Il vizietto italiano

Grazie a tutti quelli che vorranno dedicarmi alcuni minuti del loro tempo.

Vorrei parlarvi  di un’anomalia tutta italiana.

Si tratta di un atteggiamento molto diffuso, che non è riscontrabile in nessun altro popolo, ma di cui pochi italiani sembrano rendersi conto.  Questa caratteristica italiana è stata anche oggetto di studio da parte di alcuni antropologi stranieri.  E’ un tema che mi sta molto a cuore e ho già creato un gruppo su FB, un forum e ora questo blog per discuterne.

Prima di affrontare l’argomento in questione dovrei raccontarvi alcune cose di me che serviranno a farvi capire per quale motivo sono più propensa di altri a notare questa singolarità tutta italiana.

Sono nata in Italia, a Napoli per la precisione, da genitori italiani, ma sono cresciuta all’estero : 1 anno in Spagna, 1 anno a Parigi, 6 anni a Bruxelles e 8 anni a Londra. Ho lasciato l’Italia all’età di 6 mesi e vi sono tornata a 17 anni, in pratica ho trascorso all’estero il periodo più importante per lo sviluppo di un individuo.

Ho quindi vissuto, sono andata a scuola e mi sono formata in diversi paesi. Questo è un elemento molto importante perché formarsi in un altro paese significa acquisirne non solo la lingua, ma anche la mentalità, le abitudini, il modo di pensare, e soprattutto il comportamento.

Occorre effettivamente distinguere tra chi è  cresciuto all’estero e  chi vi ha invece vissuto da adulto, quando la sua personalità era già formata

Integrarsi è una necessità che i bambini sentono più degli adulti, hanno bisogno di essere accettati dal gruppo, quindi si sforzano di adeguare il proprio comportamento per non essere emarginati. La conseguenza è che ogni volta che cambiano paese devono allineare il proprio modo di agire e di pensare, perché spesso un atteggiamento considerato giusto e corretto in un paese è invece ritenuto sconveniente o bizzarro in un altro. Nel farlo sviluppano un senso della relatività e la capacità di cogliere alcune incongruenze che altri, cresciuti e formati sempre nello stesso paese, non notano.

E’ appunto il caso dell’anomalia di cui parlo, riscontrabile unicamente in Italia, e che solo chi è cresciuto all’estero come me sembra rilevare.

Esiste, infatti, una caratteristica che accomuna i cittadini di tutti i paesi – non solo quelli in cui ho vissuto – e che qui in Italia, invece, sembra praticamente assente. E’ il forte senso di appartenenza e di lealtà verso la propria nazione.

Io, crescendo e studiando all’estero, mi sono imbevuta di patriottismo francese – che spesso sfocia nello sciovinismo – di nazionalismo inglese, di orgoglio nazionale spagnolo, e ho trasposto ovviamente questo sentimento verso il mio proprio paese.

Ma una volta rientrata in Italia, mi sono resa conto che il cosiddetto “amor patrio” qui non solo è quasi del tutto assente ma è anche piuttosto mal visto.

Eh sì lo so, in Italia termini come patriottismo e nazionalismo fanno sorridere o addirittura inorridire, appaiono patinati  e antiquati, rimandano a reminiscenze di un passato che si vuole dimenticare. Molti sono convinti che rappresentino l’anticamera della xenofobia, mentre all’estero sono attuali e tenuti in grande considerazione. Provate a guardare un telefilm americano e contate quante volte i personaggi pronunciano frasi come “lo faccio per il mio paese”, e non sto parlando di militari ma di gente comune. Infatti, negli altri paesi, fin dalla più tenera infanzia, viene inculcata la concezione che la patria è un bene superiore che va difeso contro qualsiasi attacco esterno, sia esso verbale o materiale. Negli Stati Uniti ogni mattina gli alunni giurano fedeltà alla bandiera, in Inghilterra scattano in piedi quando sentono l’inno nazionale e in Giappone, nelle scuole, viene impartito un insegnamento che rasenta l’indottrinamento.

