I WANT IT ALL (voglio tutto)

Lee Marshall è un giornalista britannico che si occupa di viaggi e cinema. Collabora con Condé Nast Traveller, Screen International e altre testate. In Italia dal 1984, vive a Città della Pieve, in provincia di Perugia.

Ha scritto questo articolo per la rivista “Internazionale”.

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C’è un fotomontaggio che sta girando tra i miei amici su Facebook. È un accostamento di due foto. In ognuna si vede una squadra di calcio in posa sulla scaletta d’imbarco di un aereo.

A sinistra c’è la squadra inglese, a destra quella italiana. “Italy vs England. Spot the difference”, ha scritto maliziosamente l’amico (italiano) che l’ha postato.

Devo ammettere che il confronto mi ha strappato un sorriso. Gli stereotipi nazionali sono divertenti, soprattutto quando sembrano confermati dalla realtà.

I miei compatrioti sono disposti in due file ordinate, tranne qualche trio (sempre ordinato) in cima alla scala per consentire a tutti di entrare, e un altro trio in piedi sulla pista, formato da Frank Lampard, il commissario tecnico Roy Hodgson e il capitano Steven Gerrard.

Gli abiti grigi, tutti abbottonati ad altezza ombelico al primo dei due bottoni, sembrano comprati all’ingrosso in uno dei magazzini per uomo che si trovano in tutte le principali strade di shopping nel Regno Unito – Burton, diciamo, oppure Austin Reed – dove vanno i maschi inglesi che non portano mai un vestito, quelli che normalmente girano in tuta ginnastica e portano la giacca come fosse una camicia di forza, quando stanno per sposarsi.

Anche i tagli dei capelli sono standardizzati. Non ce n’è uno che si potrebbe definire lungo, ma nemmeno corto rasato, e i tocchi estrosi – il ciuffo biondo di Luke Shaw, l’effetto gel di Frank Lampard, il mohawk troncato di Raheem Sterling – sono tenuti sotto stretto controllo. Hodgson è l’unico che accenna un sorriso.

A seconda di come la si guardi, l’impressione è di serietà e disciplina oppure di conformismo e mancanza di individualismo. Secondo uno dei commenti su Facebook, sembrano dipendenti di banca in gita aziendale. La striscia di cielo che si scorge nella foto, manco a farlo apposta, è grigia.

Nella disposizione della squadra italiana invece non c’è una sola linea dritta. Aiuta il fatto che la scaletta sembra molto più larga, il che consente una composizione informale, l’equivalente di una tela di Emilio Vedova per una foto di squadra. Gli abiti color blu notte sono molto più eleganti di quelli degli inglesi. Con tanto di gilet, erano stati disegnati da Dolce & Gabbana.

Ma è anche il modo di portarli che distingue la squadra azzurra dalla nazionale di Oltremanica: alcuni hanno lasciato le giacche aperte, altri, come De Rossi, le hanno abbottonate. C’è chi ha le mani in tasca e chi, come Buffon, ha una mano appoggiata alla spalla di un compagno di squadra.

Più della metà dei giocatori porta gli occhiali da sole. Il più cool di tutti è Andrea Pirlo, che si è messo di profilo, mano sulla maniglia telescopica del trolley come fosse il bastone di un dandy un po’ retro. I capelli sono di tutti i tagli, dalla lunga chioma di Balzaretti alla testa rasata di Borini.

A seconda di come la si guardi, l’impressione è di solarità, creatività e spensieratezza, oppure di mancanza di disciplina ed eccesso di individualismo. Secondo un altro commento su Facebook, i giocatori italiani sembrano i soliti pressappochisti (tutti i commenti che ho visto e che riporto qua sono di italiani, tra cui alcuni residenti all’estero). Il cielo sopra il velivolo è di un blu dipinto di blu, naturalmente.

Secondo me la cosa interessante dell’accostamento non è tanto ciò che le due foto dicono dei diversi caratteri nazionali, ma come gli italiani che conosco le interpretano, e cosa queste reazioni rivelano su ciò che gli italiani pensano degli italiani.

Certamente l’amico italiano che ha postato il fotomontaggio ha voluto celebrare, in modo scherzoso, le qualità che ho elencato sopra: solarità, creatività, spensieratezza, una sana resistenza alla rigida disciplina. Un commento di un altro amico italiano su Facebook riassume questo approccio: “Una foto è disordinata ma alla fine carina”, scrive. “L’altra è ordinata ma alla fine risulta un po’ triste”.

Però ieri, parlando con un paio di colleghi giornalisti italiani in un albergo vicino al mare in Maremma, è nato un altro tipo di discussione sul confronto fotografico. A scatenarla è stato il direttore dell’albergo, che aveva visto anche lui il fotomontaggio su Facebook. “L’ho fatto vedere al personale”, ci ha detto, “e ho chiesto: noi a quale di queste due squadre vogliamo somigliare?”.

Domanda a trabocchetto, ovviamente. La risposta corretta, per lui, era la squadra inglese. Disciplinata, seria, apparentemente attenta alle regole sartoriali e di comportamento imposte dall’alto. Qui non parliamo di come giocano, ma solo di come sembrano in quella foto. A chi capisce di calcio basta dire Wayne Rooney per sapere che la creatività non è un monopolio italiano, e nemmeno i problemi di disciplina.

Poi uno dei miei colleghi italiani, che ha vissuto a Londra per un paio di anni, ha detto che la foto della squadra italiana ricordava l’atteggiamento dei turisti italiani sulla scala mobile della metropolitana londinese. Dove vige un rigido codice: si mettono a destra quelli che intendono stare fermi durante il tragitto, lasciando la fila a sinistra a chi preferisce camminare. “Quando vedevi qualcuno di sopra che bloccava la fila a sinistra”, ci ha detto, “potevi scommettere che era italiano”.

Per quanto mi riguarda, alcuni dei motivi che mi hanno portato in Italia e che mi hanno convinto a restare sono riassunti in modo eloquente nella foto della squadra italiana. Ma capisco anche le reazioni contrastanti degli amici italiani davanti a quell’immagine. I want it all, sembrano dire con Freddie Mercury – la gioia e la scioltezza mediterranea insieme alla disciplina e alla serietà del nord.

Il problema si potrebbe riassumere così: come si fa a essere contemporaneamente fico e serio, creativo ma ordinato, sciolto e scrupoloso?

Se può essere di qualche consolazione, è un dilemma che preoccupa gli inglesi quanto gli italiani. Voi cercate di risolverlo con frequenti, eroici, velleitari appelli all’ordine, alla legalità, al rispetto delle regole. Noi lo risolviamo, il più delle volte, con l’alcol.”

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