I futuri cittadini si formano a scuola

Da anni sostengo che il principale aspetto critico della società italiana, oggi e in passato, è l’assenza di una coscienza civica collettiva. Questa criticità è riconosciuta, e deplorata, dalla maggior parte dei cittadini italiani. Tuttavia, di solito si commette un errore banale ma sostanziale, cioè si imputa questa manchevolezza a varie cause sia storiche, come l’unificazione recente, sia sociali, come corruzione, nepotismo, individualismo, mancanza di coesione, che avrebbero portato i cittadini a disamorarsi delle proprie istituzioni e del proprio paese.

In realtà si confonde l’effetto con la causa.

La crisi di oggi è il frutto di un male antico: gli italiani non amano l’Italia. E’ proprio il disamore e il disinteresse per il proprio paese, la diffidenza verso i propri concittadini che ingenerano i comportamenti che esecriamo a parole ma di cui ci rendiamo, in qualche modo, tutti colpevoli.

Sono profondamente convinta che nessun cambiamento e nessuna riforma sarà possibile finché non verrà affrontata questa criticità, che definisco “l’anomalia italiana” o “familismo amorale” per utilizzare il termine coniato dall’antropologo Banfield. Il principio su cui si basa il rapporto tra italiani è massimizzare unicamente i vantaggi materiali di breve termine della propria famiglia nucleare, del proprio gruppo politico o della propria corporazione supponendo che tutti gli altri si comportino allo stesso modo. Banfield ha descritto molto bene gli effetti devastanti della assenza di ethos comunitario riguardo alla vita politica e alla gestione del bene pubblico:  nessuno perseguirà l’interesse comune, salvo quando ne trarrà un vantaggio proprio; chiunque, persona o istituzione, affermerà di agire nell’interesse pubblico sarà ritenuto un truffatore; il pubblico ufficiale tenderà a farsi corrompere, e se anche non lo farà sarà comunque ritenuto corrotto; la legge sarà trasgredita ogni qual volta sembrerà possibile evitarne le conseguenze; il voto verrà usato per assicurarsi vantaggi materiali di breve termine, per ripagare vantaggi già ottenuti oppure verrà usato per punire coloro da cui ci si sente danneggiati nei propri interessi, anche se hanno agito per favorire l’interesse pubblico.

 

Il mio punto di osservazione è alquanto privilegiato poiché mi sono formata in tre paesi diversi: Francia, Belgio e Inghilterra, ho insegnato sia in licei italiani sia stranieri e, recentemente, anche all’università di Hong Kong.
Ritengo quindi di avere una visione più ampia e oggettiva delle diverse realtà rispetto ai miei connazionali.

Ho potuto constatare che in tutti i paesi stranieri in cui ho vissuto, studiato e insegnato il concetto: “i futuri cittadini si formano a scuola” è il principio cardine su cui sono imperniati tutti i corsi, i programmi, i testi scolastici e la stessa formazione dei docenti; la scuola è intesa anche come luogo in cui infondere un sentimento di amore e di lealtà verso il proprio paese e di sano orgoglio per le sue realizzazioni, con la consapevolezza che il rispetto e la credibilità di cui gode una nazione si riflette su ciascuno dei suoi cittadini.

In Italia questo concetto esiste solo a parole ma non è mai stato alla base di una ri-organizzazione strutturale e organica del paese, che deve necessariamente passare dalla scuola. La politica ha sempre rincorso le emergenze e tappato le falle senza mai riuscire a pianificare una strategia di lungo periodo.

“Cambiamo l’Italia” è lo slogan che viene ripetuto come un mantra da quasi tutti i partiti politici, che lo hanno adottato come obiettivo prioritario del loro programma. Ma senza una consapevolezza identitaria ogni possibilità di rinnovamento è impossibile.

Qualsiasi governo, seppure ottimo, non riuscirà mai a riqualificare la nazione senza il sostegno di masse sociali che condividono la stessa visione e che si sentono coinvolte in un progetto comune.

