L’espressione “utile idiota” indica, in ambito politico e sociale, una persona che appoggia o promuove una causa, un partito o un regime senza comprenderne appieno i reali obiettivi, finendo per avvantaggiarli in modo ingenuo o inconsapevole. La caratteristica fondamentale dell’utile idiota non è la generosità, ma l’inconsapevole complicità nel proprio suicidio politico, culturale o sociale.
L’inglese “useful idiots” è a tutti gli effetti un prestito linguistico tradotto direttamente dall’italiano e ha fatto il suo ingresso nel dibattito politico internazionale della Guerra Fredda. Quindi, quando oggi un analista americano o un telegiornale in lingua inglese parla di «useful idiots», usa inconsapevolmente un’espressione nata sui giornali italiani quasi ottant’anni fa.
Oggi il termine viene usato in senso esteso per descrivere chiunque si faccia strumentalizzare — spesso attraverso i media o la propaganda — da un movimento politico, un gruppo d’interesse o una nazione straniera, credendo di agire per idealismo ma finendo per agevolare una forza che, una volta raggiunto il potere, distruggerà proprio i valori in cui crede. In pratica, si tratta di persone che si stanno scavando la fossa da soli, lavorando con entusiasmo per i loro futuri carnefici. C’è una celebre frase, spesso attribuita ironicamente a Lenin o a Karl Radek, che riassume perfettamente questa cecità: “I capitalisti ci venderanno la corda con cui li impiccheremo”.
L’utile idiota agisce spesso spinto da ideali come libertà, pacifismo, diritti civili, mentre la forza che lo manipola agisce per puro potere. Questa cecità ideologica gli impedisce di vedere che il suo “alleato” odia i suoi stessi valori.
I più ingenui si lasciano manipolare da slogan abilmente costruiti per suscitare solidarietà verso determinate organizzazioni o popolazioni, facendo leva su ideali universali di giustizia, autodeterminazione e tutela dei diritti umani. Spesso, però, questo sostegno non si accompagna a una conoscenza approfondita dei programmi politici delle organizzazioni appoggiate o della reale condizione dei diritti civili nei Paesi sostenuti.
Ma l’utile idiota non è sempre un idealista ingenuo; può essere un attore politico cinico, mosso da ambizioni personali, che crede di stare manipolando gli altri e finisce invece per essere manipolato.
Questa variante introduce il concetto di opportunismo miope. È quello che viene descritto come un “patto con il diavolo”, dove l’attore pensa di aver firmato un accordo vantaggioso a breve termine per ottenere favori, voti, poltrone o visibilità, senza rendersi conto che la controparte ha un’agenda a lungo termine che finirà per distruggerlo.
Molti leader o partiti moderati scelgono deliberatamente di stringere alleanze tattiche con frange estremiste, radicali o populiste solo per sommare i voti necessari a vincere un’elezione.
L’illusione è: “Uso il loro bacino di voti per vincere, poi una volta al potere li terrò sotto controllo o li normalizzerò”.
La realtà è che le frange radicali usano la legittimità concessa dai moderati per istituzionalizzarsi, radicalizzare il dibattito e, infine, cannibalizzare l’elettorato dei moderati stessi. Un esempio storico fu il tentativo dei conservatori tedeschi di utilizzare Adolf Hitler nel 1933 per formare un governo, convinti di poterlo “gestire” e isolare in pochi mesi.
Molti intellettuali, artisti o socialisti moderati appoggiarono in epoche diverse regimi totalitari in nome della “giustizia sociale” o della “pace”, convinti che avrebbero avuto un ruolo nel nuovo sistema. Una volta instaurata la dittatura, furono i primi a essere epurati, zittiti o imprigionati perché considerati non abbastanza ortodossi o potenzialmente ribelli.
In tempi più recenti, figure pubbliche, influencer, giornalisti o partiti minori accettano finanziamenti diretti o indiretti, visibilità mediatica o supporto digitale da parte di attori geopolitici esteri attraverso reti di bot, emittenti statali straniere o sponsorizzazioni.
