Una società color-blind: il sogno di Martin Luther King

“Sogno che un giorno i cittadini non siano giudicati per il colore della loro pelle, ma per la qualità del loro carattere”: è questa l’immagine più potente consegnata al mondo da Martin Luther King, nel suo celebre discorso I have a dream.

Per decenni questo ideale è sembrato rappresentare l’approdo più alto dell’antirazzismo. Oggi viene guardato addirittura con sospetto.

Una società color-blind non significa cieca alle differenze visibili, ma contraria all’idea che una diversa pigmentazione possa implicare un giudizio morale, un destino sociale o un valore umano. In una società davvero giusta, nessuno dovrebbe essere favorito o penalizzato in base al colore della pelle, che dovrebbe contare quanto quello degli occhi o dei capelli;  un semplice tratto estetico, non una categoria razziale.

Negli Stati Uniti i repubblicani sono spesso accusati di razzismo ma, paradossalmente, questo modello di società è diventato soprattutto una bandiera conservatrice mentre i democratici lo ritengono ingenuo, ipocrita e addirittura razzista. Dire “non vedo il colore”, secondo una certa cultura progressista, significherebbe ignorare le disuguaglianze ancora presenti.

Queste posizioni contrapposte sono alla base di una delle fratture culturali più profonde di quella nazione.

I Democratici contemporanei si ergono a paladini dell’antirazzismo, rivendicando il grande cambiamento politico del Novecento, quando il loro partito abbracciò la causa dei diritti civili.

Tuttavia, l’opinione pubblica, americana e straniera, tende spesso a dimenticare un dato storico importante: per una lunga fase della storia degli Stati Uniti, il razzismo istituzionale fu legato soprattutto al Partito Democratico. Fu infatti il partito legato al mantenimento della schiavitù e poi, dopo la Guerra Civile, alla resistenza contro l’integrazione degli ex schiavi nella vita civile e politica. Durante la Ricostruzione, furono ambienti del Sud democratico e nostalgico della Confederazione a sostenere, tollerare o alimentare molte forme di intimidazione contro i neri liberati e contro i repubblicani del Sud. Pochi sanno che furono ex veterani confederati democratici a creare il Ku Klux Klan, fondato nel 1865 con l’obiettivo di terrorizzare gli afroamericani e impedire loro di esercitare i diritti appena conquistati. Più tardi, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, furono ancora i Democratici del Sud a promuovere e mantenere gran parte del sistema segregazionista delle leggi note come “Jim Crow”. Il Partito Repubblicano, invece, nacque come forza abolizionista, legata alla figura di Abraham Lincoln.

Proprio questa evoluzione dimostra che nessun partito può arrogarsi il monopolio morale dell’antirazzismo. Le posizioni politiche devono essere giudicate per i loro effetti, non per l’etichetta di chi le sostiene.

Il nodo, allora, non è stabilire chi abbia più credenziali morali, ma capire quale modello favorisca davvero una società più giusta.

La tesi color-blind dei repubblicani consiste nella convinzione che per eliminare il razzismo bisogna smettere di usare la razza come categoria politica e sociale. Bisogna guardare l’individuo, non il gruppo. Bisogna premiare il merito, aiutare chi è in difficoltà, punire ogni discriminazione concreta, ma senza trasformare il colore della pelle in un’etichetta.

La tesi democratica viene definita invece race-conscious, cioè “consapevole della razza”. Secondo questa visione, non si può ignorare il colore della pelle perché il passato ha lasciato ferite profonde. La schiavitù, la segregazione, le discriminazioni nel lavoro, nella scuola, nella casa, nella giustizia hanno prodotto conseguenze visibili ancora oggi.

I progressisti sostengono quindi che, per riparare quelle ferite, bisogna tener conto soprattutto della razza. Da qui nascono le politiche di affirmative action, le quote, i programmi DEI — Diversità, Equità e Inclusione — e più in generale l’idea che alcune categorie debbano ricevere vantaggi particolari perché storicamente svantaggiate.

