Meritocrazia e competizione.

Intervista  a Barbara Serra, giornalista, autrice di “Gli italiani non sono pigri “ (Garzanti, 2013).

“Attenzione al modo in cui si guarda all’estero, che non è mica una terra promessa”, ha detto Barbara Serra, italiana, da trent’anni lontana dal Belpaese, prima straniera a condurre un notiziario sulla Bbc, oggi ad Al Jazeera.”Perché da noi sento tanto parlare di meritocrazia, ma in una maniera un po’ falsata: nessuno dice mai quanto è spietata e competitiva”, spiega a Cadoinpiedi.it la giornalista, autrice di Gli italiani non sono pigri (Garzanti, 2013).

DOMANDA: Telecom è finita nelle mani di Telefonica, Alitalia potrebbe andare in buona parte ad Abu Dhabi. Come giudica il fatto che l’Italia non riesce a tenersi aziende così strategiche?
RISPOSTA: Non esiste veramente un “estero”, anche tante aziende famose inglesi sono state vendute. Credo che alla fine un’azienda deve funzionare, sopravvivere in un ambiente competitivo. Se non è così non capisco perché sprecare soldi facendo finta di farla funzionare. La domanda semmai sarebbe un’altra.

D: Quale?
R: Perché si arriva al punto in cui bisogna svendere quando magari bastava una migliore organizzazione. Io comunque non sono per la nostalgia, non mi importa molto a chi appartenga basta che l’azienda funzioni. E le dirò, io compro cose italiane, ho un’Alfa Romeo, ma non volo Alitalia. Mi hanno perso come cliente, perchè ho bisogno della puntualità. Per cui mi dispiace, ma si torna al discorso della competizione.

D: Il ritardo è uno dei difetti che attribuiscono a noi italiani, in generale.
R: Beh, gli arabi son peggio di noi. Se prende un appuntamento con un arabo e un inglese l’unico che arriva in tempo è proprio l’italiano.

D: Però un po’ ritardatari siamo.
R: Se pensassero che tutti arrivano alle due, arriverebbero in orario anche loro. Non è che ci siano difetti genetici.

D: Ovvero?
R: Non siamo produttivi come dovremmo essere. E la gente si abitua al contesto in cui vive. Non osa.

D: Come parlano di noi ora all’estero?
R: Un paio d’anni fa non si parlava d’altro che di Berlusconi e bunga bunga e dava fastidio, ora per fortuna è finito. Non se ne sta parlando tantissimo, l’unica cosa che vogliono è la stabilità e che si riescano a fare i cambiamenti necessari.

D: Nel libro parla degli stereotipi che colpiscono noi italiani.
R: Sì, per sfatarli. Ci sono delle inevitabili differenze tra il contesto anglosassone e quello italiano. La più grande, secondo me, è nel come un ragazzo ventenne italiano pensa in maniera diversa dal ventenne inglese o americano: ecco, puoi fare tutte le leggi che vuoi, ma devi cambiare questa cosa.

D: In che senso?
R: Di questi tempi si parla di andare all’estero, a Londra, come della terra promessa. Non si parla mai dell’enorme competitività di un posto come Londra.

D: Forse perché comunque appare migliore.
R: Sì, però l’Italia vede la meritocrazia come antidoto al nepotismo, ma non si parla del lato spietato, dell’enorme ambizione di cui hai bisogno per andare avanti. Metà dei curriculum che mi arrivano dall’Italia sono di un’ingenuità che mi fa dispiacere, quasi nessuno ha esperienze di lavoro da giovani. Io lo so che i sindacati non facilitano le cose ma non c’è proprio la mentalità. E poi non sanno presentarsi, non hanno proprio idea che per avere una chance devi diventare la persona migliore per quel lavoro. Sento sempre di questi casi di italiani di successo all’estero, ma nessuno parla mai degli italiani che non ce la fanno, eppure sono tantissimi.

D: Chi ce la fa, allora?
R: Chi ha una marcia in più. Per la maggior parte dei ragazzi ora l’unica ambizione è il mutuo e l’indipendenza economica. E non basta, perché vivere all’estero non è sempre un’esperienza positiva, a partire dal livello umano. Per esempio, in posti come Londra i colleghi sono colleghi, non sono amici: io lavoro come giornalista da 15 anni e i miei amici nel settore saranno cinque al massimo. Si separano i due mondi, perché se si parla di meritocrazia si deve parlare di competizione.

