Ci lamentiamo del caldo, che ogni estate sembra aumentare. Le città sono forni, le case diventano serre, le notti non concedono tregua.
Eppure, c’è una causa importante del riscaldamento globale che nessuno sembra voler affrontare. Forse perché ormai è considerata un diritto al quale nessuno vuole rinunciare. Preferiamo quindi utilizzarla senza farci troppe domande.
I giornalisti annunciano con tono grave che stiamo vivendo l’anno più caldo di sempre, rinchiusi in studi televisivi ben raffreddati. Politici, climatologi ed esperti si riuniscono in sale perfettamente climatizzate per discutere di riscaldamento globale. Influencer e cittadini online si indignano contro i negazionisti del cambiamento climatico, digitando sulla tastiera dei loro computer, seduti sotto il getto d’aria fresca dei condizionatori. Le aziende pubblicano solenni dichiarazioni sulla sostenibilità, mentre mantengono uffici e sale riunioni a temperature da reparto frigorifero.
Così l’elefante resta indisturbato nella stanza.
Più il pianeta si scalda, più usiamo i condizionatori; più usiamo i condizionatori, più il pianeta si scalda. Un perfetto circolo vizioso che preferiamo ignorare. L’uso massiccio dei condizionatori incide in modo significativo sul clima. I condizionatori non distruggono il calore: lo spostano dall’interno delle case verso l’esterno. L’impatto è immediato e tangibile. Le unità esterne soffiano costantemente aria bollente in strada. Nelle grandi città, l’uso simultaneo di milioni di condizionatori durante le notti estive può innalzare la temperatura dell’aria esterna circostante anche di 1 °C o 2 °C. Questo calore extra viene intrappolato dall’asfalto e dal cemento, impedendo alla città di rinfrescarsi durante la notte.
A livello planetario il danno è doppio: i condizionatori alimentano il riscaldamento globale con un consumo enorme di energia elettrica che, se prodotta bruciando combustibili fossili, immette in atmosfera tonnellate di nuova anidride carbonica. Inoltre, molti apparecchi utilizzano gas refrigeranti dal forte potere climalterante, pericolosi in caso di perdite o smaltimento scorretto.
Si sente spesso dire che lo scopo è proteggere le categorie più fragili perché per loro l’aria condizionata può essere indispensabile e perfino salvavita durante le ondate di calore. Ma se fosse così, l’aria condizionata verrebbe limitata solo a contesti specifici. Invece, è ormai diffusa ovunque, benché un adulto sano, in un ambiente naturale e ventilato, sia perfettamente in grado di tollerare il caldo.
La verità è che non vogliamo mettere in discussione il nostro modello sociale. Molto meglio discutere di automobili elettriche, pannelli solari, pale eoliche, carburanti alternativi e condizionatori sempre più efficienti. Tutte soluzioni rassicuranti che promettono di lasciarci vivere esattamente come prima.
Il mercato e l’organizzazione del lavoro moderno richiedono la massima produttività 12 mesi all’anno, a ritmi standardizzati. Negozi, centri commerciali, ristoranti e hotel utilizzano l’aria condizionata come leva commerciale. Un locale non climatizzato in estate perde clienti a vantaggio della concorrenza. Nelle città d’arte, l’intero settore turistico estivo collasserebbe se alberghi e musei non potessero garantire ambienti freschi ai visitatori.
La società moderna ha scelto di dare priorità alla continuità economica e al comfort individuale rispetto alla limitazione dei consumi energetici.
Fino agli anni ’80 e ’90, il condizionatore era considerato un bene di lusso. Con la produzione di massa, i prezzi dei dispositivi sono crollati, trasformando questa tecnologia in uno standard di consumo accessibile a quasi tutta la popolazione. Quando una tecnologia che migliora il comfort diventa economica, la società tende ad adottarla universalmente, ridefinendo la soglia di ciò che considera “tollerabile”.
Occorre considerare però che lo sbalzo termico continuo sabota i meccanismi naturali di difesa del corpo. Quando si passa frequentemente dai 22 °C di un negozio ai 38 °C della strada, il corpo subisce un vero e proprio shock termico.
Il sistema di termoregolazione del corpo umano (gestito dall’ipotalamo) ha bisogno di tempo — giorni o settimane — per adattarsi a una temperatura stabile. Se lo stimoli continuamente con segnali opposti non riesce più ad autoregolarsi. Con il freddo, i vasi sanguigni si restringono per non disperdere calore. Quando esci all’improvviso sotto il sole, devono allargarsi di colpo per dissipare il caldo. Questo sbalzo repentino può causare cali di pressione, vertigini e senso di spossatezza. La percezione del calore esterno è molto più violenta e soffocante. Inoltre, gli sbalzi continui di temperatura e umidità irritano le mucose respiratorie, rendendole più vulnerabili a infiammazioni, colpi d’aria, bronchiti ed estenuanti “raffreddori da aria condizionata”.
Si dovrebbe tornare a ritmi più naturali durante i mesi caldi, come una volta.
Nelle ore centrali della giornata si abbassavano le serrande, le attività si fermavano, si riposava. La “siesta” non era un vizio, ma una necessità biologica di sopravvivenza per non collassare. Il lavoro riprendeva più tardi, quando il sole diventava meno feroce. Non si pretendeva che il corpo umano mantenesse la stessa produttività alle tre del pomeriggio di agosto e alle dieci del mattino di aprile.
Un tempo, anche le case sapevano difendersi dal caldo. Ricordo ancora la sensazione quando entravi negli androni dei palazzi dell’Ottocento in piena estate: sembrava ci fosse l’aria condizionata anche se non c’era. I muri erano massicci, i soffitti alti, c’erano cortili, ombra, pietra, ventilazione e finestre ben posizionate. C’era un’architettura che conosceva il clima e non pretendeva di sconfiggerlo con una macchina.
Ma investire nell’isolamento, nell’orientamento degli edifici, nelle schermature solari e nei materiali di qualità richiede progettazione, lungimiranza e costi iniziali. Installare un condizionatore è più rapido.
Oggi i ritmi economici richiedono produttività costante a prescindere dal meteo. La nostra società non ammette che una stagione possa interferire con la produzione, il commercio o il rendimento. Gli uffici devono rimanere operativi, i negozi e i centri commerciali aperti, i computer accesi e i lavoratori efficienti.
Mettere davvero in discussione l’aria condizionata sarebbe troppo scomodo. Significherebbe interrogarsi sull’organizzazione del lavoro, sulla qualità degli edifici, sulla struttura delle città, sugli orari commerciali.
La transizione ecologica ci piace soprattutto quando non pretende una transizione delle nostre abitudini. È molto più semplice installare un condizionatore che riorganizzare il lavoro.
Insomma…salvare il pianeta, sì, ma senza sudare.