Ma siamo sicuri che continuare a parlare di razza sia il modo migliore per superare il razzismo?

Oppure, come sostiene Morgan Freeman, l’unico modo per superare il razzismo è smettere di parlarne?

Riaprire continuamente una ferita aiuta davvero a guarirla?

Se a un bambino, a un ragazzo, a una persona viene ripetuto continuamente che la sua identità principale è il colore della pelle, che il sistema è contro di lui, che il passato pesa sul suo destino, che la società lo guarderà sempre attraverso quella lente, non rischiamo di imprigionarlo proprio dentro la categoria da cui vorremmo liberarlo?

Non rischiamo di farlo sentire vittima e senza possibilità di riscatto?

Il ricordo delle ingiustizie non deve diventare una gabbia. Dobbiamo conoscere la storia, studiarla, raccontarla. Ma poi dobbiamo anche permettere alle persone di andare oltre. Di non essere definite per sempre da ciò che è accaduto ai loro antenati. Di non essere inchiodate a una ingiustizia come se fosse il centro immutabile della loro identità.

Il colore della pelle non deve diventare un destino già scritto.

Il problema è che quando lo Stato, la scuola, i media e la politica continuano a classificare le persone in base alla razza, quella categoria non scompare: si rafforza.

Se continuiamo a dire “bianchi”, “neri”, “ispanici”, “asiatici” come se fossero blocchi compatti, finiamo per guardare le persone non per ciò che sono, ma per il gruppo in cui le abbiamo inserite.

E questo è pericoloso.

Questo insistente richiamo all’orgoglio identitario rischia di creare distanze invece di avvicinare le persone. Impone a ogni individuo di scegliere da che parte stare, contrapponendosi alle altre.

È questo il paradosso: mentre un tempo si lottava per andare oltre le razze, oggi si rischia di lottare per rientrarci.

Una società giusta deve certamente aiutare chi parte da una condizione di svantaggio. Ma lo svantaggio non coincide automaticamente con il colore della pelle. Il degrado, l’indigenza non sono prerogative esclusive di una specifica etnia. Esistono bianchi poveri, neri benestanti, immigrati che riescono a emergere, minoranze svantaggiate, persone fragili in ogni gruppo umano.

Per questo gli interventi sociali dovrebbero guardare alla condizione concreta delle persone, non alla loro appartenenza razziale. In Italia, per esempio, il sistema delle borse di studio e delle agevolazioni basate sull’ISEE è più equo proprio perché considera la situazione economica della famiglia, indipendentemente dalla sua etnia.

C’è poi un aspetto psicologico da non trascurare. Quando a una persona viene ripetuto continuamente che la società è fallata, che gli ostacoli sono quasi insormontabili, che il suo destino è già scritto nella storia della sua razza, il rischio è che smetta di provarci, che interiorizzi  l’idea che  “Tanto non dipende da me”. E quando una persona smette di credere che le proprie azioni contino, perde la spinta a migliorarsi.

La storia ci insegna che spesso sono proprio le difficoltà a forgiare la volontà, la determinazione, il desiderio di riscatto. I nostri genitori, e prima ancora i nostri nonni, hanno ricostruito un Paese dopo la guerra. Spesso partivano da condizioni durissime, con pochi mezzi e poche certezze, ma avevano una spinta interiore fortissima: la convinzione che, attraverso il lavoro, lo studio, il sacrificio e la fiducia in sé stessi, fosse possibile migliorare la propria vita.

La vera uguaglianza non consiste nel distribuire privilegi o colpe in base al colore della pelle. Consiste nel rimuovere gli ostacoli concreti che impediscono alle persone di sviluppare il proprio talento. Consiste nell’aiutare chi è in difficoltà, qualunque sia la sua origine, e nel punire ogni discriminazione reale, senza crearne di nuove in senso opposto.

Martin Luther King non sognava una società in cui ciascuno fosse definito dalla propria categoria razziale. Sognava una società in cui il colore della pelle non fosse più il criterio attraverso cui giudicare il valore di un essere umano.

Quel sogno oggi appare più lontano che mai.

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