Disfattismo mediatico, faziosità dei giornalisti e disinformazione

Colpisce la rivendicazione dei giornalisti italiani che essere di parte sia cosa buona.

Per un giornalista inglese, “quando una bugia, un comportamento moralmente inaccettabile o un crimine vengono raccontati su un giornale, queste rivelazioni devono avere delle conseguenze”. Perché questo non succede in Italia? L’anomalia italiana è analizzata e vivisezionata da due giornalisti del Financial Times, autori di ‘’Eserciti di carta”.

Nessun giornalista è libero e quindi più ci si schiera più si è onesti con i lettori, che almeno sanno da che parte stai. Il cinismo di questa tesi è perfettamente sintetizzato dal campione dei cinici e dei trasformisti italici, Giuliano Ferrara, il quale intervistato nel libro dichiara:
“Non sono un commentatore indipendente, sono un essere umano, sono un cittadino, una persona. Il giornalismo, per me non è una professione, è un aspetto della vita politica… Non credo nel giornalismo professionale”.

Dichiarazioni di questo genere non sono concepibili da uno che guarda dalle sponde del Tamigi. Scrivono Giugliano e Lloyd: “Vista dall’estero, l’informazione italiana sembra fondata sul presupposto che l’obiettività e l’equidistanza non siano possibili, che la neutralità rispetto a interessi e fazioni politiche sia irraggiungibile e che i giornalisti non possano evitare di assumere posizioni di parte”.

Non che i giornali inglesi possano permettersi di fare lezioni di morale, visto quello che è successo negli ultimi anni. Non si capisce dove nasca l’idea molto diffusa in Italia che la stampa britannica sia un modello da seguire. Nel gruppo Murdoch è successo di tutto e di più, si sono dimessi direttori, è stato chiuso un giornale storico, grappoli di giornalisti sono finiti in carcere perché intercettavano illegalmente i telefoni dei vip.

Alla faccia dell’equidistanza e dell’imparzialità, uno di questi campioni di giornalismo indipendente anglosassone, Andy Coulson, è stato addirittura assunto da David Cameron come portavoce, per poi dimettersi nell’ignominia quando il bubbone è scoppiato. Quindi, non è necessario farsi fare la lezione. Ma Eserciti di carta è utile perché ha uno sguardo distaccato e spiega che alla fine il cinismo italico enunciato da Ferrara – non si può non essere di parte – si ritorce contro i giornalisti stessi che lo professano e lo praticano.

A cosa serve tendere all’imparzialità? “Chi fa informazione deve riuscire a raccontare quanto accaduto in modo da convincere il lettore o il telespettatore, indipendente da quale sia la sua fede politica, a fidarsi della sua tesi e delle sue conclusioni” scrivono i due del Ft. Ma c’è di più: anche il pubblico deve fare la sua parte e credere nella funzione civile del giornalismo. Se il giornalista da cane da guardia diventa cane da compagnia, il gioco non funziona più. Ecco come si è rotto in Italia il rapporto di fiducia tra stampa e società civile.

“Nel mondo dell’informazione bipolare, come quello italiano, qualsiasi fatto diviene opinabile. In questo clima di relatività assoluta è difficile che un’inchiesta giornalistica possa portare a delle conseguenze, perché il politico colto sul fatto avrà gioco facile ad appellarsi alla parzialità, vera o presunta, dei giornalisti che lo accusano”. Il giornalista in un paese normale dovrebbe essere un arbitro. “In Italia ci sono sempre due arbitri, ciascuno portato da una delle due squadre. Chi andrebbe mai a vedere un match del genere?”.

 

Ecco come i nostri giornalisti manipolano l’informazione per fare apparire l’Italia peggiore di quanto non sia effettivamente.

Il 3 febbraio scorso è apparso questo titolo in prima pagina su ilsole24ore:

Commissione Ue, in Italia corruzione preoccupante. Malmström: fiducia minata

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-03/commissione-ue-italia-preoccupante-corruzione-politica-120907.shtml?uuid=ABKGf8t

Ma leggendo l’articolo si nota una notevole discrepanza tra il titolo (da cui si evincerebbe che la corruzione esiste solo in Italia) e l’effettiva dichiarazione della Malmstrom, riportata nel testo stesso: ” In Europa non ci sono aree non affette da corruzione. Prendiamo atto dei progressi fatti e delle buone pratiche, ma i risultati raggiunti sono insufficienti e questo vale per tutti gli stati membri», ha detto a Bruxelles il commissario agli affari interni Cecilia Malmström, presentando il primo rapporto europeo sul tema.”

Considerando che la maggior parte dei lettori si limita a leggere i titoli degli articoli la sua impressione sarà che l’Italia è considerata il paese più corrotto della UE:

Nel 2012 TG, talk show, giornali e portali web italiani hanno iniziato a diffondere quotidianamente dati allarmanti sulla crisi nel nostro paese: oltre un milione di licenziamenti; 1000 imprese chiudono ogni giorno; suicidi causati da difficoltà economiche.

