Psicologia dell’autodenigratore

Gli italiani hanno la triste abitudine di denigrare il proprio paese, specie quando si trovano all’estero, e di ammirare tutto ciò che è straniero. Questo, probabilmente, è frutto di un atavico senso di inferiorità che trova origine nei secoli di dominazione straniera in cui la sopravvivenza del singolo era determinata dalla sua capacità di lodare e di compiacere l’invasore.

Ma è più di un secolo che l’Italia si è liberata dagli oppressori quindi cosa spinge ancora la maggioranza degli italiani a parlare male del proprio paese?

Il principale intento del denigratore è quello di differenziarsi dal contesto in cui vive e convincere il proprio interlocutore di essere diverso e di non volersi identificare in quel gruppo.

Il desiderio di estraniarsi dalla propria nazione di appartenenza deriva dal timore che l’altro ne abbia una pessima impressione, anche se non la esprime apertamente, e che potrebbe estendere il giudizio negativo anche a lui.

In poche parole, molti italiani tendono a criticare la propria nazione e i propri connazionali per far capire di essere diversi da loro, sperando così di evitare di venire essi stessi scherniti o umiliati.

Questo, però, presuppone la convinzione di appartenere ad una nazione inferiore che merita il biasimo e il disprezzo degli altri.

Ora tutte le nazioni, come gli individui, hanno pregi e difetti. Non esiste una nazione dove “non funziona niente” così come non esiste una nazione perfetta.

Perché, quindi, alcuni individui maturano la convinzione di appartenere ad un gruppo elitario mentre altri sono convinti di essere gli “ultimi della classe”?

E’chiaro che queste convinzioni vengono inculcate fin dall’infanzia e diventano parte integrante del proprio modo di pensare e di sentire.

Se un bambino riceve scarsa considerazione dai genitori o dall’ambiente in cui vive, se gli viene ripetuto che non è capace di fare niente, se non viene mai lodato e i suoi sforzi non vengono mai apprezzati, crescerà insicuro e pieno di complessi. Allo stesso modo il bambino può provare insicurezza e senso di inferiorità nei confronti dei propri compagni se appartiene ad una famiglia meno agiata oppure considerata per qualche motivo inferiore; molti figli di emigrati rinnegano le proprie origini per timore di essere discriminati.

L’Italia ha subito una sistematica svalutazione nei secoli e gli italiani sono stati duramente criticati.

Molte volte questo era dovuto al tentativo di altre nazioni di salvaguardare la propria immagine. Così persino l’Impero Romano, che tanti popoli aveva sconfitto e sottomesso, viene spesso studiato all’estero nel suo aspetto più deteriore e molti studenti stranieri ne ricordano principalmente la corruzione, la decadenza dei costumi, l’immoralità, la prepotenza militare, la crudeltà verso gli schiavi e gli spettacoli sanguinari, dimenticando che a quei tempi tutti gli altri popoli erano barbari dediti a ben peggiori brutalità.

Pochi si rendono conto, ad esempio, che Asterix è una brillante operazione di sciovinismo francese per esaltare i Gaulois e mettere in cattiva luce gli antichi Romani che li avevano conquistati.

Allo stesso modo, difficilmente troverete in un libro di storia inglese l’ammissione di crudeltà verso gli abitanti delle numerose colonie assoggettate. L’immagine che prospettano è quella di una grande nazione che è andata a portare civiltà in quelle terre dimenticate che poi, ingrate, si sono ribellate ai loro benefattori. Questo crea nei ragazzi l’orgoglio di appartenere ad una nazione dedita al bene e  alla generosità verso gli altri popoli. Persino la spietatezza di re Enrico VIII viene stemperata dal suo coraggio di essersi ribellato alla Chiesa di Roma, corrotta e tiranna.

La maggior parte dei popoli tende a riscrivere la storia a proprio vantaggio e a capovolgere così la percezione della realtà. Non dimentichiamoci di come gli americani sono riusciti a trasmettere, attraverso il cinema, un’immagine feroce dei poveri indiani d’America, finché qualche timida voce si è levata per dire la verità sullo sterminio e il massacro di quelle popolazioni.

E proprio il cinema ha contribuito a danneggiare irrimediabilmente l’immagine degli italiani agli occhi del mondo.

Da un lato il nostro paese era erede di una lunga tradizione di patria dell’arte, della musica colta, dell’archeologia.

In concomitanza con l’immagine positiva e quasi mitica dell’Italia, in seguito all’irruzione delle massicce correnti migratorie provenienti dal nostro paese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si fece strada rapidamente una immagine totalmente negativa perché comportarono, purtroppo, “l’esportazione” di un fenomeno tutto italiano: la mafia.

La maggior parte dei delinquenti in fuga, che lasciavano la Sicilia, puntava verso il nord America.