Al contrario gli italiani ritengono che parlare male del proprio paese e dei propri concittadini sia una virtù, credono di dimostrare così la loro capacità di essere imparziali e obiettivi. In realtà, essendo l’unico popolo a mettere in piazza i propri difetti rafforzano l’impressione di essere gli unici ad averne.

Frasi come “accade solo in Italia”, “siamo peggio di un paese del terzo mondo” (detto perlopiù da persone che non sono mai state in un paese del terzo mondo), oppure “ all’estero questo non sarebbe mai accaduto” (detto ovviamente da persone che non hanno la più pallida idea di come la questione venga gestita in altri paesi) fanno ormai parte del linguaggio comune di tutti gli italiani.

Inoltre, nessun altro popolo è così ossessionato dal “cosa pensano di noi all’estero”, mentre molti nostri giornali dedicano intere rubriche a questo argomento. E gli italiani invece di reagire con sdegno alle critiche, come farebbero i cittadini di qualsiasi altra nazione, si cospargono il capo di cenere e sentenziano: “Che vergogna! Mi vergogno di essere italiano!”.

Nessun americano, inglese, francese, cinese, giapponese, spagnolo o di qualsiasi altra nazionalità pronuncerebbe mai una frase del genere, nemmeno dinanzi alla dimostrazione di una grave colpa commessa dal governo o da un proprio concittadino (vedi Fukushima).

Gli italiani, al contrario, sembrano afflitti da un patologico complesso di inferiorità e stranamente vanno alla ricerca di giudizi negativi per avere la conferma di appartenere a una nazione indegna. E, cosa ancora più grave, cercano di divulgare all’estero questa loro convinzione.

Mi sono spesso chiesta perché tutti gli altri cittadini del mondo tendono a nascondere o giustificare le manchevolezze del proprio paese e dei propri connazionali, mentre gli italiani li mettono in evidenza, trascurandone i pregi (tranne quelli artistici e paesaggistici troppo ovvi per essere negati e soprattutto non attribuibili alle attuali generazioni)?

Perché nutrono una tale sfiducia nelle proprie istituzioni e nei propri compatrioti?

Ora mi farete un elenco di tutto ciò che non va per dimostrare che l’Italia è davvero la peggiore del mondo, ma in realtà non c’è nulla che possa giustificare un tale atteggiamento. Tutte le nazioni, come gli individui, hanno pregi e difetti. Non esiste una nazione dove “non funziona niente” così come non esiste una nazione “dove tutto funziona alla perfezione”.

Ma il punto è proprio questo: perché alcuni individui maturano la convinzione di appartenere ad una nazione superiore mentre altri sono convinti di essere gli “ultimi della classe”?

Questo sentimento è indipendente dalla classifica “ufficiale” del proprio paese, anche i cittadini di paesi considerati “del terzo mondo” trovano motivi di orgoglio nazionale e provano un  forte senso di appartenenza e di lealtà verso la loro patria.

E’chiaro che queste convinzioni vengono inculcate fin dall’infanzia e diventano parte integrante del proprio modo di pensare e di sentire.

Sicuramente alla base c’è anche una certa tendenza al vittimismo, al non volersi assumere alcuna responsabilità, oltre ad una singolare concezione dello Stato che, per la maggior parte degli italiani, dovrebbe essere una sorta di madre generosa, indulgente e benevola pronta a soddisfare ogni bisogno dei cittadini senza pretendere nulla in cambio.

Per farvi capire in maniera più chiara di cosa sto parlando vi porterò alcuni esempi, partendo dagli avvenimenti più recenti.

Vi invito a seguirmi nei prossimi articoli.

