Scuola e DdL stabilità

 

E’ passata sotto il completo silenzio dei sindacati la norma, contenuta nel DdL Stabilità, che abolisce qualsiasi forma di utilizzazione o comando presso altre amministrazioni per il personale della scuola, con la sola eccezione dei docenti che svolgono compiti connessi con l’attuazione dell’autonomia scolastica o compiti di supervisione del tirocinio per l’abilitazione all’insegnamento (art. 28, co. 6 e 7).

Eppure si tratta di una norma profondamente ingiusta, ai limiti della incostituzionalità, dato che impedisce di fatto ai soli lavoratori della scuola la mobilità che è contemplata invece per TUTTI gli altri comparti della pubblica amministrazione, magistratura, università, corpo di polizia ed esercito compresi.

La pretesa esigenza di “continuità didattica”, addotta dal Governo per giustificare questa palese iniquità, è in aperta contraddizione con il piano per la “Buona Scuola”, imperniato sull’assunzione di precari che saranno inseriti nell’organico stabile della scuola proprio per assicurare quella continuità didattica, pretestuosamente invocata per motivare questo provvedimento. Un esercito di precari da assumere che rischia di ingrossarsi notevolmente dopo la clamorosa sentenza della Corte Europea, e che provocherà l’esubero di numerosi insegnanti per i quali sarà necessario trovare compiti alternativi da svolgere.

Non regge nemmeno la motivazione del contenimento della spesa pubblica, dato che il personale comandato o utilizzato è a costo zero per l’amministrazione in cui presta servizio, e sarà probabilmente sostituito da contrattisti con costi decisamente superiori. Molti docenti, infatti, possiedono specifiche competenze e hanno sviluppato una professionalità difficile da sostituire con personale amministrativo.

Purtroppo, nella “guerra tra poveri” che si è scatenata negli ultimi anni, complice la crisi e i numerosi provvedimenti impopolari adottati in suo nome, questa norma farà addirittura esultare chi considera gli insegnanti dei privilegiati che o lavorano “solo” 18 ore settimanali oppure sono “imboscati” in uffici dove si lavora 36-40 ore settimanali (spesso sono le stesse persone che esprimono entrambe queste considerazioni senza rendersi conto della evidente contraddizione).

I nostri politici, che invocano solo quando conviene, le “buone pratiche” straniere non hanno evidentemente la più pallida idea di come è organizzato il sistema scolastico nei paesi che citano. Non si sono mai chiesti, ad esempio, per quale motivo l’età media degli insegnanti italiani è di gran lunga superiore a quella europea, anche se tutti vanno in pensione a 65-67 anni come, adesso, anche noi.

 E’ molto semplice e posso rispondere io, che sono cresciuta, ho studiato e insegnato in diversi paesi europei ed extra-europei: all’estero, i docenti che hanno maturato un significativo numero di anni di anzianità di ruolo possono scegliere di lavorare negli uffici, in mansioni diverse dall’insegnamento, possono occuparsi di pratiche amministrative, programmi di scambio, coordinare e gestire le attività necessarie alla
predisposizione e amministrazione dell’offerta formativa, e soprattutto possono “fare carriera”.

Ecco perché è difficile trovare in cattedra, all’estero, un insegnante che abbia superato i 55-60 anni di età e che non ha, giustamente, più l’energia e l’entusiasmo necessari per affrontare classi di ragazzi e adolescenti esuberanti, per non dire sfrenati.

Così, in un paese in cui lo Stato versa 83 miliardi di euro nelle casse di società partecipate, quasi tutte in perdita, le quali nonostante ciò continuano a “pagare” consulenti e direttori generali con stipendi spesso superiori ai 200 mila euro; dove commessi e funzionari di Camera e Senato protestano per il tetto di 240 mila imposto ai loro stipendi milionari; dove i Ministeri continuano ad assumere a contratto personale il cui “merito” è solo politico, l’unica categoria ad essere penalizzata è, come al solito, quella del personale della scuola.

Con il pretesto di premiare il merito, “la buona scuola” abolisce di fatto l’unico diritto garantito, lo scatto di anzianità. Mentre gli impiegati delle altre amministrazioni pubbliche possono “fare carriera” (fino alla pre-dirigenza) superando un semplice colloquio proforma, anche se non sono in possesso della laurea richiesta per l’accesso al ruolo, solo il 66% dei docenti potrà ricevere un “bonus” di “ben 60 euro” in tre anni come premio per aver svolto attività che nulla hanno a che vedere con la didattica, a scapito di quei docenti che si dedicano con passione e impegno al compito cui sono preposti: l’insegnamento.

 

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