Covid: modello asociale e strategia del terrore

Senza polemica, vorrei davvero che qualcuno spiegasse come si fa a supporre che l’aumento dei contagi di ottobre sia dovuto all’allentamento delle misure durante l’estate. L’ho ha detto Galli e altri virologi, si legge in tutti i giornali e si sente ripetere dalla gente comune, ma non si capisce con quale criterio venga fatta questa affermazione. Come possono gli assembramenti di giugno, luglio e agosto aver causato un aumento dei contagi 3, 4 o persino 5 mesi dopo?

Considerando che il virus ha un periodo di incubazione massimo di 10 giorni e che si guarisce in media in 15 giorni se non ci sono complicazioni, chi è stato contagiato nei mesi da maggio ad agosto ha quindi esaurito il ciclo in 25 giorni, mettiamo anche un mese, e non contagia più. D’estate si facevano pochi tamponi ma si suppone che il virus circolasse, seppure con una carica virale più bassa, quindi aveva verosimilmente anche minore capacità di trasmissione. Poche persone manifestavano sintomi o necessitavano di terapia intensiva, ma si sapeva che il coronavirus non era scomparso; molti virologi ipotizzavano infatti che si sarebbe risvegliato con il calo delle temperature, come è successo. Inoltre, a partire da settembre si è data priorità al tracciamento dei positivi aumentando quasi di 10 volte il numero di tamponi effettuati, che hanno ovviamente fatto crescere parallelamente il numero di contagiati.

In questo caso, significa che prendere misure durante l’estate non avrebbe cambiato nulla e che abbiamo fatto bene a ritrovare gli affetti e gli amici, a goderci il mare e le vacanze senza pensare al Covid.

Oppure si vuole forse intendere che la gente si è disabituata durante l’estate a mantenere misure di distanziamento sociale e di conseguenza questi atteggiamenti imprudenti hanno favorito il diffondersi dell’epidemia ora che è arrivata la prevista seconda ondata?

Ma questo significherebbe che il modello di comportamento adottato per prevenire il contagio deve diventare la norma, anche quando non ci sono epidemie. In pratica, indossare la mascherina, mantenere le distanze dagli altri, evitare feste, cene e ricevimenti deve diventare un nuovo modo di vivere quotidiano?  

Colpevolizzare i cittadini – specie le nuove generazioni – incolpandoli di aver favorito l’attuale recrudescenza dei casi, avrà un prevedibile effetto psicologico; porterà le persone a non comportarsi più come prima anche in presenza di un nuovo rallentamento del virus, perché saranno comunque timorose di causare nuovamente una impennata dei contagi. Molti incoraggiano questo atteggiamento, ma ne capiscono la portata? La diffidenza verso l’altro, visto come possibile untore, potrebbe diventare un tratto permanente del nostro modo di rapportarci agli altri, un nuovo modello di vita sociale, o meglio asociale.

Il dubbio e la curiosità sono le qualità che hanno permesso all’essere umano di evolversi. Se non ci fosse chi ha esercitato l’uso critico della ragione oggi saremmo forse tutti terrapiattisti, se consideriamo che, prima di Copernico, per circa quattordici secoli la visione tolemaica della Terra non era mai stata messa in discussione. Certo, è più facile non farsi domande e affidarsi unicamente alle fonti ufficiali per informarsi ma non tutti riescono a mettere a tacere quella la vocina interna che segnala quando qualcosa non torna.

Personalmente ho sempre cercato di dare ascolto anche alle voci fuori dal coro. Voci non di personaggi eccentrici, di promotori delle scienze alternative, ma sempre di scienziati, di ricercatori dai solidissimi curricula, personaggi anche premiati con riconoscimenti prestigiosi, anche se oggi il loro essere controcorrente li ha portati ad essere ignorati, tacitati e persino insultati: dal Premio Nobel Montagnier al professor Robert Gallo, dal professor Tarro al professor Zangrillo, dal professor Clementi al dottor Bassetti. Non si tratta certo di complottisti, o di terrapiattisti: sono scienziati che lavorano in Istituti prestigiosi, che hanno alle spalle carriere significative.  

Tra le voci fuori dal coro c’è quella del professor Stefano Fais, dirigente dell’Istituto Superiore di Sanità, uno scienziato che svolge ricerche nel dipartimento di Oncologia molecolare e, per otto anni, è stato direttore della sezione Farmaci antitumorali, ha puntualizzato il suo pensiero sull’epidemia, che a suo avviso ha “diversi risvolti molto oscuri”. In particolare il professore è fortemente critico dell’uso politico che è stato fatto dell’epidemia. “C’è un pensiero politico, una strategia globale che non capisco perché ci sono argomenti di cui non si può mai parlare”.  

