Appena ventiduenne, ancora studentessa universitaria, andai a lavorare per la Sudan Airways. Facevo la spola tra Khartoum e Port Sudan, dove mi fermavo per una settimana nel villaggio turistico di Arusa, sul Mar Rosso.
Ero sempre stata affascinata dall’Africa, fin da bambina, quando leggevo storie ambientate in quel continente e ascoltavo i racconti di mio padre, che era stato prigioniero di guerra in Etiopia. Sognavo quel cielo terso, quegli odori, quella vegetazione descritta nei libri e nei suoi ricordi: la natura al suo stato più puro.
I miei genitori e mio fratello erano preoccupati quando decisi di partire. All’epoca si parlava ancora della “tratta delle bianche” e io, ragazza bionda con gli occhi azzurri, potevo apparire una preda facile. C’erano poi il pericolo delle malattie, la malaria, la mancanza di strutture sanitarie adeguate. Ma io non volli sentire ragioni e partii.
Ricordo come fosse ieri il mio arrivo a Khartoum. Era proprio come l’avevo immaginata: le strade sterrate e impolverate, i bambini che giocavano all’aperto e inseguivano le poche auto di passaggio, il richiamo del muezzin all’alba. Giravo da sola per la città, visitavo i suk, facevo la spesa al mercato, e mai una volta ebbi la sensazione di essere in pericolo.
Se qualche giovane mi infastidiva — e per “infastidire” intendo una battuta, un complimento insistente — intervenivano subito gli uomini più anziani, invitandoli a lasciarmi in pace. Lo facevano con naturalezza, con un senso di protezione verso un’ospite straniera.
Ricordo con affetto quelle persone semplici, capaci di offrire quel poco che avevano con un sorriso; quei bambini che mi circondavano allegri e ridenti, spensierati come raramente avevo visto i nostri nelle città, pur cresciuti tra comodità e sicurezza. Si avvertiva un forte senso di comunità, insieme a un orgoglio antico e a una dignità profonda.
Chi ha vissuto o lavorato in un Paese africano probabilmente riconoscerà questa esperienza: l’incontro con comunità accoglienti, persone rispettose, gentili, legate a forti valori familiari e sociali.
Eppure, quando si leggono le cronache europee, la narrazione cambia radicalmente e nasce una generalizzazione pericolosa: l’idea che interi gruppi umani possano essere considerati inclini alla criminalità.
È quello che sta accadendo in questi giorni a Belfast, in Irlanda del Nord. Un uomo sudanese è stato accusato di una violenta aggressione con coltello, provocando una reazione che è andata ben oltre la legittima richiesta di giustizia. La rabbia si è riversata contro tutti gli immigrati: case incendiate, auto bruciate, famiglie straniere costrette a nascondersi, come se la responsabilità di un uomo potesse ricadere su tutti coloro che gli somigliano o che vengono dallo stesso continente.
Come si spiega questo cortocircuito? Com’è possibile che persone provenienti da culture spesso fondate sul rispetto, sulla famiglia e sulla comunità, una volta arrivate in Europa, finiscano per essere associate alla violenza, al degrado o alla criminalità?
La risposta non va cercata nell’etnia, né in una presunta inclinazione culturale alla violenza. Va cercata nella sociologia, nelle condizioni materiali, nella marginalità, nell’isolamento, nei fallimenti dell’integrazione. E, soprattutto, nella storia.
Esiste infatti un parallelo che ci riguarda da vicino: quello degli emigranti italiani negli anni Cinquanta e Sessanta, quando ad essere considerati “violenti” eravamo noi.
Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma poco più di sessant’anni fa centinaia di migliaia di italiani – soprattutto provenienti dalle regioni più povere del Mezzogiorno – lasciarono tutto per andare a lavorare nelle miniere di carbone in Belgio, nei cantieri in Svizzera o nelle fabbriche in Germania.
La stragrande maggioranza di loro era composta da lavoratori instancabili e onesti. Eppure, non furono accolti come oggi vengono percepiti gli italiani all’estero: portatori di bellezza, cultura, buona cucina, musica e valori familiari. Furono invece guardati con diffidenza. “Sporchi, rumorosi, ignoranti, violenti, mafiosi”: questi erano alcuni degli stereotipi che li accompagnavano. Bastava il crimine commesso da un italiano perché il sospetto si allargasse a tutti i suoi compatrioti. Bastava una rissa in una taverna, un arresto, un episodio di cronaca nera perché un’intera comunità venisse marchiata. Nei locali della Svizzera non era raro trovare cartelli con la scritta: “Vietato l’ingresso agli italiani e ai cani”. Nel 1970, l’iniziativa xenofoba Schwarzenbach in Svizzera arrivò a chiedere l’espulsione legale di oltre 200.000 lavoratori italiani che venivano descritti come “violenti, rissosi e inclini a delinquere”.
