I francesi sono maestri nella difesa della propria immagine pubblica. Lo sono da secoli: nella cultura, nella diplomazia, nella politica, nella costruzione del prestigio nazionale. Anche quando la storia li mette davanti alle loro responsabilità, spesso riescono a trasformare la colpa in racconto patriottico.
È accaduto con il regime di Vichy. Per decenni, dopo la Liberazione, prevalse il mito di una Francia quasi interamente resistente, incarnata da De Gaulle e dalla memoria eroica della Resistenza. Vichy venne presentata a lungo come una parentesi imposta dai tedeschi, quasi estranea alla “vera” Francia.
Eppure il regime guidato dal maresciallo Pétain non si limitò a subire l’occupazione tedesca: collaborò attivamente con i nazisti. Già nell’ottobre 1940 promulgò lo Statut des Juifs, che escludeva gli ebrei da numerose professioni e funzioni pubbliche. L’apparato amministrativo francese — prefetti, funzionari, polizia — partecipò alla schedatura, all’arresto e alla consegna degli ebrei ai tedeschi.
Il caso più emblematico resta la retata del Vel d’Hiv, nel luglio 1942: oltre 13.000 ebrei furono arrestati a Parigi e dintorni dalla polizia francese, tra loro migliaia di bambini, e molti furono poi deportati ad Auschwitz. Fu la Francia a organizzare quella retata. Furono poliziotti francesi a eseguirla. Nessun tedesco vi prese parte direttamente.
Ancora oggi, molti cittadini francesi sembrano ricordare molto bene le colpe dei tedeschi e degli italiani, ma faticano a parlare delle proprie. Come se la collaborazione, le leggi razziali, le deportazioni, le complicità amministrative e poliziesche fossero responsabilità di qualcun altro. Vichy non fu soltanto una parentesi imposta dall’occupante, ma un regime francese che scelse di collaborare, discriminare, arrestare e consegnare migliaia di persone alla macchina dello sterminio nazista.
Anche la Germania, per anni, cercò di rimuovere o attenuare le proprie colpe. Nel dopoguerra, la memoria della Shoah non divenne subito argomento dell’educazione scolastica tedesca. Ci vollero tempo, processi, nuove generazioni, pressioni morali e culturali perché la Germania arrivasse ad ammettere fino in fondo l’orrore del nazismo.
Gli italiani, invece, sembrano spesso fare l’operazione opposta. Non difendono la propria immagine: la demoliscono. Non si limitano a riconoscere le proprie colpe reali, ma finiscono spesso per attribuirsi anche colpe deformate, esagerate, talvolta persino inesistenti, come se mostrare al mondo un’Italia peggiore della realtà fosse una forma di superiorità morale.
È il segno di un’identità nazionale fragile. Dopo il 1945, invece di costruire un patriottismo maturo, democratico e consapevole, una parte della cultura italiana ha preferito prendere le distanze dall’idea stessa di nazione. Come se essere patriottici fosse segno di arretratezza, colpa, fascismo.
E così la storia, invece di essere studiata nella sua complessità, viene brandita come un’accusa e diventa un campo di battaglia ideologica. Raramente si cerca la verità intera: si cerca la parte di verità utile alla propria fazione.
L’Italia è incapace persino di difendere i propri personaggi storici dalla scure di un giudizio fatto a posteriori, come nel caso di Cristoforo Colombo. Fu un uomo del Quattrocento, non del XXI secolo. Giudicarlo come se fosse un nostro contemporaneo, con la nostra sensibilità attuale, significa falsare la storia, non comprenderla.
Quando negli Stati Uniti le sue statue sono state vandalizzate, abbattute, rimosse o presentate come simboli di oppressione, molti italiani non hanno cercato di restituire complessità alla sua figura. Al contrario, una parte del dibattito italiano ha dato man forte a quella demolizione, come se fosse doveroso vergognarsi anche di Colombo, anche della sua scoperta, anche di quella tradizione di navigatori, esploratori, scienziati, artisti e uomini d’ingegno che per secoli aveva contribuito a costruire l’immagine dell’Italia nel mondo.
Colombo, con tutti i suoi difetti e le sue contraddizioni, non appartiene soltanto alla storia della colonizzazione. Appartiene anche alla storia del coraggio, della navigazione, della conoscenza geografica, della sfida all’ignoto.
Il punto non è trasformarlo in un santo. Il punto è rifiutare che venga trasformato in un mostro isolato, caricato di tutte le colpe dell’Occidente. Come se prima del 1492 il mondo fosse stato innocente e dopo di lui fosse cominciato il male, la schiavitù, il colonialismo.
La schiavitù non comincia con Colombo. La crudeltà non comincia con Colombo. L’imperialismo non nasce con lui. Le guerre di conquista, le deportazioni, i massacri, la sottomissione dei vinti erano realtà presenti in molte civiltà, europee e non europee, molto prima del 1492.
Cristoforo Colombo non va venerato. Ma non va nemmeno abbattuto senza processo storico.
Va studiato nel suo secolo, nella mentalità del suo tempo, dentro un mondo in cui la violenza, la schiavitù, la conquista, il fanatismo religioso e la crudeltà non erano eccezioni, ma parti strutturali della politica e della società.
Un Paese adulto riconosce le proprie colpe, ma non gioisce della propria umiliazione.
Un Paese maturo studia le ombre, ma non cancella le luci.
Un Paese serio non trasforma la memoria storica in autodenigrazione.
E forse è proprio questo il nostro problema: non abbiamo imparato a distinguere l’autocritica dall’autodistruzione.