Per poter cambiare il paese occorre coltivare nei giovani sentimenti di solidarietà e renderli consci delle responsabilità morali, civiche e sociali che hanno nei confronti dei propri concittadini, della propria nazione e dell’intera umanità; devono comprendere che non possono essere solo le istituzioni a “costruire” il paese ma che serve un processo che si muova in entrambe le direzioni e che veda i cittadini impegnati attivamente per migliorare la nazione.

Soprattutto occorre ribaltare l’immagine che del paese viene continuamente trasmessa all’opinione pubblica italiana (e straniera). Dobbiamo valorizzare i nostri punti di forza non solo affliggerci e compiangerci per le nostre debolezze. E’ necessario comunicare messaggi positivi in grado di creare fiducia, le critiche dovrebbero essere costruttive, non distruttive.

In poche parole, gli italiani devono imparare ad amare il loro Paese.

Tuttavia l’amore e la lealtà verso il proprio paese e i propri compatrioti non sono sentimenti che nascono spontaneamente, devono essere insegnati e coltivati.

Come afferma giustamente il filosofo e docente di storia politica Maurizio Viroli:

“Fin dalla nascita della Repubblica, il linguaggio del patriottismo ha avuto in Italia vita stentata. Possiamo certo continuare a deriderlo, criticarlo in modo superficiale, o ignorarlo. Ma non lamentiamoci dello stato della nostra vita politica e civile e mettiamo pure da parte ogni speranza di rinascita. Le rinascite, quelle vere, non quelle immaginate o soltanto proclamate, richiedono un impegno di anni di molti uomini e donne. In nome di che cosa dovrebbero impegnarsi in uno sforzo comune se non sappiamo dir loro che è per l’Italia?”

Certo, so bene quanto è difficile parlare di patriottismo in Italia.
Per molti italiani patriottismo è sinonimo di nazionalismo e xenofobia. Lo giudicano un sentimento retorico, antiquato e stucchevole, inadeguato in un’epoca di europeizzazione e di globalizzazione.

Niente di più sbagliato.

Abbiamo tutti bisogno di sentirci parte di una entità che amiamo, ammiriamo e rispettiamo

Il patriottismo sano, libero da isterie e manie di grandezza, genera forza, fiducia e autostima, accoglie l’estraneo e il “diverso” non lo respinge, riconosce la piena legittimità e dignità dei diversi stili di vita e culture all’interno della stessa nazione, ed è addirittura capace di contrastare il nazionalismo e il regionalismo xenofobo. Patriottismo è unità di intenti e di ideali, orgoglio di appartenere a una “famiglia” solidale, che è custode di un passato comune e di un futuro da costruire insieme; una collettività, aperta alla multiculturalità, dove le diverse culture possono trovare quella comunione di propositi senza la quale nessuna società può fiorire.

Questo tipo di patriottismo è quasi del tutto assente in Italia.

Si attribuisce a Massimo D’Azeglio la frase: “abbiamo fatto l’Italia, ora facciamo gli italiani” ma in realtà lui disse: “purtroppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: purtroppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”

Oggi, a 150 anni di distanza, questa constatazione è vera più che mai.

L’unità di una nazione non si crea definendone i confini e uniformandone le istituzioni. L’unità di una nazione è innanzitutto un sentimento, uno stato d’animo, un senso di appartenenza e di identità.

Recentemente è stato re-introdotto lo studio dell’Inno di Mameli alle elementari e qualcuno ha proposto di includere l’educazione civica come materia di studio, ma tutto questo è inutile se, di pari passo, non si cerca di instillare un senso di appartenenza per riacquistare una identità collettiva che, oggi, gli italiani non possiedono.

Dal dopoguerra in poi sono prevalse due tendenze culturali contrapposte: l’internazionalismo invocato dalla sinistra e un tipo di patriottismo, egemonizzato dalla destra, che ha spesso avuto connotazioni xenofobe e nazionaliste. Il linguaggio politico denazionalizzante si è imposto al punto da rendere quasi amorale pronunciare la parola “patria”; orgoglio nazionale, patriottismo, e fascismo sono stati catalogati nello stesso capitolo, considerato storicamente chiuso.

Occorre riconciliare questi estremi opposti e proporre un ideale di patriottismo migliorativo, solidale e aperto all’Europa e al mondo, comparabile a quello delle altre grandi democrazie, come Francia, Germania, Spagna, Regno Unito o Stati Uniti, caratterizzate da un fortissimo senso di patria e da un progetto nazionale condiviso a livello di massa.

