CRIMINE IN ITALIA. ESISTE DAVVERO UN’EMERGENZA “FEMMINICIDIO” ?

In Italia si verificano in media 530 omicidi l’anno, un tasso calcolato su 100.000 abitanti che è fra i più bassi al mondo.

Le statistiche dell’Onu sull’omicidio (UNODC homicide statistics) dimostrano che si ammazza di più in Nord Europa, e che proprio nei paesi più emancipati e dove le donne sono più libere le proporzioni di omicidi di maschi e di femmine sono percentualmente quasi alla pari.

La percentuale di femminicidi è più alta in Germania e Giappone il 50%, in Norvegia il 41,4%, in Svezia e Danimarca il 34,5% in Finlandia il 28,9%, in Spagna il 33,1% in Francia il 34,5%; negli USA il 32,5%. Contro il 23,9% dell’Italia.

Dunque, in Italia le vittime di sesso femminile non arrivano al 25% e a morire sono soprattutto i maschi, per mano di altri maschi.
Premesso che il mondo perfetto, dove nessuno muore ammazzato non esiste (per quanto tutti ci auguriamo che la “civiltà” faccia tendere la società in quella direzione), vista la situazione globale, in Italia il problema omicidi, da un punto di vista del pericolo generale per la società, è sostanzialmente inesistente, specie se paragonato ad esempio agli USA dove il tasso di omicidi è oltre 5 volte più elevato.
Questo non vuol dire che situazioni pericolose non esistano e che la polizia non debba costantemente sorvegliare, ma è evidente che non esiste nessun allarme, se consideriamo che oltre ai già citati USA, in Russia il tasso di omicidi è oltre 10 volte quello dell’Europa occidentale, nei paesi latinoamericani e africani è da 20 a 90 volte più elevato.

Ma guardiamoli bene, i dati che riguardano il nostro paese. Gli omicidi in Italia sono calati del 57 per cento circa dal 1992 ad oggi. Nel rapporto sulla criminalità in Italia si scopre tuttavia che le donne uccise sono passate dal 15,3 per cento del totale, nel triennio 1992-1994, al 26,6 del 2006-2008. Peraltro, la maggior parte delle vittime si registra nel ricco e sviluppato (e, certo, più popolato) nord: dove, nel 2008, ultimo anno disponibile, le vittime di sesso femminile sono state il 47,6 per cento, contro il 29,9 per cento del sud e il 22,4 del centro. Le morti per criminalità organizzata passano da 340 nel 1992 a 121 nel 2006 e quelli per rissa da 105 a 69, i delitti maturati in famiglia o “per passione”, che sono in gran parte costituiti da femminicidi, passano da 97 a 192. In base a questi dati si può dire che il fenomeno è in aumento nel nostro paese?

I dati riferiti all’Italia dicono che sono state uccise 120 donne nel 2015. Sono tante? A sentire questo mero dato, sembrerebbe di si. Ragionando un attimo però e considerando questo numero nel contesto si ridimensiona molto, visto che gli omicidi in un anno sono 530, se di questi 120 sono donne, significa che si tratta del 22 %.  Allora perchè non aggiungere che sono stati uccisi anche circa 410 uomini, pari al 77 % del totale?
Se la matematica non è un’opinione, direi che sono la maggioranza.

In tutti i paesi del mondo la maggior parte degli omicidi avviene a danno di uomini che oltretutto costituiscono anche la stragrande maggioranza degli assassini.
In questi casi si può parlare di “maschicidio”?
Da dove si deduce che esiste un “femminicidio”?

Il termine “femicide” (in italiano “femminicidio”) nacque per indicare gli omicidi della donna “in quanto donna”.
“Uccisa in quanto donna”. Ma come si fa a dimostrare che una moglie/fidanzata/amante viene uccisa “in quanto donna?”
Si può individuare nel substrato “culturale” un possibile movente?

