Il partito che vorrei

Per poter definire il partito che vorremmo credo che dovremmo prima chiederci qual è il paese che vorremmo.

Come vediamo l’Italia tra 5, 10, 20 anni?

Di solito, partiti e governi, nei loro programmi, si limitano ad affrontare la situazione contingente, a tappare le falle, a tamponare le emergenze, a prevedere riforme da attuare nell’ambito ristretto del mandato conferitogli, senza elaborare un progetto a lungo termine che miri a rinnovare il paese in ogni suo aspetto.

Qual è il piano globale? Qual è il traguardo finale che vogliamo raggiungere? Che paese vogliamo consegnare ai nostri figli, ai nostri nipoti, alle future generazioni?

Questo dobbiamo chiederci innanzitutto, e da lì partire per delineare il programma da dare al partito.

Un partito che sappia rivolgersi alla gente, che ne capisca le esigenze e le aspettative, che dimostri, al di là degli slogan e delle promesse elettorali, di voler perseguire una strategia a lungo termine, condividendola con la massa, per avviare tutti insieme quel processo virtuoso che è alla base di un rinnovamento sociale profondo e duraturo.

Vi faccio un esempio, se un costruttore vuole vendere un appartamento sulla carta che cosa farà? Farà vedere il plastico del progetto finale, lo farà immaginare in ogni dettaglio: “qui ci sarà il laghetto, qui la piscina, qui il parco giochi per i bambini…”Vi farà innamorare del progetto. Poi spiegherà il programma per realizzarlo: “il primo anno costruiremo le fondamenta, il secondo la struttura” e così via…

Questo deve fare un partito, deve dare la visione dell’Italia che si vuole costruire, farla immaginare, sognare, desiderare. Saper programmare il presente immaginando il futuro.

Sono convinta che un partito fondato su tali premesse avrebbe una forza straordinaria.

Invece che cosa hanno fatto finora partiti e governi? Si sono presentati come un agente immobiliare che cerca di vendere un appartamento dicendo: “sì, qui c’è un tubo che perde, ci mettiamo un raccordo e per qualche mese dovrebbe reggere, qui il pavimento è rovinato, ci mettiamo una toppa così non si vede…”.

No, basta!

Gli elettori vogliono un progetto unitario in cui credere, un’Italia rinnovata in ogni settore, solo così potranno accettare sacrifici e rinunce e dire che ne vale la pena.
Molti, basandosi sui risultati delle elezioni europee, affermano che non c’è spazio per un partito moderato in Italia. Credo sia un grande errore. Significa non aver compreso che gli elettori italiani sono prevalentemente moderati ma che, ancora una volta, hanno votato per disperazione, per paura, contro il populismo distruttivo di Grillo, perché Renzi si è presentato come un “moderato” e perché era “il meno peggio”.

Ma io non voglio più votare per il “meno peggio”, io voglio votare per un partito che mi convinca davvero, e come me tutti gli italiani.

Oggigiorno le sigle destra, sinistra non contano più, è vero. Gli estremismi non li vuole più nessuno – anche se i risultati elettorali in Francia e in Inghilterra dovrebbero far riflettere -.

Ma il punto è che, in Italia, se un governo dichiaratamente di centro-destra fa delle riforme che appaiono troppo “di destra” l’opposizione grida al fascismo, se un governo di centro-sinistra fa delle riforme che appaiono troppo “di sinistra” l’opposizione sventola lo spauracchio del comunismo. Solo un governo centrista, liberal-democratico e moderato più permettersi di fare riforme “di destra” e “di sinistra”.

Renzi è un bravo comunicatore, non c’è dubbio, e ha il grande dono di sapere interpretare gli umori dell’elettorato. Ha compreso che gli italiani vogliono sì restare in Europa ma non vogliono più essere considerati vassalli delle nazioni più potenti, e rivendicano oggi un ruolo di primo piano. Gli elettori hanno apprezzato la sua determinazione nel richiedere la flessibilità del patto di stabilità, dichiarando che “l’Europa deve cambiare se vuole sopravvivere”, e le sue affermazioni di non voler “farsi dettare i compiti a casa dall’Europa”.

