Se vedete solo il colore della pelle, siete razzisti anche se vi proclamate antirazzisti

L’omicidio di Bakari Sako, bracciante di 35 anni originario del Mali, ucciso a Taranto il 9 maggio 2026, è stato immediatamente raccontato da una parte dei media come un episodio di razzismo. Non come un delitto feroce da ricostruire. Non come una tragedia da comprendere nei suoi fatti, nella sua dinamica, nelle sue responsabilità. Ma come un omicidio razziale.

La vittima era un uomo nero, migrante. E questo, per molti, è bastato.

Ma proprio questo automatismo è profondamente razzista. Perché presumere che una persona nera venga uccisa solo perché nera, senza prove precise, senza dichiarazioni degli aggressori, senza appartenenze ideologiche accertate, senza proclami razzisti, non è antirazzismo. È una forma terribilmente discriminatoria di guardare la realtà.

Significa ridurre una persona al colore della pelle. Significa decidere che ci sia per forza una matrice razziale quando una persona nera subisce un torto, un’aggressione, una violenza o persino un omicidio.

Ma un uomo nero può essere ucciso per mille ragioni terribili, assurde, criminali, esattamente come chiunque altro. L’ANSA ha riferito che tutto sarebbe nato da una discussione banale all’interno di un bar, e questo toglie forza alla narrazione di un gruppo partito con l’intenzione ideologica di andare “a caccia del nero”. Una lite degenerata in violenza brutale. Una dinamica di branco: crudeltà, vigliaccheria, violenza gratuita, degrado morale, criminalità. Il razzismo potrebbe esserci, certo. Ma per dirlo servono prove.

È come se, davanti a un omicidio, qualcuno concludesse immediatamente: “È stato ucciso perché aveva gli occhi verdi”. Una dichiarazione assurda ma anche terribilmente crudele: farebbe temere a tutte le persone con gli occhi verdi di essere automaticamente esposte a un pericolo, di poter diventare bersagli in quanto tali, di dover guardare il mondo con sospetto e paura.

Presumere senza prove che una persona nera sia stata uccisa perché nera non favorisce l’integrazione: la annulla. Trasforma il colore della pelle in una minaccia permanente, in un destino, in una condanna. E finisce per far sentire diversi proprio coloro che sostiene di voler proteggere.

Se gli assassini appartenessero dichiaratamente a gruppi razzisti, se avessero rivendicato l’odio contro i neri, se avessero espresso proclami, se fossero andati consapevolmente “a caccia del nero”, come hanno scritto alcuni giornali, allora sì: sarebbe doveroso parlare di crimine razzista. Ma in assenza di questi elementi, partire dal colore della pelle della vittima e costruirci sopra una certezza significa fare esattamente ciò che si dice di voler combattere: mettere la razza al centro di tutto.

È questo il rischio di un certo antirazzismo ideologico: convincere che ogni torto subìto da una persona di colore sia dovuto non alla sua persona, ma alla sua pelle non è un modo per proteggerla ma per separarla.  Perché ricordare continuamente a qualcuno che è diverso significa discriminare. Dirgli, magari con il tono della solidarietà, che il mondo lo guarderà sempre attraverso il colore della sua pelle significa discriminare. Convincerlo che ogni ostilità nasconda razzismo, che ogni difficoltà abbia una matrice razziale, che ogni ferita ricevuta sia il segno di un odio rivolto alla sua identità significa impedirgli di sentirsi semplicemente una persona tra altre persone.

Così non si aiuta l’integrazione; la si impedisce.

Nessun bambino nero o mulatto dovrebbe crescere sentendosi osservato prima di tutto come “un bambino di colore”. Nessun bambino dovrebbe imparare che la sua pelle viene prima del suo nome, del suo carattere, della sua intelligenza, della sua fragilità, dei suoi sogni. Nessun bambino dovrebbe sentirsi diverso, distinto dagli altri proprio da chi pretende di difenderlo.

L’integrazione non nasce dal sottolineare continuamente le differenze. Nasce dal riconoscere la persona prima della categoria. Nasce dal permettere a un nero, mulatto, bianco, asiatico, italiano o straniero di sentirsi semplicemente parte della stessa comunità. Nasce dal non trasformare ogni colore della pelle in un destino, ogni origine in una condanna, ogni episodio di violenza in una prova ideologica.

E invece una parte del discorso pubblico sembra avere bisogno del razzismo ancora prima di provarlo. Sembra cercarlo, evocarlo, imporlo come spiegazione automatica, perché è utile alla narrazione politica: crea indignazione, compatta un certo pubblico, produce consenso, permette a qualcuno di salire sul pulpito morale e dire: “Noi siamo dalla parte giusta”.

Ma la parte giusta non dovrebbe essere quella che strumentalizza una morte per ottenere attenzione, consenso o voti. La parte giusta dovrebbe essere quella che cerca la verità.

E la verità non può essere sostituita da un riflesso ideologico.

Bakari Sako è stato ucciso. Questo è il fatto tragico, enorme, insopportabile. Un uomo è morto. Una vita è stata spezzata. I responsabili dovranno rispondere di ciò che hanno fatto. Ma se non ci sono elementi sufficienti per dire che sia stato ucciso perché nero, allora affermarlo come certezza non è giustizia. È propaganda.

E la propaganda costruita su un morto, soprattutto quando si presenta con il volto dell’antirazzismo, è nauseante.

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