La faziosità che paralizza l’Italia

La maggior parte degli italiani non sono spinti dalle proprie convinzioni a sostenere le tesi o le candidature proposte da un partito o dall’altro ma è, al contrario, l’appartenenza politica a dettare le loro convinzioni, spesso senza che ne siano realmente consapevoli.  Per dimostrare la propria adesione ad una precisa area politica di destra o di sinistra esprimono le opinioni  riconducibili a quel orientamento, senza alcun sforzo di riflessione individuale ed obiettività. E’ così forte il desiderio di identificarsi in quel gruppo da indurli a sospendere ogni giudizio personale per abbracciare in toto quello del movimento cui si sentono più affini per indole o per interesse.

Esiste, tuttavia, una piccola percentuale di cittadini liberi intellettualmente, non assoggettati a fanatismi ideologici,  che si sforzano di valutare fatti e persone con obiettività ed esprimono concetti propri, spesso riconducibili a posizioni politiche antitetiche, condividendo le idee che ritengono più valide di una parte o dell’altra. E’ divertente osservare come, di volta in volta, vengono etichettati, a volte persino aggrediti verbalmente, da chi non è capace di tale indipendenza di giudizio. Eppure sono proprio loro a spostare l’ago della bilancia alle elezioni poiché il loro criterio di valutazione è basato sul programma e sulla credibilità del candidato, indipendentemente dalla parte politica che lo sostiene. E’ grazie a loro che si compie la democrazia.

Ma quanti sono realmente in grado di affermare “Io voto per chi fa gli interessi del mio paese, non mi importa se è di destra o di sinistra, valuto il programma elettorale non l’ideologia.”

Quanto conta per i cittadini italiani l’appartenenza politica di un candidato premier, sindaco o governatore locale oggi? Quanta importanza hanno ai loro occhi le categorie “destra”, “centro” e “sinistra” nel voto? Sarebbero capaci di scegliere un candidato espressione di una parte politica storicamente opposta a quella tradizionalmente votata?

Nonostante il tramonto delle forti ideologie del XX secolo e l’emergere di forze non inquadrabili nell’asse destra-sinistra, come il Movimento 5 stelle, l’appartenenza politica di “destra” e  di “sinistra” sembra avere ancora un valore per molti cittadini, specialmente in termini di comportamenti e giudizi.

Esiste una sorta di tacito codice di comportamenti ed espressioni che identificano subito un soggetto come simpatizzante di una parte politica o dell’altra. I dibattiti televisivi seguono un copione scontato e si può facilmente prevedere cosa dirà l’esponente di destra e cosa dirà l’esponente di sinistra, dato che utilizzano tutti le medesime argomentazioni e, spesso, persino le medesime parole. Ogni controversia diventa così oggetto di scontro e di tifoseria da stadio

Questo atteggiamento danneggia gravemente l’Italia perché rende impossibile una presa di posizione equanime, unitaria e decisa anche su questioni fondamentali di carattere internazionale, indebolendoci rispetto ad altre nazioni che si presentano invece coese e compatte. La lealtà degli italiani è sempre limitata ad un cerchio ristretto che rappresenta prevalentemente interessi privati ed egoistici.

Quasi tutti gli eventi, persino alcuni casi di cronaca, diventano oggetto di dispute in cui ciascuna fazione cerca solo di trovare argomenti a favore di una tesi precostituita identificabile con la propria parte politica. L’obiettività è sospesa, nessuno cerca più la verità, nessuno vuole la soluzione più idonea e nessuno ascolta le ragioni dell’altro; l’importante è vincere la partita. E’ sufficiente che un esponente politico prenda posizione su un determinato fatto o avvenimento per far sì che tutti quelli della fazione opposta abbraccino la posizione contraria.

La faziosità è la caratteristica che contraddistingue maggiormente il nostro popolo e che di fatto paralizza il paese, impedendo alla politica di prendere decisioni concertate e condivise per il bene comune. I movimenti politici esprime la loro diversa linea di pensiero su ogni questione e tutti gli appartenenti e simpatizzanti si allineano.

Per questo motivo l’Italia è stata incapace di gestire in maniera risoluta la questione dei Marò e di far rispettare all’India gli accordi internazionali che prevedono che un militare in servizio venga giudicato nel proprio paese d’origine. Dato che la destra si era schierata dalla parte dei marò, la sinistra ha preso le distanze suggerendo che potevano essere colpevoli e ponendo maggiormente in risalto il dramma dei due pescatori indiani uccisi, imitati da tutti quelli che si indentificano in quella parte politica. In qualsiasi altro paese, invece, i cittadini si sarebbero stretti come un sol uomo attorno ai loro militari costringendo così il governo a mantenere una posizione univoca e decisa. Invece ancora oggi c’è chi, per paura di essere tacciato “di destra”, non esprime alcuna solidarietà verso i propri connazionali strappati alle loro famiglie e tenuti in ostaggio da un Paese che dopo 4 anni non ha ancora formulato alcun atto di accusa, anche se contro di loro non esistono prove di colpevolezza ma, al contrario, ci numerosi elementi che li scagionano, come le stesse pallottole che hanno ucciso i pescatori e che non corrispondono a quelle dei fucili in dotazione ai due fucilieri della Marina italiana.