Se li aggiungiamo alla discesa del PIL di oltre il 2% e ai moniti costanti sul famigerato “andamento dello spread”, ecco che la nostra macro e microeconomia sprofondano nell’abisso della crisi più nera. Il terrorismo mediatico genera nei poveri cittadini paura, disperazione, insicurezza, pessimismo cosmico, rabbia, frustrazione, senso di impotenza. Ovviamente si innesca un meccanismo di protezione, la gente non spende, consuma meno, i negozi soffrono e la crisi scoppia davvero.

Se questo era l’obiettivo, possiamo dire che è stato centrato in pieno.

Ma ora vediamo i dati reali:

Secondo UnionCamere nel 2012 sono nate 383.883 imprese mentre sono 364.972 quelle che hanno chiuso i battenti. C’è quindi un saldo positivo di oltre 19mila imprese create rispetto a quelle scomparse.

Ora vediamo quanto è reale la cifra di un ”milione” (1.027.462) di licenziamenti avvenuti nel 2012  e diffusa senza tregua dai media. Bisogna pure chiedersi quante assunzioni ci sono state e, più precisamente, se i posti di lavoro persi globalmente (pensionamenti, scadenze contrattuali, dimissioni, licenziamenti) superano i posti “attivati” nello stesso periodo. Ecco allora che i numeri cambiano: infatti, i posti attivati sono 10.211.317 , quelli persi 10.374.010 ; la perdita netta è quindi di 162.693 posti di lavoro effettivamente persi. Forse non è poco, ma occorre rilevare che i media non hanno dato la notizia correttamente.Se poi consideriamo che nel 2009 la perdita era stata di 364.239 posti di lavoro, ci accorgiamo che nel 2012 la situazione non era poi così peggiorata come volevano farci credere.

*Questi i dati ufficiali sulla natalità e mortalità  delle imprese risultante dal Registro delle imprese diffusi da Unioncamere sulla base di Movimprese, la rilevazione trimestrale condotta da InfoCamere, la società di informatica delle Camere di Commercio italiane. Tutti i dati sono disponibili su www.infocamere.it.

Ora veniamo alla vera e propria bufala sulla disoccupazione giovanile. L’ultimo dato diffuso mostrava che la disoccupazione giovanile ha raggiunto il  40% e quindi, apparentemente 4 giovani su 10 non trova lavoro. Persino Pietro Raitano, direttore di Altreconomia, nel corso di una puntata di Ballarò,  ha sostenuto che in Italia 4 giovani su 10 sono senza lavoro, argomentando che sono stati la crisi e i tagli alla spesa pubblica ad averci condotto a «questa situazione».

Ebbene la notizia è FALSA, o meglio…

Si tratta di un “errore” compiuto dalla gran parte dei giornalisti e che l’ISTAT cerca invano di correggere ogni volta che diffonde i dati sulla disoccupazione giovanile nella fascia d’età 15-24.

Sì, avete letto bene: 15-24.

La scuola dell’obbligo si estende fino al 16° anno d’età, quindi tutti i quindicenni non possono attivamente cercare lavoro. Inoltre la gran parte dei giovani continua a frequentare il liceo fino ai 18 anni e un buona parte prosegue poi gli studi universitari fino ai 23-24 anni e non partecipa quindi alla ricerca attiva di lavoro.

Quello che Raitano e la maggior parte dei giornalisti dimentica di ricordare è che i dati sulla disoccupazione dovrebbero tener conto solo dei giovani che stanno attivamente cercando lavoro e non lo trovano.

Infatti i dati cambiano sensibilmente: in realtà, tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 635 mila e rappresentano il 10,5% della popolazione in questa fascia d’età.

http://www.istat.it/it/archivio/89120

Ora la domanda da porsi è perché i giornalisti si divertono a dare notizie false ed esageratamente catastrofiche? Perché cercano di fiaccare ulteriormente il morale dei cittadini italiani? Perché vogliono farci credere (purtroppo riuscendoci) di essere la peggiore nazione in Europa, perennemente sull’orlo della bancarotta?

Ai voi l’ardua risposta!