L’Italia deve restare in Europa, ma con la dignità ed il ruolo che le competono, non relegati nel novero dei paesi PIIGS; una collocazione decisamente ingiusta per un paese che, ieri come oggi, ha dimostrato di saper creare eccellenze e innovazioni uniche al mondo in svariati campi.

La scarsa credibilità del nostro paese sullo scacchiere internazionale è dovuta non solo alla cronica instabilità politica ma soprattutto alla diffusa percezione che l’ Italia non sappia proiettare la giusta influenza, commisurata alle sue reali capacità e al suo prestigio, in seno al G8 e all’unione europea. Per usare un termine mutuato dalla psicologia: “l’Italia manca di autostima”.

Afferma Joseph La Palombara, italo-americano, professore a Yale:

“l’Italia è tuttora indebitamente sovraccaricata di stereotipi negativi. Ciò dipende almeno in parte da due caratteristiche dell’Italia, e degli italiani, che altri popoli e paesi non possiedono, o almeno non in modo così estremo, direi quasi patologico. In primo luogo gli italiani, più che altri popoli, sono dediti all’autoflagellazione eccessiva. In secondo luogo – e anche in questo caso molto più di altri – gli italiani tendono a proiettare all’estero un’immagine di se stessi e del loro paese che corrobora i già abbondanti stereotipi negativi in circolazione sul conto dell’Italia.”

In Italia, articoli, programmi e talk show gareggiano nel denunciare sprechi e inefficienze. Giusto! Segnalarli è un sacrosanto dovere ma, parallelamente, andrebbero evidenziati anche gli altrettanti numerosi aspetti positivi. Il disfattismo è ormai diffuso in ogni ambito della società, e l’opinione pubblica, soprattutto i giovani, sono portati a pensare che il marcio sia ovunque e che non si possono fidare di nessuno. Non possiamo continuare a mandare i nostri ragazzi in giro per il mondo provando un senso di inferiorità perché chi ha il compito di informare, educare e formare, li ha convinti che l’Italia è il fanalino di coda dell’Europa. Questo blocca qualsiasi spinta al cambiamento e deprime la speranza. Non è presentando l’Italia nella maniera più deteriore che si stimolerà la spinta al rinnovamento.
Forse gli italiani diverrebbero più tolleranti se scoprissero che certe disfunzioni non “accadono solo in Italia”. La qualità dei nostri servizi pubblici è da sempre oggetto di lamentele e proteste, ma se in alcuni casi gli italiani hanno piena ragione, in molti altri casi il loro giudizio è ingeneroso e contrasta con le valutazioni internazionali, come accade per esempio per la ricerca, per la sanità e, secondo gli ultimi risultati OCSE sulla capacità di risolvere problemi complessi, anche per l’istruzione. D’altronde, la collaborazione tra operatori e utenti è essenziale e nessun servizio può funzionare correttamente se è disprezzato dagli utenti.

Solo in un clima di ritrovata fiducia nel paese, nelle istituzioni e nei propri compatrioti l’Italia potrà trovare la spinta necessaria ad attuare quel salto di qualità che tutti auspichiamo e che è molto più vicino di quanto non si creda.

Patrizia Ciava

Traduzione:

Incoraggiare una cultura critica non è sbagliato, ma al tempo stesso non bisogna mettere da parte i sentimenti patriottici, altrimenti si perde di vista ciò che era stato chiaro a tutti nel XIX secolo, e cioè che i sentimenti patriottici sono una forza necessaria per motivare e spingere i cittadini ad uscire dal loro cerchio ristretto di egoismo e di avidità, rinunciando ad inseguire unicamente i loro interessi personali per dedicarsi a una causa comune.

E’ stato Giuseppe Mazzini a rendere chiaro questo concetto. Lui diceva che la nascita del capitalismo minacciava la giustizia sociale e l’uguaglianza. Dato che non si poteva chiedere ai cittadini di dedicarsi all’intera umanità, si poteva proporre in alternativa l’ideale di nazione, associata al concetto di giustizia e di uguaglianza, per indurre le persone a non curare unicamente il loro piccolo orticello ma a prodigarsi per il bene comune.