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3 pensieri su “Il vizietto italiano

  1. Ciao Patrizia,
    ci sei riuscita! Carina la veste del blog e il colore dello sfondo, il celeste è sempre rassicurante.
    Per ciò che scrivi condivido in parte, anche io ho vissuto all’estero e alle volte ho trovato anche gente molto critica verso il proprio Paese. La gente intelligente lo è dappertutto, i cretini pure ci sono ovunque. Siamo noi italiani, secondo me ancora molto divisi, guarda alcune parti dell’Italia che sotto sotto desiderebbero staccarsi, e altre regioni dove lo Stato è ancora visto come un nemico. Le ragioni sono molto più profonde, perchè l’Italia che è lunga quasi 1.800 chilometri, ha climi diversi, geografie diverse, vi si parlano una incredibile quantità di dialetti, che sono per lo più incomprensibili a chi non li ha studiati. Almeno io se qualcuno mi parla in milanese stretto o in siciliano stretto non lo capisco. Il teatro, il cinema, e parte della nostra grande letteratura alle volte si avvale delle differenze linguistiche. Dunque il senso di appartenenza è più difficile.
    Personalmente, proprio perché ho vissuto in tanti Paesi diversi, mi sento di appartenere all’Italia per certe cose, e ad altri Paesi per altre. E se da una parte è interessante e stimolante, dall’altra questo senso di appartenenza diciamo “non mi appartiene” del tutto. In fondo forse questi concetti di nazione, patria ecc… sono sì importanti, ma siamo tutti uomini e tutti cittadini di questo piccolo piccolo mondo. Intrappolati nella nostra atmosfera, attaccati al suolo dalla forza di gravità, non riusciamo a vedere spesso oltre il nostro naso. Ma questo non è un difetto di una nazione in particolare, forse è proprio la conseguenza del nostro “essere uomini”.

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  2. Ciao Claudia,

    la critica è intelligente solo se è costruttiva altrimenti diventa distruttiva e inutile.
    E’ particolarmente deleteria quando nasconde un profondo disprezzo e la volontà di demolire più che costruire, che è ciò che scorgo spesso nei nostri compatrioti.
    In effetti non tutti quelli che sono cresciuti all’estero come me hanno trasposto verso il proprio paese il patriottismo che è stato loro insegnato, alcuni lo hanno assorbito in toto, al punto di rinnegare le loro origini adottando quelle del paese ospitante. E’ una realtà che si è verificata in passato con molti dei nostri compatrioti e che si verifica anche al giorno d’oggi con i figli di emigrati in Italia, i quali cercano di nascondere le loro origini, di cui si vergognano, per abbracciare completamente quelle del paese in cui vivono.
    Anch’io mi sento cittadina del mondo, ma riconosco di avere una famiglia con la quale condivido passato e storia e non mi piace sentirla bistrattare e offendere, specie da chi non avrebbe motivo di parlare.
    Nessuno andrebbe a sparlare dei propri familiari con degli estranei, mentre è quello che fanno continuamente i nostri giornalisti e chiunque abbia modo di farsi sentire sul web.
    Quel che è peggio è che molti italiani gioiscono quando qualcuno parla male del loro paese, perché magari colpisce il nemico politico di turno. Questo è intollerabile.
    Volente o nolente siamo italiani e dovremmo imparare a rispettarci e ad amarci di più.
    Penso che anche tu avrai notato quanto sono “chauvin” i francesi e nazionalisti gli americani, “God bless America!” o gli inglesi “God save the Queen”.
    Certo, alcuni di loro sono anche capaci di esprimere qualche lieve auto-critica ma guai a chi permette di attaccarli dall’esterno; se esistevano divergenze tra loro queste vengono immediatamente appianate e tutti si compattano per difendere quello che ritengono un bene comune.
    Forse loro sono esagerati ma anche noi lo siamo con il nostro inguaribile autolesionismo e la nostra patologica esterofilia.

    Gli italiani sentono principalmente l’attaccamento alla famiglia e alla città d’origine, ma manca completamente il senso di appartenenza a una nazione. E’ quello che l’antropologo americano Edward Banfield, definì “familismo amorale”.

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    • PS: per usare un esempio in tema con il tuo blog 🙂
      la critica costruttiva è quando dici : “Buona questa ricetta ma forse manca un pizzico di noce moscata”
      la critica distruttiva (diffusamente praticata dagli italiani nei confronti del proprio paese) è: “non ha mai mangiato niente di peggio; chiunque saprebbe farla meglio”

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