D: Niente amici, così non ci si sente in colpa se uno ha un successo e l’altro no.
R: Esatto, invece in Italia c’è tanta gente un po’ frustrata. Ma non hanno capito cosa vuol dire competere, essere ambiziosi non è una cosa negativa. “Arrivista” nel linguaggio inglese non ha traduzione.

D: Resta però che l’accesso al lavoro per un giovane è un po’ più facile.
R: In Inghilterra ci sono delle differenze di sistema, un ventenne inglese diritto a un sussidio automatico, che spetta a chiunque non abbia lavoro. Una cosa che in Italia è fantascienza. Nel Nord Europa questo sussidio statale esiste praticamente dovunque, e poi c’è il credito facile, a volte troppo facile, però ti aiuta.

D: Anche studiare è un po’ più facile.
R: Sì, esiste un prestito che ripaghi solo quando inizi a guadagnare ed è di 25mila euro all’anno, con tasso di interesse basso. Ecco, in Italia si parla dovunque di privilegi e privilegiati, e credo sia anche perché in Inghilterra è più realistico per un ragazzo rendersi indipendente, mentre in italia i soldi della famiglia hanno un impatto molto più forte. E allora sì che essere privilegiati conta. Eppure in Italia lo sono tutti, dei privilegiati.

D: Rispetto a chi?
R: Io ho colleghi che sono nati in campi profughi, noi abbiamo l’istruzione gratis, la sanità gratis, un passaporto che ci lascia lavorare in una delle zone più ricche del mondo. Si parla molto di privilegio, ma cosa vuol dire? Il mondo non è giusto, ma in Italia sei nato già dal lato giusto dell’ingiustizia.

D: Tocca darsi da fare, quindi?
R: E’ l’unico modo, perché da una parte abbiamo gli anglosassoni super competitivi, dall’altra i Paesi in via di sviluppo e la fame gliela leggi negli occhi. I politici che parlano di bisogno di meritocrazia in Italia non stanno dicendo l’intera verità.

D: Però è vero che la meritocrazia da noi è rara. Non è d’accordo?
R: E’ vero, per varie ragioni. Guardi, io ricordo una discussione una volta con un amico, avevamo 21 anni, parlavamo dei compiti in classe. Io dicevo che non avrei mai lasciato copiare, lui che avrebbe fatto copiare tutti. Poi ho capito perché: in Italia se tutti hanno dieci e lode non c’è problema. Nella mia classe il voto veniva assegnato su una curva, per cui su trenta studenti solo tre potevano prendere il voto più alto: questo perché nella cultura anglosassone a scuola non basta far bene, bisogna far meglio.

D: Un meccanismo spietato, in effetti.
R: Però è così, la meritocrazia non premia i bravi, premia i migliori. Che sia Telecom, Alitalia, è sempre la stessa cosa, quando devi competere, lo fai con tutti. E la verità è che l’Italia non riesce a competere. Noi viviamo delle risorse che abbiamo, ma l’Italia non dà il massimo di sé. Bisognerebbe cambiare il sistema, certo, ma quello che conta è arrivare a cambiare il modo di pensare.

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Il ragazzo di mia figlia si è laureato il 15 gennaio 2014 con 110 e lode in ingegneria informatica. Già prima della discussione aveva ricevuto proposte di lavoro da tutta Italia: Fincantieri di Trieste, Poste italiane, tante per fare alcuni nomi, e importanti società di software di Milano. Ha fatto diversi colloqui, negoziato il contratto, alla fine ha scelto la Accenture e ha iniziato a lavorarci il 10 febbraio 2014, con contratto a 3 anni e stipendio netto di 1300 euro al mese.

Proviene da una famiglia modesta e non ha alcuna raccomandazione.

Nel frattempo il suo professore all’università gli ha proposto di pubblicare la sua tesi e ha organizzato una presentazione per gli altri studenti e docenti, gli ha anche suggerito di continuare con un dottorato di ricerca.

Ecco, forse andrebbero evidenziate anche queste esperienze in Italia.

 

Questo video divertente è stato realizzato da universitari italiani e corrisponde alla realtà, ma se non avessi vissuto in prima persona l’esperienza del ragazzo di mia figlia probabilmente non ci avrei creduto, visto che tutti ripetono che in Italia non c’è meritocrazia.

E’ chiaro che alcune lauree sono più richieste mentre per altre è più difficile trovare lavoro, ma è così in tutto il mondo.

 

 

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