ELEZIONI 2018: IL RUOLO DEI MEDIA

La deplorevole superficialità con la quale molti organi di stampa e commentatori hanno voluto leggere il risultato dell’ultima tornata elettorale, cercando di delegittimare l’elettorato del sud accusato di aver votato in massa il M5S nella speranza di ricevere l’ambito “reddito di cittadinanza” presenta due aspetti particolarmente riprovevoli.

Oltre a reiterare l’odioso pregiudizio nei confronti dei meridionali, dipinti come gente pigra e indolente che aspira solo a vivere di espedienti e sussidi statali, dimostra anche una sostanziale ignoranza della effettiva proposta del M5S e di fatto ne accresce l’attrattività, anziché mettere in risalto l’incoerenza tra la terminologia usata e l’essenza del progetto stesso. Un equivoco che tutti i media hanno contribuito a generare.

Infatti, quello che il M5S chiama “reddito di cittadinanza” – che non esiste nella forma di elargizione universale incondizionata in nessun paese al mondo – altro non è che una forma di tutela sociale generalmente denominata “reddito minimo garantito” o “reddito base”.

Anche questa dicitura, tuttavia, potrebbe indurre a farsi soverchie illusioni su ciò che realmente significa e su quali siano le condizioni per accedervi e soprattutto per mantenerlo.

Il reddito minimo è condizionato alla formazione e al reinserimento lavorativo. Una condizione che potrebbe apparire ragionevole se non fosse che in tutte le nazioni in cui è stato adottato ha creato una pletora di sottoccupati che vivono ben al di sotto della soglia di povertà,  costretti ad accettare qualsiasi impiego sottopagato e sottoqualificato per non perdere il sussidio e di fatto esclusi da un reale reinserimento lavorativo stabile.

I nostri media nazionali, denotando la solita esterofilia, hanno più volte decantato le misure messe in atto dai paesi del nord Europa, definite erroneamente “reddito di cittadinanza”, come quello sperimentato a Helsinki che lungi da essere tale ha comportato un dimezzamento del sussidio di disoccupazione finlandese e incrementato le fila dei sottoccupati. Per non parlare della famigerata riforma del lavoro tedesca conosciuta come Hartz IV. Fu il governo del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder a riformare il mercato del lavoro nel 2002; a capo della commissione per elaborare il progetto mise uno dei suoi più influenti consiglieri personali, l’ex manager della Volkswagen Peter Hartz. Lo stesso Hartz che nel 2007 ammise di aver corrotto i sindacalisti con circa 2 milioni e mezzo in bustarelle e viaggi in Brasile, prostitute comprese, per piegare eventuali resistenze contro la politica di ristrutturazione del colosso automobilistico basata su pesanti tagli occupazionali. L’ex manager, accolto al suo arrivo in aula con insulti e apostrofato come «traditore dei lavoratori» e «mascalzone», se la cavò con 300 mila euro di multa e una mite condanna a due anni sospesa. 

La sua riforma del mercato del lavoro prevede un contributo mensile di circa 480 euro (Arbeitslosengeld II), vincolato però all’obbligo di accettare qualsiasi lavoro venga offerto dalle agenzie di collocamento (jobcenter), anche qualora l’impiego non corrisponda alla professionalità del lavoratore. Il beneficiario che non dimostra buona volontà, cioè non accetta qualsiasi mansione, è penalizzato anche con l’interruzione del versamento. Il guardagno percepito da chi è impiegato è ovviamente detratto dal sussidio. Vengono proposti in prevalenza impieghi part-time, stagionali e i cosiddetti mini-jobs, che non hanno un tetto orario, sono a costo zero sul piano fiscale per gli imprenditori e prevedono retribuzioni non superiori ai 450 euro mensili. Una vera manna per le imprese tedesche, che possono così disporre di un esercito di manodopera a basso costo e senza vincoli giuridici, da impiegare soprattutto in occupazioni a medio-bassa qualifica. Di fatto, si tratta di un aiuto di Stato alle imprese che ha contribuito significativamente al successo delle esportazioni tedesche e a rendere la bilancia commerciale in attivo.

