Non ne posso più.
Ogni volta che apro i social mi appare lo scontro in diretta tra chi accusa Israele e chi accusa Hamas: chi è stato più crudele? Chi merita più compassione: le vittime del 7 ottobre oppure le vittime palestinesi? È più veritiero Naza oppure la replica israeliana che pretende di raccontare “la vera storia”? Israele ha commesso un genocidio? Anzi, no: sui social non lo si pone quasi mai sotto forma di domanda. Lo si afferma come una verità già acquisita.
Eppure “genocidio”, al di là degli slogan, ha un significato giuridico molto preciso. La Convenzione del 1948 richiede non soltanto l’uccisione di un gran numero di civili ma l’intento specifico di distruggere un gruppo etnico o religioso in quanto tale. La questione è davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia, che non si è ancora pronunciata nel merito. C’è chi non lo sa e chi finge di non saperlo. Tanto sui social poco importa: la ragione è di chi grida più forte.
L’importante è vincere la battaglia delle opinioni, come se non ci fossero persone che muoiono davvero. Come se l’orrore fosse una partita, come se si dovesse per forza tifare per una squadra e quelli della squadra avversaria non meritassero pietà.
Tutti sembrano aver dimenticato che la vita umana ha valore indipendentemente dal passaporto, dalla religione, dall’etnia e dal lato della frontiera in cui una persona ha avuto la ventura di nascere.
Possiamo discutere per ore di chi abbia cominciato, di chi abbia più ragione, di quale reazione fosse legittima e quale sproporzionata. Ma alla fine qualcuno muore. Qualcuno perde un figlio, un padre, un fratello. Un bambino israeliano massacrato il 7 ottobre non vale più di un bambino palestinese sepolto sotto un palazzo e non vale meno. Non dovrebbe essere necessario dirlo, eppure oggi sembra quasi rivoluzionario.
È la guerra l’orrore, sempre e ovunque, ieri come oggi: esseri umani che odiano, esseri umani che uccidono altri esseri umani.
Pensavo che la civiltà, il progresso ci avrebbero resi più saggi, che avremmo imparato a risolvere i conflitti con la diplomazia, con la ragione. Che avremmo ripudiato la guerra. Mi sbagliavo. Gli esseri umani sono gli stessi dei barbari che saccheggiavano, mutilavano, mettevano a ferro e a fuoco intere città. Gli stessi che nel Medioevo assistevano agli autodafé mangiando e ridendo. Solo che ora lo fanno dietro lo schermo di un computer.
Guardiamo le immagini delle guerre moderne e vediamo soldati che operano davanti a schermi, comandano droni, identificano bersagli, cliccano.
La guerra oggi è diventata come un macabro videogioco. Fin da piccoli abituiamo i bambini a giocare ad annientare, a cancellare gli avversari senza provare alcun rimorso, senza considerarli esseri umani. Gli avversari compaiono sullo schermo, vengono colpiti, scompaiono. Nessun dolore, nessun cadavere, nessuna madre che riceve una telefonata, nessun bambino che rimane senza un padre.
Naza, in fondo, non inventa nulla. La crudeltà, l’indifferenza verso il nemico e la capacità di considerare accettabile la morte dei civili appartengono alle guerre da sempre. I generali hanno sempre deciso attacchi sapendo che sarebbero morti degli innocenti, ieri li chiamavano “danni collaterali”, oggi “naza”. Hiroshima non aveva bisogno dell’intelligenza artificiale. Dresda nemmeno. Bastava che qualcuno decidesse che le morti di civili inermi fossero necessarie, inevitabili o semplicemente accettabili.
Oggi, cambiano solo gli strumenti e gli alibi. Un tempo il soldato poteva dire: «Ho obbedito agli ordini». Oggi può dire: «Il bersaglio lo ha individuato l’algoritmo». Ma le nuove tecnologie non hanno inventato né la crudeltà né la deresponsabilizzazione morale. Hanno semplicemente fornito all’uomo strumenti più sofisticati per mettersi a posto la coscienza.
La tecnologia rende tutto più rapido, più distante, più efficiente. Trasforma un essere umano in un bersaglio, una famiglia in una probabilità statistica, un condominio in un numero accettabile di vittime collaterali. Può permettere di prendere in pochi secondi una decisione che dovrebbe far tremare le mani.
Cambiano le armi e gli alibi, ma l’essere umano resta tragicamente lo stesso. Prima si delegava la propria responsabilità morale alla gerarchia. Oggi la si può delegare alla tecnologia. Il risultato, però, non cambia.
L’intento dei registi di Naza, come hanno dichiarato loro stessi nelle interviste, era proprio usare il caso specifico di Gaza per lanciare un allarme universale e globale.
Il loro obiettivo non era semplicemente realizzare un documentario di denuncia politica locale, ma mostrare al mondo che è stato superato un punto di non ritorno etico e tecnologico. Attraverso il loro lavoro, Yuval Abraham e Rachel Szor hanno voluto mettere in luce come la tecnologia stia cambiando la natura stessa della guerra, trasformando l’uccisione di esseri umani in un processo industriale, statistico e privo di empatia. Ma la novità non è l’indifferenza verso i civili; quella è antica quanto la guerra.
In passato un generale accettava il massacro di civili per distruggere una fabbrica, una diga o un’intera città. Oggi quel calcolo è diventato più capillare: stabilire quante vittime civili siano considerate accettabili per colpire un singolo individuo, trasformando una famiglia, una casa, un condominio in numeri inseriti in una procedura.
Hanno studiato come perfezionare le guerre, non come fermarle.
Vorrei tanto che tornassero i movimenti improntati a un pacifismo vero, quello che abbiamo conosciuto noi cresciuti negli anni Settanta e Ottanta, quello del “mettete dei fiori nei vostri cannoni”, di “fate l’amore non la guerra”, in cui credevamo davvero. Invece, oggi vedo un mondo che si polarizza sempre di più, manovrato e spinto da chi soffia sul fuoco per meri e squallidi interessi politici.
Ci vorrebbe un pacifismo che torni a dire una cosa semplicissima: nessuna vita umana è un danno collaterale.
In questo mondo non mi ci ritrovo più. Forse sono diventata troppo vecchia per capirlo.