Gli uomini e le donne che sopportavano fatica, solitudine, umiliazioni, nostalgia, pur di mandare denaro a casa e costruire un futuro migliore per i figli erano invisibili. A diventare visibili erano gli altri: i pochi che finivano nelle cronache, quelli che litigavano, rubavano, si ubriacavano, cadevano nella marginalità o nella piccola criminalità. Ed erano loro, agli occhi di molti cittadini dei Paesi ospitanti, a rappresentare “gli italiani”.
È la legge crudele della percezione: una sola persona che delinque fa notizia, novantanove persone perbene no. I milioni di immigrati che lavorano regolarmente nell’agricoltura, nell’assistenza agli anziani, nella logistica, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti o nelle case delle nostre famiglie passano spesso inosservati. Il focus dei media e della politica si concentra quasi sempre sulla frazione che delinque, creando la convinzione che il problema sia culturale, etnico o addirittura biologico.
Qui entra in gioco un altro elemento decisivo: l’ignoranza, intesa non come colpa individuale, ma come mancanza di conoscenza diretta.
Negli anni Sessanta, la grande maggioranza dei cittadini svizzeri, belgi o tedeschi non era mai stata in Italia. Non conosceva davvero la cultura italiana, la bellezza delle sue città, la ricchezza delle sue tradizioni, la generosità della sua gente. Vedeva soltanto gli italiani che abitavano nei quartieri più poveri, nei dormitori, nei cantieri, nei luoghi della fatica e della marginalità. Così, il comportamento di quella piccola percentuale di immigrati che finiva nelle cronache nere diventava, agli occhi di molti autoctoni, l’unico metro di giudizio. Il marchio di “delinquente”, “rissoso”, “mafioso” si estendeva indiscriminatamente a tutti gli italiani.
Oggi assistiamo allo stesso meccanismo di generalizzazione. Molte persone in Europa non hanno mai messo piede nel continente africano e finiscono per confondere la criminalità nata dallo sradicamento, dall’isolamento e dalla marginalità sociale con la cultura d’origine di chi la commette.
Molti si stupiscono quando racconto la mia esperienza personale nei Paesi africani in cui ho vissuto e lavorato anche recentemente, dopo gli anni del Sudan. Ho camminato da sola per le strade di quelle città, anche di sera, senza mai percepire un reale pericolo, avvertendo invece intorno a me una naturale attitudine al rispetto e alla protezione verso gli stranieri. Oggi mia figlia vive e lavora in Ciad e mi restituisce impressioni molto simili: rapporti umani ancora fortemente radicati nella famiglia, nella dignità personale, nella solidarietà. Nei suoi racconti ritrovo la stessa Africa che avevo conosciuto da ragazza.
Per chi conosce, o immagina, l’Africa soltanto attraverso i telegiornali occidentali, questa realtà fatta di accoglienza, dignità e senso della comunità può apparire quasi incredibile. Ed è proprio su questa distanza tra realtà vissuta e realtà raccontata che la politica e l’informazione hanno una grande responsabilità.
Da destra come da sinistra, troppo spesso manca uno sguardo lucido e obiettivo. Da una parte c’è chi fa di tutta l’erba un fascio, trasforma ogni episodio di cronaca in una prova contro tutti i migranti e finisce per alimentare paura, rancore e odio collettivo. Dall’altra c’è chi, per reazione opposta, tende a minimizzare, a negare i problemi, a giustificare anche ciò che non può essere giustificato, come se riconoscere un crimine significasse automaticamente tradire i propri principi.
I cittadini si trovano così sospinti tra due estremi: l’ostilità indiscriminata e l’indulgenza ideologica. Diventa sempre più difficile mantenere una posizione equilibrata: chiedere sicurezza senza essere accusati di razzismo, difendere la dignità dei migranti senza chiudere gli occhi davanti ai reati, pretendere integrazione senza trasformare ogni difficoltà in una colpa collettiva. Eppure, proprio questa lucidità sarebbe necessaria.
Perché i problemi esistono. Sarebbe ingenuo negarlo. Esistono episodi di violenza, criminalità, degrado, illegalità. Esistono quartieri in cui l’integrazione è fallita, giovani senza prospettive, gruppi chiusi in cui la frustrazione si alimenta da sola. Esistono migranti che delinquono, così come commettevano reati alcuni emigranti italiani negli anni Sessanta. Negarlo non aiuta nessuno: non aiuta le vittime, non aiuta i cittadini che chiedono sicurezza, non aiuta nemmeno gli immigrati onesti, che sono i primi a pagare il prezzo del sospetto generalizzato.
Ma proprio perché questi problemi esistono, vanno capiti seriamente. Non liquidati con lo slogan opposto: “sono tutti criminali” o “non c’è nessun problema”.
Cosa legava gli italiani di allora agli immigrati africani di oggi? Non l’etnia, non la cultura, non una presunta natura violenta ma alcuni meccanismi sociali di vulnerabilità.