L’antropologo Edward Banfield coniò il termine “familismo amorale” per descrivere la società italiana.

Partendo dal presupposto che nei paesi democratici la capacità di associarsi sia alla base di ogni progresso, l’autore ipotizzò che certe comunità sono arretrate soprattutto perché la loro cultura presenta una concezione estremizzata dei legami familiari che va a danno dell’interesse collettivo e che definì “a-morale” per l’assenza di una etica comunitaria. E’ stupefacente e sconfortante constatare che molte delle osservazioni che fece nel lontano 1958 sono ancora riscontrabili in Italia oggi. Secondo l’autore, infatti, le conseguenze di una tale organizzazione sono devastanti per la collettività in quanto nessuno perseguirà l’interesse comune, salvo per trarne un vantaggio personale e chiunque affermerà di agire nell’interesse pubblico non sarà creduto; i pubblici ufficiali non si identificheranno con gli scopi dell’organizzazione che servono e useranno le proprie posizioni per perseguire un vantaggio personale; il pubblico ufficiale tenderà a farsi corrompere, e se anche non lo farà sarà comunque ritenuto corrotto; la legge sarà trasgredita ogni qual volta sembrerà possibile evitarne le conseguenze; il voto verrà usato per assicurarsi vantaggi materiali di breve termine o per ripagare vantaggi già ottenuti.

Non è difficile riconoscere tali effetti nella società italiana contemporanea, l’idea che tutti i politici ed i funzionari siano necessariamente corrotti e tutti i servizi necessariamente inefficienti inquina i rapporti sociali ed impedisce che si formi un rapporto di collaborazione e fiducia con il governo e le istituzioni locali o nazionali. Al tempo stesso, la mancanza di un’etica comunitaria porta a difendere i membri della propria famiglia, confraternita, comunità o corporazione a prescindere, anche in presenza di reati accertati. Etica e morale subiscono una interpretazione elastica e il giudizio è applicato in maniera incoerente e del tutto arbitraria a secondo dei casi: è severo ed inflessibile se a commettere l’illecito è stato un membro della fazione rivale, magnanimo e giustificatorio se il trasgressore fa parte del proprio nucleo familiare, professionale o politico.

La maggior parte dei cittadini non si fida nemmeno dell’informazione che giudica “di parte” e legge unicamente le notizie pubblicate dai giornali che appoggiano manifestamente la propria linea politica – nel qual caso l’essere schierati è visto come un fattore positivo – rifiutando di prendere in considerazione altri punti di vista poiché non è interessato a farsi una opinione oggettiva ma solo a trovare una conferma alle proprie convinzioni precostituite. Non desidera confrontarsi con chi ha idee diverse dalla sua, ma solo imporre le proprie. Qualsiasi dibattito diventa una discussione tra sordi.

I corrispondenti e gli osservatori stranieri che vivono in Italia si sforzano, senza successo, di spiegare ai loro compatrioti questi comportamenti, inconcepibili per chi non conosce la realtà italiana. Difficile, infatti, spiegare come sia possibile che un esponente politico, indagato per truffa o per altri reati, non si dimetta e trovi comunque sostenitori pronti a difenderlo. Come nel caso di Berlusconi, ritenuto dai suoi seguaci vittima della magistratura, o del sindaco Marino,  i cui fans lo giustificano affermando che ha “rubato poco” ed è quindi “onesto”; l’attrice Sabrina Ferilli arriva persino a chiosare: “in fondo che cosa sono 20.000 euro distolti dalle casse pubbliche? Gli altri hanno fatto peggio”.

 “Gli italiani sono campanilisti, faziosi, individualisti, non si fidano gli uni degli altri né delle loro istituzioni”. Questi giudizi, sovente espressi dagli stessi italiani, dimostrano che in molti riconoscono queste criticità e le deplorano, ma per quale motivo non è mai stata cercata una soluzione da parte di alcun governo?

