La città della morte: Ciudad Juárez

Ciudad Juárez, una città messicana situata al confine con gli Stati Uniti, tenuta sotto scacco dai narcotrafficanti, tristemente famosa per essere “la più pericolosa al mondo”, dove il tasso di femminicidi è sconvolgente. Dietro tutto questo non c’è la casualità, ma un sistema radicato di sfruttamento e abusi la cui matrice si trova oltreconfine. Si tratta dell’inferno prodotto dalle maquiladoras.

Dal 1994, anno in cui è stato stipulato il Trattato di Libero Commercio (NAFTA) tra, Stati Uniti, Messico e Canada, le maquiladoras hanno avuto un grande incremento e hanno attirato un’immigrazione proveniente soprattutto dal sud del Paese e dall’America Centrale.

Le maquiladoras sono industrie di assemblaggio possedute e controllate da soggetti stranieri, soprattutto multinazionali americane ma anche europee, ubicate nelle zone di frontiera del nord del Messico, come Ciudad Juárez, Tijuana, Nogales e Reynosa. Qui arrivano, esenti da tasse, materie prime e componenti che vengono assemblati e rispediti ai Paesi d’origine. Secondo la legge messicana, i rifiuti prodotti dalle lavorazioni nelle maquiladoras dovrebbero essere rimpatriati nel Paese da cui provengono le materie prime, ma in realtà finiscono sempre nel Rio Bravo o seppelliti nel deserto.

Per il capitale straniero significa manodopera a bassissimo costo, mentre per i lavoratori e le lavoratrici vuol dire ricevere quattro dollari americani al giorno per turni che vanno dalle dieci alle dodici ore lavorative. E questo senza contare i metodi violenti di sfruttamento, compresi abusi sessuali, violenze fisiche, sterilizzazioni forzate e torture d’ogni genere. Il sistema della “maquila” ha riportato le condizioni degli operai indietro di due secoli, questi infatti rischiano l’immediato licenziamento se solo si azzardano a rivendicare diritti sindacali. In una città dove il 14% della popolazione non ha ancora un accesso diretto all’acqua potabile, la maggior parte del rifornimento idrico cittadino è utilizzato dalle maquiladoras che scaricano i liquidi putrescenti nei canali di irrigazione, per molta gente le uniche fonti possibili di approvvigionamento idrico. Ciudad Juárez è, a tutti gli effetti, la rappresentazione più turpe della ingiustizia e della contraddizione capitalistica.

Queste imprese assumono preferibilmente giovani donne, spesso minorenni, perché considerate manodopera docile, meno consapevole dei propri diritti e meno propensa a farli valere, così come più adatta a tollerare il lavoro minuzioso, noioso e alienante e ad accontentarsi di salari bassissimi, che ammontano a meno di 200 dollari al mese. Come se questa condizione di marginalità e discriminazione non bastasse, le ragazze devono correre un rischio quotidiano: quello di essere sequestrate, violentate, uccise durante l’interminabile tragitto che percorrono andando o tornando dalla fabbrica.

Ogni settimana, a Ciudad Juárez, almeno una donna sparisce senza lasciare alcuna traccia mentre di altre vengono ritrovati  i corpi senza vita recanti chiari segni di brutali torture, violenze carnali e asportazioni di parti del corpo.

Le vittime sono quasi tutte giovani operaie delle maquiladoras, di età compresa tra i quindici e i venticinque anni. Provengono tutte da famiglie povere di immigrati e costituiscono la maggior parte della forza lavoro all’interno delle industrie di assemblaggio. Al loro interno le maquiladoras sono luoghi asettici e asfittici, vere e proprie “cliniche dell’abbandono” in cui il lavoro è senza pause e senza pietà. Ma il vero inferno inizia fuori. Negli ultimi vent’anni sono seicento le ragazze che non sono più tornate a casa dal lavoro, ma i dati ufficiali sono approssimativi e si potrebbe trattare di un numero decisamente maggiore. Nella maggior parte dei casi, i corpi ritrovati portano le tracce delle violenze estreme subite: stupro, morsi ai seni, segni di strangolamento, pugnalate, crani fracassati. Spesso il viso appare massacrato e irriconoscibile agli stessi familiari e in alcuni casi il corpo bruciato. Alcuni cadaveri sono stati ritrovati nei quartieri del centro cittadino, altri abbandonati ai cigli delle strade, tra terreni incolti in mezzo al deserto. Ad oggi, si ritiene che uno dei principali motivi di questi massacri sia da individuare nel fenomeno degli “snuff movies”, filmati con donne torturate e uccise che fruttano lauti guadagni.

Fino ad oggi questi crimini sono rimasti impuniti e a preoccuparsi di cercare le ragazze desaparecidas sono solo piccoli gruppi di operai autorganizzati, mentre gli omicidi e le sparizioni continuano in un clima di intollerabile inerzia del governo locale che fa finta di nulla e minimizza gli accaduti. In questa porzione di globo le nefandezze e le conseguenze nefaste di un’economia di mercato senza scrupoli sono sotto gli occhi di tutti.

Senza dubbio la globalizzazione ha generato potere e influenza senza precedenti per le imprese, nonché  profitti per milioni di persone. La deregolamentazione del commercio, l’apertura dei mercati agli investimenti stranieri e altre libertà commerciali hanno accresciuto il potere e l’influenza delle multinazionali. Ma quando le attività delle imprese violano i diritti umani e trascinano le persone ancora più a fondo nella povertà, spesso non vi sono strumenti efficaci per chiamare le aziende a risponderne o per garantire un risarcimento a color che ne sono colpiti, come sostiene Amnesty International.

Troppo spesso, purtroppo, le violazioni dei diritti umani che coinvolgono le imprese vengono perpetrate con impunità e gli stati non sono in grado o non vogliono impedire e punire tali azioni. La natura transnazionale di molte potenti società e la complessità giuridico-legale delle loro operazioni sono fattori che pesano in modo particolare sulla possibilità di chiamarle a rispondere sul proprio operato; varie violazioni dei diritti umani quali il lavoro forzato, pestaggi, salari da fame, morti sul lavoro e  danno ambientale, nelle quali centinaia di aziende multinazionali operanti all’estero possono essere implicate.

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