“Se si vuole pensare alla salute della gente perché terrorizzarla?” si domanda Fais, denunciando un uso strumentale della paura attraverso un certo tipo di comunicazione dei media che enfatizza il numero di nuovi casi. “C’è evidentemente qualcosa che non va quando si pubblica il numero di nuovi positivi al Coronavirus, e poi di fianco si mette il numero dei morti giornalieri. Si cerca di seminare il panico. “Chiunque abbia un po’ di senno e visione sa che la paura indebolisce e rende più fragili psicologicamente e moralmente, ma anche fisicamente. E’ un adiuvante per l’azione di altri virus, ma anche un alleato di patologie cardiache e purtroppo anche tumorali.

Il professore Fais rompe anche un altro muro di omertà di Stato: quella sull’efficienza dei tamponi diagnostici dell’infezione da Covid: “Potremo discutere anni sulla validità dei test in cui si risulta positivi. Nessuno, neanche del Comitato tecnico scientifico, ha posto dubbi su un esame che da una quantità abissale di falsi positivi e di falsi negativi”. Anche qui, si tratta di un segreto di Pulcinella: da tempo trapelano segnalazioni in merito alla validità dei test, e di conseguenza sulla realtà dei numeri dell’epidemia, ma non è stata ancora avviata alcuna iniziativa di inchiesta.

Il professor Fais dubita persino della libertà di espressione degli esperti che compongono le task force governative: “Io non so quanto questi esperti siano stati liberi, fino in fondo, di dire tutto quello che pensano – ha affermato. Evidentemente la politica è riuscita a condizionare con pressioni o con lusinghe anche la libertà di giudizio degli esperti.

Il conteggio dei morti solleva inoltre numerosi dubbi.

La Gran Bretagna ha ordinato venerdì una revisione urgente del modo in cui vengono conteggiate le morti per il coronavirus dopo che uno studio ha suggerito che le autorità sanitarie stanno sovrastimando il bilancio contando le persone che sono morte per altre patologie molto tempo dopo la guarigione dal Covid.

Qualcuno, questo dubbio lo aveva sollevato anche in Italia: possibile che nel pieno dell’emergenza Covid, tutti i decessi siano avvenuti a causa del coronavirus? I numeri, infatti, sembravano troppo alti, e qualche conto non tornava. E così è bastato spulciare un po’ meglio le cartelle cliniche e i dati per capire che non tutto era come sembrava. E continua a essere così. “Non importa di cosa si muore, se nella vita si è stati almeno una volta positivi al Covid, al momento del trapasso (per altre malattie, vecchiaia o incidenti stradali) si finirà nella casella delle vittime della pandemia”. Sembra incredibile, ma è vero. Ed è scritto nel bollettino della Protezione civile che spiega il singolare picco di morti del Veneto.

A raccontare tutto è Fabio Amendolara in un suo pezzo per La Verità. “Si trattava di pazienti contagiati dal virus nei mesi scorsi, nel frattempo negativizzatisi, ma che su indicazione del ministero della Sanità vanno registrati comunque come soggetti con infezione da Covid. Se nella prima fase dell’emergenza questa pratica poteva avere un senso, perché non si conosceva ancora la durata della malattia, questi criteri oggi rischiano di falsare tutte le statistiche. Per il ministero della Salute, quindi, tutti i positivi al virus (guariti compresi) deceduti per qualunque motivo vanno sommati al totale dei soggetti uccisi dalla pandemia. Un pasticcio statistico che spiega il picco del Veneto”.

Il bollettino con i dati del Veneto diffuso dalla Protezione civile mercoledì svela che nel conteggio dei decessi per coronavirus finiscono perfino i guariti e i negativizzati. Persone morte a casa loro, probabilmente per l’aggravarsi di patologie preesistenti. “Ma siccome nella loro storia clinica è presente il coronavirus, secondo il ministero della Salute devono sommarsi ai deceduti per Covid. Ora, paradossalmente, se un ex paziente Covid, magari asintomatico, si sfracella con l’auto contro un guard rail e muore il suo nome viene incluso, per volere del ministero della Salute, tra i decessi per coronavirus, andando a rimpolpare la già non esigua statistica”.

Seguendo questo principio, i 263.949 “casi accertati” in Veneto saranno in futuro tutti morti per coronavirus. Anche tra un anno, due, tre. Dall’ufficio stampa dell’Iss, contattato dalla Verità, dopo una veloce consultazione con gli esperti dell’Istituto, fanno sapere che “è una malattia ancora in fase di studio, che non si conoscono bene le conseguenze a lungo termine di questo virus e che i pazienti contagiati, seppur negativizzati, potrebbero morire dopo diverso tempo comunque per i danni causati dal coronavirus”. Questo è il motivo. E ora i dubbi sulla gestione dei numeri e della reale portata di questo virus non fanno che aumentare. Si attendono chiarimenti dal ministero.

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