In realtà, gli USA di inizio ‘900 avevano in comune con la Sicilia una società dove regnava una dilagante collusione tra malviventi, poliziotti ed esponenti politici; la legge del più violento aveva la meglio nei confronti di istituzioni dall’esiguo spessore.

La mafia italiana riuscì in questo contesto a trapiantare in blocco il suo “sistema”, grazie al tessuto già fortemente corrotto. Un intero “ Stato ombra “ vide la luce oltre oceano, dove le cosche dalla Sicilia riuscirono ad impiantare i sistemi violenti, costruire gli agganci per le protezioni politiche con i potenti del posto e le collusioni con stampa e polizia.

Di conseguenza, anche se molti italiani onesti si dimostrarono tra i più attivi, si istruirono, comprarono o affittarono case, lottarono per conquistarsi un futuro diverso dalla miseria vissuta in patria, la reputazione degli italiani ne risultò fortemente danneggiata.

Attraverso il cinema lo stereotipo negativo dell’immigrato italiano venne diffuso nel mondo e finì col far identificare quasi tutti gli italiani con le organizzazioni criminali.

Gli italiani, negli Stati Uniti ma anche negli altri paesi in cui erano emigrati, diventarono i principali bersagli di una dilagante xenofobia; erano i primi ad essere accusati di qualsiasi misfatto, di qualsiasi losco malaffare, considerati tutti mafiosi, facili alle risse e all’uso del coltello. Molti connazionali furono percossi, ingiuriati, arrestati e uccisi solo perché italiani; Sacco e Vanzetti ne furono l’esempio più clamoroso.

Poi ci fu il ventennio fascista.

In quel particolare periodo storico ci fu un rigurgito di nazionalismo che interessò tutti i paesi europei e non solo l’Italia. Mussolini voleva fortemente riscattare l’immagine dell’Italia, intento che ritroviamo in molti dei suoi discorsi: “L’Italia esiste e rivendica pienamente il diritto di esistere nel mondo” “Se la bandiera della Nazione é rispettata, anche gli operai che appartengono a quella Nazione saranno rispettati”, “Noi vogliamo che l’Italia sia grande, sia sicura, sia temuta!”

Probabilmente è per questo motivo, che dopo la guerra, molti italiani identificarono il patriottismo con il fascismo e a tutt’oggi molti lo considerano un atteggiamento “di destra”.

Di conseguenza, criticare il proprio paese e non essere patriottici diventa per molti italiani anche un modo per rivendicare l’appartenenza ad un credo politico, per distinguersi dai “fascisti” il cui solo nome evoca vergogna e ribrezzo.

Gli altri popoli, non avendo avuto motivi per rinnegare il proprio passato, hanno conservato quello spirito patriottico tramandandolo di generazione in generazione.

Ma occorre considerare anche un’altra caratteristica tipica del popolo italiano che di volta in volta viene definita: campanilismo, individualismo, mancanza di senso civico.

Questa caratteristica è stata individuata e studiata dall’antropologo americano Edward Banfield che ha coniato un termine per identificarla:  “familismo amorale”.

“Banfield descrisse il comportamento degli abitanti di Chiaromonte, un piccolo paese della Basilicata, a cui fu dato il nome fittizio di Montegrano, e ne dedusse che l’estrema arretratezza di questo paesino era dovuta “all’incapacità degli abitanti di agire insieme per il bene comune o per qualsivoglia fine che trascendesse l’interesse immediato del proprio nucleo famigliare”. Ciò che particolarmente colpì lo studioso americano fu la quasi completa assenza di vita associativa e l’estrema frammentazione del tessuto sociale se confrontata con quella di una tipica cittadina americana dell’Utah, St. George, dove l’antropologo aveva appena concluso uno studio sociologico.

Per Banfield, gli abitanti di Montegrano, erano totalmente incapaci di unirsi e cooperare per far nascere scuole, ospedali, imprese o qualsivoglia forma di vita sociale organizzata e di pubblico interesse. Egli sosteneva che, all’origine di quest’anomalia sociale, dovuta alla diffusa sfiducia istituzionale, assenza di spirito civico, mancanza di competenza e partecipazione politica, vi fosse un elemento eminentemente culturale e morale, un ethos tradizionale fissato nelle abitudini e nei costumi secolari della popolazione. Questo ethos, lo chiamò “familismo amorale” e lo riassunse così: “Massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare e supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo”.