Io non ho dubbi sul fatto che l’Italia debba restare nell’Unione Europea, ma al tempo stesso mi rendo conto che gli italiani si sono risvegliati bruscamente dal sogno idilliaco di una Europa unita, coesa e paritaria. Le divisioni all’interno dell’UE sono sempre più profonde ed evidenti e ogni paese cerca di far prevalere i propri interessi nazionali. In questo contesto, l’Italia si presenta vulnerabile e impreparata perché, a differenza di quasi tutti gli altri paesi, è totalmente priva di un senso di identità collettiva.

La scarsa incisività del nostro paese sullo scacchiere internazionale, infatti, è dovuta soprattutto a questa mancanza di coesione e alle divisioni interne. I nostri candidati alle cariche più prestigiose nelle istituzioni europee, se proposte da una parte politica non sono sostenute dall’altra. I nostri enti non dialogano tra loro, non sanno “fare squadra”.

Questo, a mio avviso, è il problema alla base di tutti i problemi del nostro paese.

Stranamente, quasi tutti i cittadini riconoscono e deplorano questa criticità, che io definisco “l’anomalia italiana”, ma nessun governo ha mai cercato di affrontarla elaborando una strategia a lungo termine.

Molti dicono “siamo una nazione giovane, è per questo che non c’è unità”. Ma pensate davvero che questo senso di identità nazionale si crei spontaneamente con gli anni?

No, ve lo posso assicurare.

L’unità di una nazione non si crea definendone i confini e uniformandone le istituzioni. L’unità di una nazione è innanzitutto un sentimento, uno stato d’animo, un senso di appartenenza e di identità che deve essere insegnato e coltivato.

Io sono cresciuta e mi sono formata in scuole all’estero e so bene che gli altri paesi la inculcano ai bambini fin dalla più tenera età. Perché sanno che l’unione fa la forza, sanno che preservare l’immagine del proprio paese agli occhi del mondo significa preservare l’immagine di ogni suo singolo cittadino, nessuno escluso. Un Grillo che invita il Parlamento europeo a “non dare più soldi all’Italia perché finiscono tutti alla mafia” condanna a morte tutto il paese. Solo un folle non è in grado di capire che così danneggia se stesso, i suoi figli, le generazioni presenti e future.

Ma non è l’unico a comportarsi così purtroppo.

In Italia, articoli, programmi e talk show gareggiano nel denunciare sprechi e inefficienze. Giusto! Segnalarli è un sacrosanto dovere. Tuttavia, occorre dare anche dei messaggi positivi in grado di creare fiducia, le critiche dovrebbero essere costruttive, non distruttive e dettate unicamente da faziosità politica o da interessi economici. Chi, pur di screditare l’avversario politico o vendicarsi di un torto subito, distrugge l’immagine dell’intero paese, dovrebbero fermarsi a considerare che le conseguenze si ritorceranno come un boomerang contro se stesso.

Dal dopoguerra in poi, in Italia, sono prevalse due tendenze culturali contrapposte: l’internazionalismo invocato dalla sinistra e un tipo di patriottismo retorico, egemonizzato dalla destra, che ha spesso avuto connotazioni xenofobe e nazionaliste.

Solo un partito di centro può riconciliare questi estremi opposti e proporre un ideale di patriottismo migliorativo, solidale e aperto all’Europa e al mondo, comparabile a quello delle altre grandi democrazie, come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito o Stati Uniti, caratterizzate da un fortissimo senso di patria e da un progetto nazionale condiviso a livello di massa.

Seguendo il loro esempio l’Italia potrà trovare la spinta necessaria ad attuare quel salto di qualità che tutti auspichiamo e che è molto più vicino di quanto non si creda.

Occorre valutare con coscienza critica i problemi rimasti irrisolti e programmare le nuove sfide da affrontare con senso dell’unità nazionale. Occorre un piano, un programma di ampio respiro in grado di ridare fiducia nel paese, nelle istituzioni e nei propri compatrioti, in grado di fare emergere e sostenere l’Italia migliore, quella che crea, produce, lavora. L’Italia che ci rende orgogliosi di essere italiani.

Solo con queste premesse potrebbe davvero essere #lasvoltabuona.

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