Mazzini aveva ragione. I sentimenti patriottici sono fondamentali per creare una società sana, in cui regnano giustizia, libertà e uguaglianza per tutti.

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L’articolo si può leggere anche qui:

http://www.agoravox.it/I-futuri-cittadini-si-formano-a.html

http://www.orizzontescuola.it/news/lettera-futuri-cittadini-si-formano-scuola

 

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10 pensieri su “I futuri cittadini si formano a scuola

  1. Mi rendo conto che solo chi è cresciuto all’estero come me conosce queste realtà e nota l’anomalia italiana. Sono certa che per molti queste immagini evocheranno reminiscenze del fascismo o di regimi totalitari. Non credo che gli italiani siano consapevoli di come il patriottismo e il rispetto della bandiera venga insegnato ai bambini, fin dalla più tenera età, in tutti i paesi del mondo. Non lo hanno capito nemmeno i nostri governanti nel gestire la questione dei marò, ma anche se lo avessero capito non avrebbero mai avuto a supporto la fede cieca nella nozione di patria che hanno invece gli indiani.

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  2. Perchè secondo voi non riusciamo,noi Italiani,ad essere una nazione normale(amesso che essa esista)????Perchè non riusciamo ad avere più auto-stima di noi stessi,della nostra cultura e della nostra identità nazionale????

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  3. Non nascondiamoci dietro ad un dito, il patriottismo in Italia è una cosa malvista.
    Sfoggiare la bandiera italiana al di fuori delle partite della nazionale è quasi una cosa da fascisti, e tempo fa era esclusivamente una cosa da fascisti. Pensiamo ai capi d’ abbigliamento, nel mondo giovanile sfoggiarne uno con una toppa della bandiera e’ una cosa da fascisti. E questo, sebbene poco importante in se, è indicativo del senso nazionale nella cultura popolare in Italia. per il senso comune il Patriottismo è sinonimo si nazionalismo, e quindi di fascismo.
    Ma pensiamo agli altri paesi, pensiamo agli USA, dove la bandiera nazionale è un po’ d’dappertutto, in maniera un po’ eccessiva forse nei capi di abbigliamento, in Germania è presente in quella casacca di moda a sinistra , in Francia la bandiera sventola spesso davanti ai monumenti, c’è poi l’estremo dell’ Ungheria dove è presente letteralmente ad ogni palo.
    Ma bandiere a parte la considerazione che abbiamo di noi e del nostro paese è molto bassa, perché, cibo a parte tendiamo a sminuire ogni aspetto della nostra cultura, persino la nostra arte, che tutti ammirano nel mondo.

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  4. Non so negli altri paesi, ma in Italia l’inno nazionale è spesso oggetto di polemiche. Chi lo canta è accusato di essere un nostalgico fascista da chi non lo canta, e chi non lo canta è accusato di “traditore” da chi lo canta. L’inno nazionale è nato per unire, non per dividere, ma naturalmente nel nostro paese tutto deve essere messo in discussione; perfino l’Irlanda ne ha creato uno unico, per unire le due Irlande almeno nello sport.
    Se guardiamo gli altri paesi, al suono del proprio inno nazionale tutti si commuovo, e spesso anche io pur essendo uno straniero mi sento coinvolto emotivamente. E’ mio modo di pensare d’altronde, che un paese senza patriottismo, attenzione, molto diverso dal nazionalismo, il primo infatti difende, il secondo attacca; non possa andare molto in la.
    Il patriottismo serve per avere un motivo nell’aiutare il proprio paese, non averlo ci rende egoisti ai massimi livelli, cosa che già la società in se ci indirizza. L’importante è non sfociare nel nazionalismo appunto, cioè nel voler esportare la propria cultura nel Mondo, poiché sappiamo che ogni cultura è giusta e sbagliata nello stesso momento.
    Io sono il primo a non sentirmi italiano, a non sentire questo patriottismo, ma so anche che è sbagliato, in questo modo si fa si che il paese vada in rovina. Certo, criticare la propria patria è giusto, ma anche lodarla quando se ne presenta l’occasione è da buon cittadino. In Italia, invece, si critica solo; il giusto mezzo aristotelico non è concepito nel nostro paese, in più siamo una nazione giovane rispetto alla Francia, Inghilterra e altre. Situazione simile alla nostra si trova in Spagna, e non a caso anche là la situazione non è delle migliori, anche se gli spagnoli sono molto orgogliosi si esserlo.
    Concludo con una speranza nel futuro, che il nostro paese si senta UNO e non due; oppure che si divida in questi due stati oggi inconciliabili, Nord e Sud. Sarebbe sicuramente meno dannoso di ora, che abbiamo una guerra civile nascosta. Viviamo in un paese che non si mette d’accordo neanche sull’inno nazionale, come possiamo pretendere di vivere tranquilli?