Se consideriamo che l’Italia ha il secondo surplus commerciale manifatturiero in Europa dopo la Germania, e quinto al mondo dopo Cina, Corea del Sud e Giappone, pur avendo un costo del lavoro tra i più alti, anche i termini di garanzie e tutele dei lavoratori, ci possiamo ben rendere conto di quanto sia ingiusta l’immagine di Paese economicamente disastrato che viene spesso propugnata proprio dai nostri media nazionali.

La Germania, grazie al ricorso a questo sistema articolato di precarietà e sussidi, è riuscita ad abbassare statisticamente il tasso di disoccupazione ufficiale che oggi si attesta a 6,9% e che i sostenitori della riforma Hartz IV definiscono il Jobwunder, il miracolo tedesco dei posti di lavoro. Ma questo ha comportato che i rapporti lavorativi a tempo pieno del passato siano stati sostituiti da impieghi precari e part-time. Oggi  all’incirca sette milioni e mezzo di tedeschi, quasi un quarto di tutti gli occupati, hanno redditi basati sul mini-impiego e sono destinati a rimanere poveri a vita pur rispettando le regole stabilite e accettando qualsiasi lavoretto, per quanto sottopagato e dequalificato. Un mini-jobber non ha futuro, si limita alla pura sopravvivenza, dato che in un anno può maturare al massimo una pensione di 4,45 euro al mese. Senza contare che l’assicurazione sanitaria è obbligatoria in Germania ma per i disoccupati è prevista quella di base mentre solo chi ha redditi più alti può accedere ad una assistenza di qualità. La Germania oggi è spaccata in due: da un lato, gli occupati che godono di retribuzioni alte, pensioni e assistenza sanitaria completa; dall’altro, una fascia di lavoratori precari con bassi salari e con una assistenza sanitaria che copre solo alcune patologie.

In Italia si continua ad alimentare la chimera di una Germania ricca, integerrima e virtuosa mentre è il paese dell’UE col maggior numero di poveri e dove è più profondo il solco tra classi sociali. In una piazza di Berlino, sono state piantate una moltitudine di croci a rappresentare il cimitero delle vittime dell’Hartz IV, un modello definito disumano. Lavori precari, temporanei e scarsamente retribuiti, come i mini-jobs, hanno ridotto le opportunità lavorative che esistevano prima e indotto una spirale verso il basso dei salari.

Ora i francesi, con Macron, si apprestano a varare la stessa riforma, decantandone i meriti, mentre solo gli inglesi sembrano chiamarla con il suo nome, “job dumping”, svalutazione del lavoro, rappresentando la Germania come la nazione che ha mostrato all’Europa come impostare un modello che dice di voler contrastare la povertà mentre invece la crea e la perpetua a solo vantaggio delle imprese.

Il “reddito di cittadinanza” proposto dal M5S è persino più restrittivo della Hartz IV. Prevede infatti non solo che il sussidio sia condizionato alla ricerca attiva e dimostrata di una occupazione per almeno 2 ore al giorno (non si sa da chi dovrebbe essere certificata) e alla accettazione di qualsiasi impiego, ma aggiunge anche l’obbligatorietà di prestare servizio gratuitamente presso il proprio comune di appartenenza per 8 ore settimanali.

In realtà, la maggior parte degli elettori del M5S sono perfettamente al corrente delle modalità di erogazione del presunto “reddito di cittadinanza” e sanno che non verrebbe elargito universalmente e incondizionatamente. D’altra parte Di Maio lo ha ribadito più volte: “Noi non paghiamo la gente per stare sdraiata sul divano”. Molti cittadini del sud sono però convinti che potrebbe migliorare la loro condizione, dato che già adesso sono costretti ad accettare lavori sottopagati e “in nero”.

Evidentemente non hanno colto il lato vessatorio della proposta e le conseguenze che andrebbe a determinare sul mercato del lavoro. Il punto è che oggi hanno ancora la speranza di trovare un impiego più stabile e meglio retribuito, mentre con la diffusione di manodopera a basso costo le imprese tramuterebbero le posizioni fisse in lavoretti part-time e sottopagati. Senza contare il rischio che vengano “istituzionalizzati” anche da noi i mini-jobs alla tedesca, facendo di fatto decadere le tutele garantite dai contratti nazionali collettivi (che in Germania sono infatti inesistenti).

