IL PASSATO SMEMORATO

Ci sono nazioni, partiti e identità politiche oggi ritenuti virtuosi, progressisti, civili, persino moralmente superiori, che spesso hanno costruito la loro reputazione morale su ciò che hanno scelto di accantonare.

Partiamo dalla Francia. Avendo studiato la storia francese in scuole francesi, mi sono resa conto che, nella difesa della propria immagine pubblica, i francesi riescono a raggiungere livelli insuperabili. Libri e insegnanti non raccontano semplicemente la storia: la modellano. Guidati da un incrollabile sentimento patriottico, costruiscono una scenografia in cui le luci sono orientate principalmente sugli aspetti positivi mentre lasciano opportunamente fuori campo le zone d’ombra.

Sono soliti rinfacciare alla Germania e all’Italia le leggi razziali, l’antisemitismo e l’Olocausto. Molto meno solerti, invece, quando si tratta di ricordare che la persecuzione degli ebrei trovò anche in Francia leggi, uffici, timbri, funzionari, poliziotti e collaboratori zelanti.

Domina il mito di una Francia resistente, incarnata da De Gaulle, mentre il regime di Vichy è presentato come un incidente di percorso, una deviazione, una specie di malinteso politico dovuto alla guerra. Peccato che Vichy fosse un regime francese, guidato da un maresciallo francese, sostenuto da apparati francesi, amministrato da funzionari francesi. Non fu una parentesi imposta dall’occupante, ma un regime francese che scelse di collaborare, discriminare, arrestare e consegnare migliaia di persone alla macchina dello sterminio nazista.

Promulgò leggi antiebraiche, escluse gli ebrei da professioni e incarichi pubblici, mise la macchina amministrativa e di polizia al servizio della persecuzione. La retata del Vel d’Hiv, nel luglio 1942, resta uno degli episodi più terribili: migliaia di ebrei furono arrestati a Parigi e dintorni dalla polizia francese, tra cui molti bambini, e poi avviati alla deportazione. A eseguire gli arresti non furono i tedeschi, ma la polizia francese.

La Resistenza francese è esistita, certo, ma è esistita anche la Francia collaborazionista. Il problema nasce quando la prima occupa tutto il palcoscenico e la seconda viene trattata come una comparsa imbarazzante, da far uscire di scena prima che il pubblico se ne accorga.

In pratica, l’opposto di quanto accade nel nostro paese dove, per una curiosa inclinazione all’autodenigrazione, gli italiani sono più solerti nel mettere in luce i lati negativi e le colpe della nostra nazione che nel ricordarne i meriti.

Attraversiamo l’Atlantico per curiosare negli archivi storici degli Stati Uniti, dove la memoria politica è spesso ancora più acrobatica. Oggi, nel discorso pubblico nazionale e internazionale, domina l’idea che il Partito Repubblicano incarni l’America razzista.

Ma anche qui la memoria, se vuole essere onesta, dovrebbe fare un passo indietro. Il Partito Repubblicano nacque nell’Ottocento come forza antischiavista. Fu il partito di Abraham Lincoln, quello che guidò la battaglia politica contro l’espansione della schiavitù e che, durante la Ricostruzione, sostenne l’integrazione civile e politica degli ex schiavi.

Per una lunga fase della storia americana, il razzismo istituzionale fu legato soprattutto al Partito Democratico del Sud. Furono ambienti democratici meridionali a difendere la segregazione, a sostenere le leggi Jim Crow, a opporsi violentemente all’integrazione. Il Ku Klux Klan nacque nel 1865 da ex veterani confederati che erano ostili alla libertà dei neri appena emancipati e sostenevano il sistema economico basato sulla schiavitù. E ancora negli anni Sessanta, molti Democratici del Sud si opposero con durezza alle grandi leggi sui diritti civili.

Oggi, i Democratici si ergono a paladini dell’antirazzismo e accusano i Repubblicani di razzismo. In realtà, i due partiti propongono due approcci diversi per arrivare, nelle intenzioni dichiarate, allo stesso risultato: una società più equa, coesa e unita. E, paradossalmente, sono i repubblicani ad essere più vicini all’ideale di Martin Luther King: una società color-blind (cieca al colore della pelle).

“Sogno che un giorno i cittadini non siano giudicati per il colore della loro pelle, ma per la qualità del loro carattere”: è questa l’immagine più potente consegnata al mondo da King, nel suo celebre discorso I have a dream.

Per decenni questo ideale è sembrato rappresentare l’approdo più alto dell’antirazzismo. Oggi, è diventato soprattutto una bandiera conservatrice. La tesi repubblicana nasce dalla convinzione che la società americana non dovrebbe essere divisa in categorie razziali: una diversa pigmentazione non dovrebbe implicare un giudizio morale, un destino sociale o un valore umano, e nessuno dovrebbe essere favorito o penalizzato in base al colore della pelle.

È una posizione vicina a quella del grande attore Morgan Freeman, che ha dichiarato: “Il modo migliore di combattere il razzismo è smettere di parlarne”. Una visione condivisa da molte persone di colore. Perché se ogni ingiustizia o difficoltà che riguarda la comunità nera viene ricondotta automaticamente al razzismo, il rischio è quello di accentuare le divisioni e alimentare rabbia e rancore.

I democratici, al contrario, ritengono questo approccio ingenuo, ipocrita e lo accusano addirittura di essere razzista. Dire “non vedo il colore”, secondo la cultura progressista, significherebbe ignorare le disuguaglianze ancora presenti. “Vogliono cancellare la parola “nero” quindi vogliono cancellare la comunità nera” hanno dichiarato gli attivisti progressisti.