I familisti di Montegrano, non erano solo diffidenti verso i vicini, gli amici e verso qualunque forma di cooperazione, d’associazione e d’iniziativa pubblica, ma anche verso gli altri parenti che consideravano in competizione per l’acquisizione di risorse scarse. “

Questa caratteristica tutta italiana si evidenzia non solo nell’ambito familiare ma anche tra gli appartenenti a qualunque gruppo o fazione. I membri e i simpatizzanti di un partito politico, ad esempio, pur di distruggere i loro avversari e prevalere, non esitano a gettare fango sull’intero paese, facendolo apparire peggiore di quanto non sia in realtà. Questo fenomeno non accade in altre nazioni dove i cittadini, nei momenti critici e dinanzi all’opinione pubblica straniera, si stringono attorno alle loro istituzioni e a chi le rappresenta anche se non ne hanno una buona opinione o hanno vedute divergenti.

I comportamenti autolesionisti e auto-denigratori sopra elencati si riscontrano purtroppo nella maggior parte dei cittadini italiani, spesso senza che essi stessi ne siano consapevoli. Molti, anzi, asseriscono in buona fede di amare l’Italia e sostengono che la criticano nella speranza di migliorarla. Ma,in realtà, chi ama difficilmente riesce a vedere i difetti del proprio amato e se inizia a disapprovarlo sperando di cambiarlo significa che l’amore è finito, oppure che non c’è mai stato.

Il problema maggiore è che questa visione prevalentemente negativa dell’Italia è radicata anche in chi ha il compito di plasmare l’opinione pubblica e in chi dovrebbe educare e formare le nuove generazioni. Basta aprire un giornale o un libro di testo per rilevare innumerevoli esempi di detrazione del nostro paese; ne cito uno trovato in un libro di testo di grammatica italiana destinato a studenti stranieri in cui nell’esercizio di traduzione c’erano frasi come: “Incredibile! Il treno per Firenze questa volta è arrivato in orario!” . Potrebbe apparire una asserzione innocua ma frasi come queste contribuiscono ad alimentare l’immagine di una Italia cialtrona, arruffona, mafiosa, incapace di organizzarsi. Persino la pubblicità ricalca questa tendenza, come quella recente di George Clooney che fa realizzare una libreria da un artigiano locale e appena la tocca questa cade in pezzi; una stoccata davvero ingiusta verso i nostri eccellenti artigiani.

A peggiorare la situazione entrano in gioco gli interessi delle grandi potenze anglo-americane che dal dopoguerra hanno messo in atto una abile strategia mirata a mantenere l’Italia in una posizione di “eterna colonia”, un paese a sovranità più che limitata, invaso da basi NATO, con la fondamentale presenza di agenti angloamericani nei settori vitali della sicurezza e dell’informazione, culturalmente svuotato e sempre più americanizzato e, soprattutto, economicamente debole. Recentemente gli americani non hanno gradito in particolare il rilancio dell’Eni che negli ultimi anni ha conquistato posizioni privilegiate in Africa, suscitando l’invidia degli altri paesi UE, grazie al supporto a Gazprom-Eni, che, con il progetto energetico Southstream si va ampliando verso la Noc libica e la Sonatrach algerina in antitesi al progetto americano  Nabucco.

In questo conflitto occulto, abbiamo uno schieramento antinazionale che comprende varie forze oligarchiche ed uomini politici al servizio delle stesse, con centro strategico Fiat, Confindustria e le testate rispondenti a De Benedetti.

Quindi, chi attacca e critica il nostro paese oggi dà consapevolmente o inconsapevolmente man forte a chi ci vuole dominare, demolire le nostre eccellenze e svuotarci della nostra identità, e sarebbe auspicabile un rigurgito del patriottismo dimostrato dai nostri antenati per “respingere l’invasore”, ma forse in questo caso l’occupazione è stata talmente subdola e lenta da insinuarsi nel subconscio fino a radicarsi completamente nella concezione che hanno gli italiani del proprio paese.

Concludo con una considerazione di Joseph La Palombara, professore a Yale e in altre università americane:

“Alcune delle immagini degli italiani e dell’Italia che si incontrano all’estero sono negative. Molte di queste immagini sono anzi degli stereotipi, e anche molto radicati. A mio avviso l’Italia è tuttora indebitamente sovraccaricata di stereotipi negativi. Ciò dipende almeno in parte da due caratteristiche dell’Italia, e degli italiani, che altri popoli e paesi non possiedono, o almeno non in modo così estremo, direi quasi patologico. In primo luogo gli italiani, più che altri popoli, sono dediti all’autoflagellazione eccessiva. In secondo luogo – e anche in questo caso molto più di altri – gli italiani tendono a proiettare all’estero un’immagine di se stessi e del loro paese che corrobora i già abbondanti stereotipi negativi in circolazione sul conto dell’Italia… Io che sono italo-americano, voglio formulare espressamente il desiderio che per il futuro il quadro del paese venga dipinto a tinte meno fosche. E su questo punto, vorrei poter essere più ottimista di quanto possa sembrare dopo quanto ho detto. “

 

 

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