Il primo è la selezione dell’emigrazione. Chi ha una vita stabile, un buon lavoro, una casa, una rete familiare solida, raramente decide di abbandonare tutto. A partire sono spesso i più fragili o i più esposti: giovani uomini provenienti da contesti poveri, rurali o svantaggiati, talvolta con bassi livelli di istruzione, senza conoscenza della lingua del Paese di arrivo, senza strumenti per orientarsi in una società sconosciuta.
Non parte mai “un popolo” intero. Parte una parte specifica di quel popolo: quella che cerca una possibilità altrove perché nel proprio Paese non ne ha trovate.
Il secondo meccanismo è l’isolamento. Nel Paese d’origine, anche chi vive in condizioni difficili è spesso trattenuto da una rete invisibile ma potentissima: lo sguardo dei genitori, il rispetto degli anziani, il controllo della comunità, le norme sociali condivise, la vergogna di deludere chi ti conosce.
Quando si emigra, questa rete si spezza. I migranti vivono spesso in dormitori, alloggi sovraffollati, ambienti quasi esclusivamente maschili, ai margini delle città che li utilizzano come forza lavoro ma non sempre li rispettano come persone. Molti restano per anni in un limbo giuridico, senza lavoro regolare, senza stabilità, senza piena appartenenza, sospesi tra il Paese che hanno lasciato e quello che non li accoglie davvero.
In queste situazioni, la frustrazione non resta sempre un fatto individuale. Può diventare una dinamica di gruppo. Giovani uomini arrivati con aspettative enormi — spesso alimentate dai racconti, dalle immagini e dalle promesse di chi li ha spinti a partire — si ritrovano improvvisamente bloccati, respinti, senza prospettive reali. La delusione si trasforma allora in rabbia, e la rabbia, quando viene condivisa dentro gruppi chiusi, può alimentarsi a dismisura.
Ci si influenza a vicenda, ci si convince di essere stati ingannati, esclusi, umiliati. Il risentimento diventa linguaggio comune, la ribellione appare una forma di riscatto, il gesto illecito una prova di coraggio o di appartenenza. È così che alcuni giovani, invece di trovare nel gruppo un sostegno, finiscono per trovare una spinta alla sfida, alla trasgressione, talvolta alla violenza.
Non accade alla maggioranza. Ma accade abbastanza da diventare materia di cronaca. E la cronaca, quando non è accompagnata da contesto, si trasforma in pregiudizio.
Il terzo meccanismo è lo sfruttamento. Ieri come oggi, la vulnerabilità attira chi è pronto a usarla. Quando una persona non può accedere al mercato del lavoro legale, non conosce la lingua, non ha documenti, non ha una casa stabile e non ha una comunità che la protegga, diventa più facilmente preda di chi vuole sfruttarla.
Oggi molti migranti irregolari arrivano in Europa gravati dai debiti contratti con i trafficanti di esseri umani. Alcuni vengono intercettati dalla criminalità locale o internazionale, che offre denaro, appartenenza e una falsa protezione in cambio di obbedienza. Possono essere spinti allo spaccio, ai furti, al lavoro nero o ad altre forme di illegalità, talvolta anche sotto la minaccia di ritorsioni contro le famiglie rimaste nel Paese d’origine.
Questo non giustifica nulla. Ma aiuta a capire, non assolvere.
Chi commette un crimine deve essere giudicato e punito. La sicurezza è un diritto, la legalità è un dovere, e nessuna spiegazione sociologica può cancellare il dolore delle vittime. Ma una società civile deve saper fare entrambe le cose: punire chi sbaglia e rifiutare il marchio collettivo.
La colpa è individuale. Non può ricadere su un intero popolo, né trasformarsi in una licenza per odiare.
Oggi le comunità italiane in Svizzera, Germania e Belgio sono pienamente integrate. In molti casi sono considerate parte essenziale di quelle società, apprezzate per il lavoro, la cultura, la cucina, la creatività, la capacità di costruire legami. I pregiudizi degli anni Sessanta, che pure furono durissimi, sembrano ormai lontani, quasi cancellati dalla memoria collettiva.
Ma proprio per questo dovremmo ricordarli.
Dovremmo ricordare che anche noi siamo stati guardati con sospetto. Anche noi siamo stati ridotti a stereotipo. Anche noi siamo stati giudicati non per ciò che eravamo, ma per ciò che facevano alcuni.
Una società matura dovrebbe saper dire, nello stesso momento, che chi commette un crimine deve essere punito senza esitazioni e che nessun popolo può essere condannato per la colpa di un singolo. Dovrebbe saper difendere le vittime senza inventare nemici collettivi. Dovrebbe saper chiedere regole, controlli e responsabilità senza rinunciare alla giustizia, alla misura e alla verità.
La politica e l’informazione dovrebbero aiutare i cittadini a restare lucidi, non spingerli verso opposti fanatismi. Dovrebbero raccontare i fatti senza deformarli, chiedere di punire i colpevoli senza perseguitare gli innocenti, riconoscere i problemi senza trasformarli in pregiudizio.
Perché la civiltà di un Paese si misura anche da questo: dalla capacità di restare lucidi e obiettivi.