L’illusione è: “Sfrutto la loro macchina mediatica e i loro soldi per aumentare la mia popolarità e colpire i miei avversari interni”.
La realtà è che diventano pedine interscambiabili di una strategia di destabilizzazione o di guerra psicologica orchestrata da una potenza straniera. Nel momento in cui i loro interessi non coincidono più con quelli del finanziatore, vengono abbandonati o ricattati.
L’utile idiota per avidità o vanità è forse ancora più comune di quello per idealismo. Se il primo pecca di eccessiva fiducia nel prossimo, il secondo pecca di superbia, convinto di essere abbastanza furbo da cavalcare una tigre senza finire nella sua pancia.
In sociologia e storia politica, questa dinamica descrive scenari in cui fazioni laiche, di sinistra o liberali si uniscono a movimenti religiosi radicali per abbattere un nemico comune (spesso un regime autoritario o una potenza coloniale), convinte di poter convivere o di poter controllare la componente religiosa nel post-rivoluzione.
Il caso della Rivoluzione Iraniana del 1979 è storicamente considerato l’esempio da manuale di come un’alleanza tattica tra forze progressiste e fondamentalismo religioso possa risolversi nel totale annientamento delle prime.
Una volta destituito lo Scià, Khomeini consolidò rapidamente il potere totalitario. Nel giro di pochissimi anni, il nuovo regime teocratico mise fuori legge tutti i partiti di sinistra e laici. Decine di migliaia di attivisti, marxisti, femministe e intellettuali che avevano materialmente fatto la rivoluzione vennero arrestati, torturati e giustiziati in massa. I diritti delle donne vennero drasticamente ridotti e l’omosessualità divenne un reato punibile con la pena di morte. Chi aveva contribuito alla vittoria della rivoluzione si ritrovò perseguitato dal potere che aveva appoggiato.
Il Sudan ha vissuto una dinamica simile alla fine degli anni ’80, legata all’ascesa dell’Islam politico nel paese.
All’epoca, il Sudan era caratterizzato da una forte instabilità politica, con movimenti sindacali, partiti laici e forze progressiste che chiedevano riforme democratiche e la fine della guerra civile. Il Fronte Islamico Nazionale (NIF), guidato dall’ideologo islamista Hassan al-Turabi, intercettò il malcontento popolare e si propose come forza di rottura contro la corruzione del sistema. Molte forze nazionaliste e segmenti della società civile videro con favore l’azione delle forze armate che promettevano stabilità.
Il tragico epilogo: Nel 1989, un colpo di stato militare portò al potere il generale Omar al-Bashir, sostenuto ideologicamente da Hassan al-Turabi e dalla Fratellanza Musulmana sudanese. Immediatamente dopo aver preso il controllo, il regime impose una versione rigidissima della Sharia su tutto il territorio nazionale. I sindacati vennero sciolti, i partiti politici laici banditi e gli attivisti progressisti, comunisti e per i diritti umani vennero sistematicamente perseguitati, imprigionati nelle famigerate “ghost houses” (centri di detenzione clandestini) ed eliminati.
Per i movimenti progressisti l’alleanza è spesso uno strumento politico per raggiungere obiettivi sociali terreni come democrazia, diritti, uguaglianza economica; per i movimenti teocratici, il fine ultimo è la sottomissione dello Stato a una legge divina non negoziabile, il che rende qualsiasi pluralismo strutturalmente impossibile nel lungo periodo.
La parentesi al potere della Fratellanza Musulmana in Egitto (2012-2013) sotto la presidenza di Mohamed Morsi rappresenta uno dei casi di studio moderni più significativi sulla rapidissima rottura di un’alleanza tattica tra forze laiche e islamismo politico.
Ciò che accadde in Egitto ripercorre, in tempi incredibilmente accelerati, lo schema storico già visto in Iran, ma con un esito finale differente dovuto all’intervento dell’esercito.
