservano i disegni lasciati dagli uomini preistorici sulle pareti di una grotta: nessuno penserebbe di confrontarli con Van Gogh o con Picasso per stabilire chi fosse “più bravo” o “più espressivo”. Li si guarda per capire una civiltà, una mentalità, un modo di percepire il mondo. Allo stesso modo, un romanzo, un’opera d’arte o un documento del passato venivano studiati come testimonianze di un’altra epoca, non come imputati da trascinare davanti al tribunale del presente.

Nessuno si sarebbe mai sognato di interpretare Orgoglio e pregiudizio come se fosse un romanzo ambientato nell’Inghilterra di oggi. Si leggeva Jane Austen per conoscere la mentalità dell’epoca: la condizione femminile, il matrimonio come destino sociale, il sistema delle rendite e delle eredità, il peso del giudizio sociale, le convenzioni che regolavano ogni gesto, ogni visita, ogni conversazione. Nessun confronto continuo con il presente era necessario. Sapevamo che quel mondo non era il nostro. Proprio per questo era interessante.

Allo stesso modo non leggevamo Delitto e castigo come se Dostoevskij lo avesse scritto per un lettore del XXI secolo. L’interesse del romanzo consisteva nello scoprire la Russia ottocentesca: il peso della religione, il principio della colpa, il peccato, la redenzione, il libero arbitrio, il rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’individuo e la società. Raskol’nikov non era un caso di cronaca nera da analizzare con il linguaggio psicologico contemporaneo.

Uno degli aspetti più affascinanti della letteratura era quello di tuffarsi in un’altra epoca. Non per stabilire continuamente quanto noi siamo migliori, più giusti, più sensibili o più evoluti.  Capivamo che il mondo non è sempre stato come il nostro, che gli uomini e le donne del passato non pensavano come noi, che un’opera va compresa nel sistema di valori che l’ha prodotta.

Possibile che si sia persa questa capacità?

Oggi, si legge un testo del passato non per entrare nel suo mondo ma per trascinarlo nel nostro, giudicarlo, correggerlo, sterilizzarlo. Come se ogni opera dovesse risultare compatibile con la sensibilità contemporanea per meritare di essere letta e studiata.

Giudicare il passato con la lente del presente significa applicare i valori morali, le conoscenze e la sensibilità odierne per valutare azioni, personaggi ed eventi di epoche passate: è un approccio metodologicamente sbagliato perché distorce la verità storica. Trasforma figure storiche complesse in semplici “buoni” o “cattivi” secondo gli standard attuali. Rende la storia una banale lista di errori da condannare, anziché un percorso da comprendere. Lo studio della storia non significa sottoporla al giudizio di un tribunale odierno ma capire l’evoluzione dell’umanità con la sua grandezza e barbarie, genio e pregiudizio, conquiste e violenze.

Prendiamo la democrazia ateniese del V secolo a.C., considerata uno dei pilastri della civiltà occidentale. Atene ci ha consegnato la filosofia, il teatro, il dibattito pubblico, l’idea stessa di partecipazione politica. Eppure, quella società si reggeva sulla schiavitù e negava ogni diritto politico alle donne. Dovremmo allora cancellare Aristotele, Platone, Sofocle, Pericle?

Negli ultimi anni, le statue di Colombo sono state abbattute o rimosse in molti Paesi con l’accusa di rappresentare colonialismo, genocidio e razzismo. Le violenze subite dalle popolazioni native dopo l’arrivo degli europei nelle Americhe sono un fatto storico. Ma valutare un navigatore del XV secolo esclusivamente con la sensibilità postcoloniale del XXI secolo cancella il contesto dell’epoca dove crudeltà e sete di conquista erano parte della normalità.

La mania di “ripulire” la storia, però, non si ferma ai personaggi storici. Negli ultimi anni ha investito anche film e opere letterarie finite nel mirino di una censura retrospettiva che pretende di adattare il passato alla sensibilità del presente.

Il fenomeno della cosiddetta cancel culture ha investito pesantemente l’industria cinematografica. Grandi classici sono stati sottoposti a boicottaggi o a revisioni forzate. Un esempio emblematico è rappresentato dal film Via col vento (1939), temporaneamente rimosso da alcune piattaforme di streaming e poi reinserito solo se accompagnato da introduzioni critiche che ne contestualizzano la rappresentazione edulcorata della schiavitù e gli stereotipi razziali del profondo Sud americano.

Allo stesso modo, l’universo dell’animazione non è rimasto immune: capolavori storici della Disney come Dumbo (per la parodia delle minoranze afroamericane nei corvi) o Peter Pan (per la rappresentazione caricaturale dei nativi americani) sono stati bloccati o limitati per i profili dei minori sui servizi di streaming.

La letteratura subisce interventi ancora più intrusivi attraverso la riscrittura testuale (bowdlerizzazione). Casi recenti hanno visto la revisione delle opere di Agatha Christie e Roald Dahl. Nei romanzi della celebre giallista sono stati rimossi termini oggi considerati offensivi legati all’etnia o all’aspetto fisico. Nei testi di Dahl, parole come “grasso” o “brutto” sono state sostituite da termini neutri per proteggere la suscettibilità dei giovani lettori, assecondando una deriva iper-protettiva nota in sociologia come safetyism.

È una forma di anacronismo militante: il passato viene letto esclusivamente con le categorie morali del presente, ignorando il contesto sociale, politico e culturale in cui quei personaggi operarono e quelle opere nacquero.

Riscrivere Huckleberry Finn di Mark Twain per eliminare gli insulti razziali dell’epoca significa anestetizzare la brutalità del razzismo ottocentesco americano, rendendolo invisibile e, paradossalmente, meno comprensibile nella sua gravità.

Anche Dante è stato, a più riprese, oggetto di letture censorie o richieste di limitazione didattica per alcuni canti dell’Inferno, accusati di contenere elementi antisemiti, islamofobi o omofobi. Si pensi alla rappresentazione di Maometto o alla punizione dei sodomiti. Ma Dante non può essere letto come se fosse un editorialista contemporaneo. Era un uomo del Medioevo, immerso nella teologia, nella politica e nella mentalità del suo tempo.

Questo tipo di censura retrospettiva è profondamente fallimentare.

I fautori della cancel culture sostengono che modificare un termine offensivo serva a creare una società più inclusiva e a non ferire la sensibilità delle minoranze. È un’intenzione nobile, ma fallisce l’obiettivo perché ottiene l’effetto opposto. Se noi eliminiamo gli insulti razziali da un romanzo dell’Ottocento, o se nascondiamo i film che mostrano come i neri venivano visti e trattati negli anni ’40, non stiamo eliminando il razzismo: stiamo eliminando le prove che il razzismo sia esistito. Rendere il passato invisibile produce una amnesia collettiva e, paradossalmente, rende più difficile riconoscere e combattere le discriminazioni di oggi. Questo sistema tradisce i fondamenti stessi della disciplina storica e del suo metodo di studio finalizzato alla lettura e comprensione.

Quando guardiamo un vecchio film, leggiamo un romanzo di un’altra epoca o studiamo un personaggio storico, può capitarci di pensare: “Meno male che oggi non ragioniamo più così”. Ma per poterlo dire, bisogna conoscere il mondo che lo ha prodotto. Per migliorare davvero la società ed evitare di ripetere gli errori del passato occorre sapere da dove siamo partiti.

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