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4 pensieri su “Disfattismo mediatico, faziosità dei giornalisti e disinformazione

  1. I lai della Rai
    I lai, ossia i lamenti dei telegiornali, dei giornali radio e dei grandi programmi serali non fanno che dire “crisi, crisi, crisi …..”. Con questo allarmismo preordinato, come indurre gli imprenditori a investire in nuove iniziative produttive? Lo capiscono persino i bambini. Ma è proprio per questo che i giornalisti furono all’avanguardia nel parlare di declino e oggi lo sono nel diffondere le paure per la crisi. Tutti sanno che la paura è paralizzante e che qualsiasi governo è votato all’insuccesso se non riuscirà ad attenuare per l’Italia la crisi europea, che si manifesta più grave di quella nata negli Stati Uniti.
    Inutile però lamentarsi dei lamenti altrui. La protesta può persino essere controproducente, perché la maggioranza della stampa italiana ha gioco facile con un popolo invecchiato e impressionabile come il nostro, più esposto dei popoli giovani a recepire il virus del pessimismo. E poi, oltre al disfattismo mediatico e all’invecchiamento del popolo, ci sono altre cause che spiegano il rallentamento produttivo italiano. Tra esse c’è il ritardo dell’aggiornamento delle strutture statistiche, che sminuisce la stima del reddito nazionale. I nostri indici tuttora assegnano un peso insufficiente ai servizi in maggior sviluppo e un peso eccessivo alla produzione manifatturiera, che è proprio quella che più rallenta a causa dell’elevato costo del lavoro rispetto a quello ben più basso nei paesi emergenti come Cina ed India.
    Soprattutto, dobbiamo riconoscere che l’Italia è un paese molto più ricco di quanto appare sia come reddito sia soprattutto come capitale (attività nette). E’ il risultato di una secolare difesa contro la rapacità del fisco e contro aliquote che nessun governo è riuscito a diminuire. Se nei sondaggi gli italiani dichiarassero il vero sui loro redditi, forse si scoprirebbe che oggi la nostra crisi o recessione è minore di quella degli altri paesi europei.
    Livio Magnani

    Livio Magnani, uno dei decani del giornalismo economico italiano, una chiave di lettura sempre critica sull’economia politica, indispensabile per comprendere il senso di quello che accade.

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    • I giornalisti della Rai sono i principali colpevoli dello sfascio dell’Italia, sono asserviti a un padrone, a un’ideologia o al portafoglio”
      Quale soluzione? Potete scegliere tra le seguenti opzioni:
      -non pagare più il canone;
      -boicottare le società che fanno pubblicità prima dei telegiornali e dei talk show;
      -chiedere un pubblico dibattito sull’informazione con i responsabili della Rai;
      -chiedere l’immediato licenziamento dei direttori dei telegiornali per violazione della legge sulla par condicio;
      -presidio permanente davanti a tutte le sedi Rai per informare i cittadini dell’uso distorto del servizio pubblico;
      -denunciare la Rai alla Commissione Europea; –
      incontro informativo a Bruxelles alla Ue per lo scandalo Rai per la mancanza di libertà di informazione in Italia.

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  2. Purtroppo per gli italiani diffondere notizie negative, anche se esagerate e false, è considerato un merito, per loro significa avere “capacità critica”. Non riescono proprio a comprendere il danno che produce al paese, a ciascuno di loro e alle future generazioni.
    Con questo allarmismo preordinato, come indurre gli imprenditori a investire in nuove iniziative produttive? Lo capiscono persino i bambini. Ma è proprio per questo che i giornalisti continuano a parlare di declino e diffondono la paura la crisi. Tutti sanno che la paura è paralizzante e che di conseguenza qualsiasi governo è votato all’insuccesso.
    Inutile però lamentarsi dei lamenti altrui. La protesta diventa persino controproducente, perché la maggioranza della stampa italiana ha gioco facile con un popolo impressionabile e autolesionista come il nostro, più esposto degli altri popoli a recepire il virus del pessimismo.
    A questo proposito riporto un commento che rispecchia la tipica mentalità italiana:

    “Il premier Letta, di ritorno dal Kuwait, ha capito che il suo trionfalismo da operetta si è infranto subito sugli scogli della realtà nazionale e ha accusato gli industriali italiani di “disfattismo”, una parola desueta, che ha un sapore militare ed era imposta come moda linguistica ai tempi del fascismo, perchè così venivano definiti coloro che erano contrari alle imposizioni dittatoriali del regime. Negli anni’30, in Italia, si poteva soltanto parlare bene del governo.
    Come in Italia oggi.
    Enrico Letta, quindi, si è autoqualificato, addirittura firmando la scelta dell’uso delle parole, con una citazione semantica che in Italia fa rabbrividire chi possiede la memoria storica.
    Identificato ormai dall’intera classe degli imprenditori come un “disfacitore” visto che in meno di un anno di governo è riuscito soltanto a peggiorare una situazione socio-economica già compromessa, il premier interpreta il suo ruolo sovrano (basato soltanto su slogan imparaticci) pretendendo di non essere giudicato dai fatti, bensì dall’effetto delle parole, che nella sua mente e nella sua attività politica devono sostituire i fatti, per consentire al paese di rimanere immobile, ancorato allo status quo per salvaguardare i privilegi dell’oligarchia che lui rappresenta.”

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