Secondo le teoriche del femminicidio la “colpa” delle donne uccise per mano di un uomo è quella di aver trasgredito al ruolo ideale imposto dalla tradizione (la donna obbediente, brava madre e moglie, la “Madonna”, o la donna sessualmente disponibile,), di essersi prese la libertà di decidere cosa fare delle proprie vite, di essersi sottratte al potere e al controllo del proprio padre, partner, compagno, amante. Per la loro autodeterminazione, sono state punite con la morte. “tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano a usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.
Ora però i dati riferiti ai paesi islamici e all’India dimostrano una cosa: che la percentuale di donne uccise è assolutamente indipendente dal grado di tutela di cui godono, tanto che paradossalmente è molto più alta dove le donne sono alla pari e largamente tutelate, con il massimo in Germania e Giappone dove si arriva praticamente ad una perfetta parità tra omicidi di uomini e donne, e bassissima in quei paesi dove le donne sono considerate inferiori o dove sono inferiori proprio per legge.

In conclusione viene fatto un uso dei dati quantomeno distorto per dimostrare il “femminicidio”.  I dati del rapporto UNODC sono chiarissimi, i maschi sono in maggioranza sia come assassini che come vittime. E nessuno sembra pensare mai alla ragione più ovvia, ovvero che gli uomini sono per natura più forti, aggressivi e violenti, quindi, è assolutamente normale che, nelle liti di coppia o in famiglia, in percentuale siano più gli uomini assassini e le donne vittime. Così come è decisamente più frequente che un uomo uccida genitori anziani o figli piccoli piuttosto che il contrario. Le donne uccidono molto poco e, quando lo fanno, spesso lo fanno a danno di maschi ed in particolare del partner.

La “cultura maschilista o patriarcale” invocata come movente è un argomento assolutamente fallace, anche perchè solitamente chi sostiene questa tesi si riferisce ad una presunta cultura “maschilista o patriarcale” tipicamente italiana.
In realtà gli omicidi passionali sono in stagrande maggioranza a danni delle donne in tutto il mondo per un’ovvia ragione, cioè che le donne sono fisicamente più deboli e meno inclini alla violenza. Oppure dovremmo concludere che la Germania, dove quasi la metà delle vittime di omicidio sono donne, e dove da anni la persona più potente è una donna, è un paese orribilmente maschilista e misogino?

Qualcuno pensa forse che esistano paesi dove grazie ad un “cultura femminista” le donne godono di maggiore stima e non esistono omicidi di questo tipo?
Semplicemente non esistono, perchè in tutto il mondo occidentale dove le donne sono alla pari e godono di ogni diritto, che siano gli USA, la Danimarca o il Lussemburgo, esistono uomini violenti, possessivi e psicopatici che uccidono la propria compagna se scoprono che li ha traditi o vuole lasciarli.
Per questi uomini prevale l’istinto di sopraffazione, la propensione alla violenza che si scatena contro soggetti più deboli e indifesi.
In Italia esiste una cultura “maschilista”? Ci sono 30 milioni di maschi. In un anno 120 donne uccise. Ciò vuol dire che appena lo 0,0004 % dei brutali e misogini maschi italiani si rende responsabile di omicidio ai danni di una donna. Se davvero la causa di un presunto “femminicidio” fosse culturale, quindi largamente diffusa in tutti gli strati della popolazione, dovremmo vedere migliaia di femmine uccise ad ogni angolo di strada, perchè sono migliaia, decine di migliaia, maschi che ogni giorno vengono lasciati, rifiutati, o maltrattati dalla propria compagna. Eppure, solo una infinitesimale parte di loro uccide.

L’omicidio è già un reato eppure gli omicidi vengono commessi lo stesso. La legge punisce sia le violenze sia l’omicidio, di qualunque tipo, ai danni di chiunque, uomo o donna che sia, tutti sanno che uccidere una persona è reato. Ma alcuni individui non sono in grado di controllarsi. Un uomo malato di mente o dalla natura violenta non rinsavisce improvvisamente guardando un dibattito sulla violenza contro le donne o una pubblicità strappalacrime in TV.

Quindi chi sostiene l’esistenza del femminicidio, come pensa di risolverlo?

L’unica soluzione, prevenzione legale a parte, è aiutare le donne (e gli uomini) a prendere coscienza dei rischi: evitare di frequentare persone (uomini o donne) violenti, allontanarsi al minimo segno di comportamenti sospetti da parte dei partner, denunciare ogni abuso subito, cercare protezione da persone fidate o dalle forze dell’ordine.