La tesi democratica viene definita race-conscious, cioè “consapevole della razza”. Secondo questa visione, non si può ignorare il colore della pelle perché il passato ha lasciato ferite profonde. La schiavitù, la segregazione, le discriminazioni nel lavoro, nella scuola, nella giustizia hanno prodotto conseguenze visibili ancora oggi. I progressisti sostengono quindi che, per riparare quelle ferite, bisogna tener conto soprattutto della razza. Da qui nascono le politiche di affirmative action, le quote, i programmi DEI — Diversità, Equità e Inclusione — e più in generale l’idea che alcune categorie debbano ricevere vantaggi particolari perché storicamente svantaggiate.

Queste posizioni contrapposte sono alla base di una delle fratture culturali più profonde di quella nazione.

Torniamo in Europa. A sorprenderci ancora di più è la Svezia, che nell’immaginario collettivo evoca welfare, civiltà, diritti, uguaglianza, efficienza. Eppure, anche lì, dietro l’immagine rassicurante dei mobili componibili e della giustizia sociale, troviamo una pagina tutt’altro che edificante.

Per decenni, la Svezia praticò politiche di sterilizzazione forzata o coercitiva, giustificate in nome dell’eugenetica, della salute pubblica e dell’ordine sociale. Migliaia di persone — spesso donne, poveri, disabili, persone considerate inadatte o socialmente problematiche — furono private della possibilità di avere figli. Non in un Medioevo remoto, non in una dittatura tropicale dimenticata, ma nel cuore della civilissima Scandinavia del Novecento.

È un esempio particolarmente istruttivo perché incrina una delle convinzioni più rassicuranti del nostro tempo: che progresso ed efficienza coincidano sempre con umanità.

Parliamo ora della Svizzera, un Paese dove tutto sembra funzionare con la puntualità di un orologio e la discrezione di un conto cifrato: ordine, precisione, neutralità, efficienza. Un’immagine quasi impeccabile, almeno finché non si ricorda che la democrazia svizzera ha dimenticato, fino a tempi piuttosto recenti, metà della sua popolazione.

Le donne svizzere ottennero il diritto di voto a livello federale solo nel 1971. Non nel 1871: nel 1971. Quando in Italia il suffragio femminile era già realtà da venticinque anni, in Svizzera le cittadine erano ancora in attesa che i cittadini decidessero se concedere loro la piena cittadinanza politica.

La democrazia diretta, in questo caso, ebbe un dettaglio paradossale: a votare sull’opportunità che le donne votassero o meno furono gli uomini.

E non finì nemmeno lì. Nel cantone di Appenzell Interno il voto femminile a livello cantonale arrivò solo nel 1990, per decisione del Tribunale federale. Nel 1990 erano già caduti il Muro di Berlino e molti regimi comunisti dell’Est europeo vacillavano. In un cantone svizzero, invece, resisteva ancora l’idea che le donne non potessero partecipare pienamente alla vita politica locale.

Infine la Gran Bretagna, che ama raccontarsi come patria del parlamentarismo, della libertà, dell’abolizionismo, della civiltà giuridica. La memoria britannica tende spesso a fermarsi proprio nel punto più comodo: quello in cui Londra si mette il mantello dell’eroe abolizionista.

Prima di abolire la schiavitù, però, la Gran Bretagna ne trasse enormi profitti. Il commercio atlantico degli schiavi contribuì alla sua potenza economica, commerciale e imperiale. E quando la schiavitù venne abolita nelle colonie, il risarcimento non andò agli schiavi liberati, ma ai proprietari di schiavi, compensati per la perdita della loro “proprietà”. È una di quelle raffinatezze morali che solo gli imperi sanno produrre: proclamarsi giusti e risarcire chi aveva schiavizzato esseri umani.

Ogni nazione, ogni partito, ogni identità politica cerca di costruire una propria autobiografia moralmente ineccepibile: i francesi resistenti, gli americani liberatori, i Democratici antirazzisti, gli svedesi umanitari per definizione, gli svizzeri democratici per natura, gli inglesi abolizionisti per vocazione.

Sono narrazioni che contengono pezzi di verità, ma lasciano fuori ciò che disturberebbe la versione edulcorata del passato. La memoria collettiva viene così ridotta a una galleria di etichette semplificate: alcuni popoli sempre dalla parte giusta, altri sempre dalla parte sbagliata; alcuni partiti condannati per definizione, altri assolti in partenza. Un mondo diviso in buoni e cattivi, senza tener conto della complessità della storia umana.

Ma ripercorrere il passato non dovrebbe servire a distribuire medaglie permanenti né condanne ereditarie. Dovrebbe servire a capire come certi errori siano stati possibili e quali meccanismi li abbiano prodotti. Se gli errori vengono nascosti, attenuati o attribuiti sempre a qualcun altro, il passato smette di essere una lezione e diventa una scenografia costruita a posteriori.

La responsabilità di chi insegna è enorme: raccontare il passato adattandolo a un’ideologia, a una narrazione comoda o al ritratto che un Paese, un partito o una comunità vogliono dare di sé significa abdicare al proprio ruolo educativo.  Anziché trasmettere verità precostituite, chi ha il compito di formare individui consapevoli dovrebbe avere il coraggio di porsi — e di porre — ogni tanto una domanda: “Stiamo forse dimenticando qualcosa?”

Lascia un commento