Nel gennaio 2011, la rivoluzione che depose il dittatore Hosni Mubarak nacque dalla spinta dei giovani della società civile laica, dei movimenti progressisti, dei blogger e dei liberali. La Fratellanza Musulmana, inizialmente cauta, si unì alle proteste in un secondo momento, mettendo a disposizione la sua immensa macchina organizzativa.
In quel momento si creò un’alleanza di facciata. I movimenti laici e progressisti videro la Fratellanza come un alleato indispensabile per abbattere lo Stato di polizia di Mubarak. Dal canto suo, la Fratellanza rassicurò l’opinione pubblica e l’Occidente promettendo che non avrebbe cercato l’egemonia: dichiarò che non avrebbe presentato un candidato alle elezioni presidenziali e che avrebbe rispettato la natura pluralista dell’Egitto.
Smentendo le promesse iniziali, la Fratellanza Musulmana capitalizzò la sua capillarità sul territorio. Prima vinse le elezioni parlamentari e poi, nel giugno 2012, candidò Mohamed Morsi, che vinse le elezioni presidenziali (anche grazie al voto di molti laici che al ballottaggio lo preferirono al candidato espresso dal vecchio regime militare).
Una volta al potere, la dinamica dell’esclusione si attivò quasi immediatamente:
Il Decreto Presidenziale del novembre 2012: Morsi emanò un decreto che di fatto poneva le sue decisioni al di sopra di qualsiasi controllo giudiziario fino all’approvazione di una nuova Costituzione. Fu il punto di non ritorno: i laici e i liberali compresero che l’architettura democratica veniva smantellata dall’interno.
L’assemblea costituente, dominata dagli islamisti (Fratellanza e salafiti) dopo l’abbandono in segno di protesta dei membri laici, cristiani copti e liberali, scrisse a tempo di record una Carta Costituzionale che introduceva una forte impronta teocratica, limitando la libertà di espressione, i diritti delle donne e le libertà civili.
A differenza del caso iraniano del 1979, la società civile laica egiziana reagì prima che il regime potesse neutralizzarla del tutto.
Nacque il movimento Tamarod (“Ribellione”), una colossale campagna di base guidata da giovani attivisti che raccolse milioni di firme per chiedere le dimissioni di Morsi e nuove elezioni. La rabbia dei laici, unita al collasso economico del Paese (mancanza di carburante, blackout continui) e al timore dei cristiani copti per la propria sicurezza, culminò il 30 giugno 2013.
In quel giorno, milioni di egiziani scesero in piazza contro il governo della Fratellanza Musulmana, dando vita a proteste persino più vaste di quelle del 2011.
La tragica ironia di questa vicenda sta nel fatto che la società civile laica, pur di liberarsi della minaccia teocratica della Fratellanza Musulmana, si trovò a stringere un’altra alleanza tattica fatale: quella con le forze armate guidate dal generale Abdel Fattah al-Sisi.
Il 3 luglio 2013, l’esercito destituì Morsi con un colpo di Stato, ampiamente sostenuto dalle piazze laiche e liberali. Tuttavia, l’illusione di una transizione democratica svanì rapidamente: la Fratellanza Musulmana venne dichiarata organizzazione terroristica e i suoi membri subirono una repressione violentissima (come il massacro di piazza Rabaa al-Adawiya).
Subito dopo aver annientato gli islamisti, il nuovo regime militare di al-Sisi si rivolse contro gli stessi attivisti laici, liberali e progressisti che avevano guidato le proteste di Piazza Tahrir, arrestando blogger, giornalisti e difensori dei diritti umani. La società civile laica ha finito per spianare la strada al ritorno di un autoritarismo militare ancora più rigido di quello di Mubarak.
Il caso egiziano ha confermato la vulnerabilità delle forze progressiste in contesti fortemente polarizzati: nel tentativo di sfuggire all’autoritarismo religioso della Fratellanza Musulmana.
Questo scenario mostra il pericolo di identificare una causa giusta con qualunque forza pretenda di rappresentarla. La cecità politica diventa tragica quando, pur di sconfiggere il nemico di oggi, si consegnano potere e legittimità a chi domani potrà trasformarsi nel proprio persecutore.