Secondo le statistiche ONU gli omicidi in Italia sono pochi, abbiamo uno dei tassi più bassi al mondo, ma se ne vengono evidenziati 3-4 in pochi giorni fanno subito notizia e diventano “emergenza nazionale” a secondo del messaggio politico che si vuole comunicare.

Di fatto, basta prendere alcuni casi, martellare mediaticamente e il caso si crea.

  • Due omicidi commessi da extra-comunitari in una settimana: migranti pericolosi.
  • Tre omicidi di donne in 10 giorni: femminicidio.
  • Due omicidi tra bande rivali: la mafia imperversa in Italia
  • Tre omicidi commessi da minorenni in 15 giorni: gioventù violenta.
  • Quattro omicidi commessi a Roma in un mese : “Roma come il Bronx”.
  • Cinque omicidi in famiglia in due mesi : c’è un problema “violenza in famiglia” in Italia
  • Due immigrati uccisi in 10 giorni: siamo un paese razzista
  • Tre omosessuali uccisi in un anno: siamo un paese omofobo.
  • Due suicidi in 15 giorni: emergenza suicidi in Italia

Così si creano i casi mediatici; sono sufficienti pochi episodi che, collegati tra loro con forzature spesso improbabili e assurde, danno  l’idea di una strage in atto.

L’altro aspetto da considerare è che queste campagne partono simultaneamente in tutti i paesi occidentali, quasi ci fosse una regia occulta che decide quale aspetto”deviato” della società occorre mettere in luce e combattere. Chi legge solo giornali nazionali ovviamente non se ne rende conto, ma basta scorrere i media stranieri online per rendersi conto che i titoli di prima pagina, salvo qualche notizia locale, sono praticamente gli stessi ovunque nel mondo. Ora il presunto problema della “violenza contro le donne” è stato lanciato dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea e messo in risalto simultaneamente in tutti i paesi occidentali con campagne di sensibilizzazione ad hoc, con testimonial carismatiche come attrici, scrittrici, accademiche, giornaliste; con una massiccia produzione di film e telefilm basati su “fatti reali” che mostrano uomini amorevoli trasformarsi improvvisamente in aguzzini e spietati assassini, rendendo quindi impossibile riconoscere eventuali “segni premonitori” in anticipo.

La verità è che risse, aggressioni e guerre sono state scatenate dagli uomini –  intesi come genere maschile –  fin dalla notte dei tempi; la loro violenza si manifesta contro le donne, contro essere indifesi e contro altri uomini. Quindi affrontare il problema unicamente sotto l’aspetto della “violenza contro le donne” è del tutto fuorviante e limitativo, serve solo ad alimentare sospetto, diffidenza e divisioni tra i due sessi (situazione che forse giova a qualcuno, c’è sempre chi trae  vantaggio dalle divisioni).

Alla luce della storia dell’umanità, sarebbe più logico ritenere che l’istinto di sopraffazione in alcuni uomini sia innato e non perpetuato dall’educazione e dalla cultura e che sia quindi estremamente puerile pensare di arginarlo con una “educazione all’uguaglianza tra uomini e donne”.

Si è spesso ritenuto che fosse possibile convogliare la propensione maschile alla violenza e all’aggressività verso attività come lo sport, ma i fatti dimostrano che la maggior parte degli uomini colpevoli di aggressioni vanno regolarmente in palestra o praticano qualche sport.

L’unica arma efficace è quella di dotare le donne di strumenti per riconoscere e difendersi da eventuali situazioni di pericolo, perché sia la donna libera ed emancipata sia la donna docile e remissiva possono diventare potenziali bersagli di uomini violenti ed incapaci di auto-controllo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Un pensiero su “CRIMINE IN ITALIA. ESISTE DAVVERO UN’EMERGENZA “FEMMINICIDIO” ?

  1. Il crimine è al di la del genere e del sesso delle persone, così scriveva J. Hillman in fuochi Blu p. 221. Finito di stampare nel gennaio 2003 in Azzate dal consorzio artigiano ” L.V.C.”

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