 “Cambiamo l’Italia” è lo slogan che viene ripetuto da quasi tutti i partiti politici, ma senza una consapevolezza identitaria ogni possibilità di rinnovamento è impossibile perché qualsiasi governo, seppure ottimo, non riuscirà mai a riqualificare la nazione senza il sostegno di masse sociali che condividono la stessa visione e che si sentono coinvolte in un progetto comune. Per poter cambiare il paese occorre coltivare nei cittadini sentimenti di solidarietà e renderli consci delle responsabilità morali, civiche e sociali che hanno nei confronti dei propri concittadini e della propria nazione; devono comprendere che non possono essere solo le istituzioni a “costruire” il paese ma che serve un processo che si muova in entrambe le direzioni e che veda i cittadini impegnati attivamente per migliorare la nazione.

Il paradosso è che questo insegnamento, nelle scuole e università straniere, viene impartito ispirandosi a Giuseppe Mazzini, il quale disse che non si poteva pretendere che i cittadini si prodigassero per l’intera umanità, entità troppo vaga ed astratta, ma per superare l’individualismo e l’egoismo di chi difende solo i proprio interessi e quelli del ristretto gruppo a cui appartiene – sia esso famiglia, casta o corporazione – occorre offrire un ideale più alto e nobile a cui dedicarsi. Questo ideale ha un nome, si chiama patriottismo. In tutte le nazioni il patriottismo è considerato il valore più alto che possa avere un cittadino. In Italia, al contrario, è da tempo una parola tabù, egemonizzata dall’estrema destra ed associata a nazionalismo e xenofobia.

Il nazionalismo si manifesta nell’esaltazione delle caratteristiche di un popolo e nella sua volontà egemonica, mentre l’amor di patria è il sentimento di appartenenza ad una comunità che ci conduce a perseguire ideali di giustizia, di libertà e di etica civile. Chi ama la Patria, in sostanza, vuole solo il suo bene, in modo disinteressato, senza egoismi, nel rispetto degli altri cittadini e degli altri popoli e senza ambizioni prevaricatrici. Chi si identifica nella Patria, sa che il bene del Paese coincide con il proprio. Il patriottismo sano, libero da isterie e manie di grandezza, genera forza, fiducia e autostima, è un sentimento che porta i cittadini a sentirsi orgogliosi di appartenere ad una nazione e a volersi impegnare collettivamente per renderla migliore. Patriottismo non significa chiusura verso il “diverso”, ma consapevolezza di appartenere ad una grande famiglia, con un passato comune e un futuro da costruire insieme.

Tutte le grandi democrazie, come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito o Stati Uniti, sono caratterizzate da un fortissimo senso di patria e da un progetto nazionale condiviso a livello di massa. Nel nostro paese questo sentimento di attaccamento alla propria terra e alle proprie genti, si manifesta nella sfera strettamente locale o personale. Gli italiani si compiacciono di denigrare il proprio Paese, fanno confronti in negativo e dichiarano di “vergognarsi di essere italiani”. Ma la percezione che ciascuno ha del proprio paese non è mai oggettiva. Nessun paese è perfetto, nessun paese è pessimo, tutto dipende dal modo in cui lo si guarda. Gli italiani sono stati indotti a vedere in maniera prevalentemente negativa il loro paese e i loro concittadini.

Il nostro è un Paese giovane, è vero, ma l’unità di una nazione non si crea definendone i confini e uniformandone le istituzioni. L’unità di una nazione è innanzitutto un sentimento, uno stato d’animo, un senso di appartenenza e di lealtà che non nasce spontaneamente, ma deve essere insegnato. Una riforma della scuola dovrebbe andare anche in questo senso, perché all’estero il concetto: “i futuri cittadini si formano a scuola” è il principio cardine su cui sono imperniati tutti i corsi, i programmi, i testi scolastici e la stessa formazione dei docenti; la scuola è intesa anche come luogo in cui infondere un sentimento di amore e di lealtà verso il proprio paese e di sano orgoglio per le sue realizzazioni, con la consapevolezza che il rispetto e la credibilità di cui gode una nazione si riflette su ciascuno dei suoi cittadini. In Italia questo concetto esiste solo a parole ma non è mai stato alla base di una ri-organizzazione strutturale e organica del paese, che deve necessariamente passare dalla scuola.

Occorre ricreare un senso di unità, di orgoglio nazionale e di rispetto per lo Stato che passa innanzitutto per l’osservanza della legalità. Per riappropriarci della dignità e dell’orgoglio di essere cittadini di questo Paese dobbiamo sentirci gli eredi di chi questo paese lo ha costruito e reso grande. Occorre valutare con coscienza critica i problemi rimasti irrisolti e programmare le nuove sfide da affrontare con senso dell’unità nazionale. Solo così l’Italia può davvero “cambiare” e diventare il paese che sogniamo.

 

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