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  5. E’ una domanda che mi pongo spesso. Perchè negli USA è una cosa comune, quasi un obbligo, avere la bandiera che sventola in giardino, o recitare il giuramento prima dell’inizio delle lezioni a scuola?

    Mentre qui da noi soltanto averla attaccata alla maglietta è indice di fascismo?

    E pensate ancora alla baraonda che verrebbe fuori se qualcuno proponesse di far dire un giuramento ai ragazzi delle scuole??

    Secondo me in primis perchè siamo una nazione relativamente giovane rispetto ad altre nazioni. America e Francia, anno più anno meno hanno raggiunto l’unità almeno 100 anni prima di noi.

    E poi credo anch’io che una grande importanza l’abbia l’istruzione e la scuola.

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  6. Il patriottismo è un amore o un impegno, una fedeltà verso una comunità politica e questo, penso, non significa, o non dovrebbe mai significare, una accettazione di qualunque cosa facciano i leaders di quella comunità politica. Una comunità politica non è una comunità unanime, non è un mondo nel quale i cittadini, in virtù del semplice fatto di essere concittadini, hanno tutti le stesse opinioni. La comunità è differente dal suo governo e i valori della comunità sono differenti dalle politiche che i leaders della comunità seguono.

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  7. Abbiamo provato il patriottismo in Italia e abbiamo visto dove ci ha portato. Noi siamo un popolo diviso e non c’è speranza di cambiare, o siamo nazionalisti, razzisti e xenofobi o siamo esterofili, non c’è via di mezzo.

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  8. Il Video è da guardare fino in fondo per vedere italiani del nord e del sud che bruciano il tricolore. Che vergogna! In altri paesi sarebbe impensabile.

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  9. Il nostro stesso inno (versione integrale) ammette che non siamo un popolo unito e incita alla fratellanza, ma fratellanza de che ? Siamo un fritto misto di culture male assortite costretti a vivere sotto un’unica bandiera e amministrati da cani, fra tutti gli stati d’Europa siamo quello più nonsense e si vede

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  10. Informazione all’estero:
    Se si seguono i telegiornali nazionali tedeschi (ARD e ZDF) si ci accorge subito che in Germania non succede mai niente. Difatti l’80% delle notizie viene dall’estero e solo un 20% è dedicato ai fatti interni, per la maggior parte si tratta di politica. Chi vuole sapere fatti di cronaca rimarrà deluso. Rapine, omicidi,tragedie, ecc. sono trattati solo a livello locale. Come p.es.: il recente incendio di un abitazione (sembra di origine dolosa) in cui sono morti 3 bambini,notizia data solo fugacemente e neanche approfondita. Oppure l’uccisione,a colpi di pistola, di un pubblico ministero e il ferimento del giudice avvenuto ad Asburgo in un aula di tribunale, da parte di un tedesco che doveva patteggiare una condanna per motivi fiscali. Non si mai spiegato come un imputata sia potuto entrare in un aula di tribunale armato di pistola. Ma ripeto le notizie non sono neanche minimamente citate dai TG nazionali ma solo da canali regionali. Mentre si approfondisce tutto quello che succede all’estero, seguendo il motto qui non potrebbe mai accadere! Dimenticando p.es.: che i più grandi scandali di mistificazione alimentari avvenuti al mondo sono successi proprio in Germania. Se questa non è censura…?

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