Il privilegio di potersi definire “come i detenuti di Auschwitz”

Il privilegio di potersi definire “come i detenuti di Auschwitz” per una notte al freddo senza che quasi nessuno trovi il coraggio di dire: “Ma vi rendete conto di quello che state dicendo?”

Flotilla, tornano in Italia altri sei attivisti: “Rimasti al freddo tutta la notte. Non ci aspettavamo una violenza di questo tipo” titola il Fatto Quotidiano.

Di fronte alla memoria di quello che Auschwitz è stato, alle sofferenze reali, alla tragedia concreta di milioni di persone, un minimo di pudore dovrebbe imporre il silenzio. Il pudore di non paragonare un arresto di pochi giorni e un’esperienza certamente spiacevole a un campo di sterminio. Il pudore di non trasformare sé stessi in martiri mentre nel mondo — e proprio tra le popolazioni che si dice di voler difendere — c’è chi subisce davvero fame, bombardamenti, lutti, prigionia e disperazione.

Ma possibile che chi si lamenta del disagio subito non si renda conto di apparire viziato, privilegiato, incapace di misurare la propria esperienza con la sofferenza vera?

Se provassero empatia per le persone che dicono di voler aiutare, se davvero riuscissero a sentire anche solo una parte del dolore di chi vive sotto le bombe, nella fame, nel lutto, nella paura e nella privazione quotidiana, si vergognerebbero. Si vergognerebbero di paragonare due giorni di arresto alla deportazione. Si vergognerebbero di usare simili parole per raccontare un disagio che, per quanto spiacevole, non ha nulla a che vedere con la sofferenza estrema di chi non ha scelta, non ha protezione, non ha una casa sicura in cui tornare. Questi sono i rappresentanti di una generazione che ha conosciuto solo diritti, tutele, privilegio e benessere. Sono persone che avrebbero il coraggio di lamentarsi per un’unghia incarnita davanti a un malato terminale. Ed è sconcertante che simili narrazioni vengano persino accolte con commozione da migliaia di persone, forse incapaci a loro volta di distinguere tra un disagio passeggero e la sofferenza estrema di chi non ha voce, non ha protezione, non ha scelta.

Chiamare “tortura” l’essere stati arrestati per due giorni non è solo sproporzionato, ma profondamente offensivo. Offensivo verso la memoria delle vittime della Shoah. Offensivo verso chi la tortura l’ha subita davvero. Offensivo verso le popolazioni palestinesi, che hanno conosciuto sofferenze ben più gravi e concrete di quelle di chi oggi vuole usare il loro dolore come palcoscenico per mettersi in mostra.

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