Ciò che stupisce ancora di più è la mancanza di informazione sulle forme di protezione sociale che già esistono nel nostro paese. Ancora oggi, infatti, molte testate giornalistiche sostengono che l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico paese a non possedere alcuna forma di reddito minimo garantito, mentre dal 1 dicembre 2017 esiste il Reddito di inclusione (REI), una misura di contrasto alla povertà dal carattere universale, che ha sostituito il SIA (Sostegno per l’inclusione attiva) e l’ASDI (Assegno di disoccupazione). Si tratta di un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) condizionato alla sola valutazione della condizione economica. I comuni amministrati dai 5 stelle, come quello di Roma, hanno di fatto bloccato le pratiche creando intoppi nell’invio delle richieste che si sono accumulate negli uffici municipali, tanto che il caso è finito sul tavolo della Commissione Trasparenza presieduta da Julian Colabello. Ma tutto questo è emerso ben poco durante la campagna elettorale.

In ogni caso, occorre sottolineare come le facili equazioni che sono state adottate per il successo del M5S non siano affatto fondate. Il risultato reso dalle urne il 4 marzo scorso deve essere interpretato principalmente come una mozione di sfiducia nei confronti del Governo in carica e più in generale dell’establishment. Nell’ultima tornata elettorale il 15 e 20% di elettori che aveva votato il Partito Democratico alle politiche del 2013 ha votato il M5S.

La sfiducia e l’insoddisfazione dei cittadini nei confronti della politica è da attribuire in buona parte anche ai nostri media che presentano del paese solo gli aspetti più deteriori, alimentando polemiche e insoddisfazione, e facendo credere che viceversa all’estero sia tutto perfetto. Basti pensare che il nostro paese è tra i più sicuri al mondo, i crimini sono in costante diminuzione mentre la percezione di insicurezza dei cittadini cresce, visto che ogni giorno sulle prime pagine dei quotidiani si susseguono notizie di omicidi e violenze che, pur essendo casi isolati, finiscono col rappresentare l’identità dell’intera nazione nell’immaginario collettivo.

Le notizie e i programmi televisivi sono confezionati per incontrare il favore degli spettatori italiani, più inclini di qualsiasi altro cittadino al mondo alla recriminazione e alla protesta. Quando non si tratta di vere e proprie fake news, della cui diffusione i media ufficiali accusano i social network mentre ne sono i principali propagatori, vengono pubblicati resoconti parziali, abilmente manovrati e orientati per presentare la nazione sempre sotto il suo aspetto peggiore, senza alcuna obiettività.

Ogni governo in carica viene sistematicamente distrutto, accusato di corruzione e incapacità, salvo riconoscerne i meriti a distanza di anni. E così si viene a sapere che durante la prima repubblica l’economia del nostro paese marciava a ritmi più sostenuti di qualsiasi altra nazione, che sotto il “fallimentare” governo Berlusconi il nostro era stato il paese più virtuoso sotto il profilo del risanamente dei conti pubblici, quello che avevo ridotto di più spesa pubblica e pressione fiscale. Sarà probabilmente possile conoscere i meriti dei governi Renzi e Gentiloni solo tra una decina d’anni.

Il problema è che gli esponenti dei partiti si lamentano del disfattismo dei media solo quando tocca la loro parte politica ma esultano quando la distruttività dei media colpisce l’avversario. Fa comodo a tutti poter scaricare ogni responsabilità sui governi passati per dimostrare la propria bravura dichiarando di avere ereditato una situazione “disastrosa”.

Eppure, se tutte le parti politiche non si mettono d’accordo per stabilire principi equi, pretendendo il rispetto di una etica professionale e di obiettività da parte dei giornalisti, il paese sarà sempre ingovernabile e in balia del primo “pifferaio magico” che si presenta come salvatore della patria e che finirà inevitabilmente odiato e disprezzato dai cittadini anche se avrà realmente compiuto un miracolo.

 

Percentuali di lavoratori sottopagati nei Paesi OCSE

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