ALFIE EVANS: QUELLA “RIDICOLA IDEOLOGIA” CHE SPINGE A DIFENDERE LA VITA.

La difesa della vita non è una ridicola ideologia portata avanti da qualche sparuto gruppo di cristiani bigotti e retrogradi. Ogni essere vivente è “programmato” per lottare per la propria conservazione e per quella della sua specie. Per questo siamo dotati di un forte istinto di sopravvivenza e il nostro organismo è regolato da un sofisticato sistema che in caso di circostanze esterne avverse fa affluire il sangue agli organi vitali per mantenerli in vita il più a lungo possibile. Siamo quindi stati creati per vivere, anche se non conosciamo il motivo della nostra presenza in questo mondo. 

 

Molti giornali inglesi, nel tentativo di difendere il proprio sistema giudiziario e sanitario, hanno cercato di far passare il caso del bimbo Alfie Evans – definito “malato terminale” pur in assenza di una diagnosi – come uno scontro tra chi cercava “compassionevolmente” di porre fine ad un inutile accanimento terapeutico e qualche “fanatico” cristiano bigotto contrario all’eutanasia.

Non sorprende che a sostenere questa versione in Italia sia stato il Fatto Quotidiano, giornale dichiaratamente anti-italiano ed esterofilo, che definisce l’intervento del nostro Paese a difesa del diritto di vivere di Alfie dettato da “ridicola ideologia”, dimostrando di non aver capito nulla della vicenda e dei risvolti paradossali che hanno suscitato incredulità e indignazione in tutto il mondo.

Lo Stato inglese, attraverso i suoi magistrati, e nonostante la legge britannica non preveda l’eutanasia per i minori, ha sottratto il bambino alla potestà dei genitori che volevano mantenerlo in vita, ha ordinato il sequestro del bambino in ospedale impedendo il suo trasferimento in altra struttura e infine ha decretato la sua condanna a morte, mettendo in atto la sospensione dei mezzi di sostentamento vitali, sulla base dell’opinione dei soli medici dell’ospedale Alder Hey, senza richiedere il parere di altri esperti.

Una tale manifestazione di autocrazia è generalmente esibita da regimi totalitari e il fatto che uno Stato, considerato democratico e civile, si sia arrogato il diritto di decidere se la vita di un suo cittadino fosse o meno degna di essere vissuta getta una ombra sinistra sul futuro dell’umanità e di tutti noi.

Innanzitutto, per poter parlare di accanimento terapeutico avrebbe dovuto essere in corso una terapia che nel caso di Alfie non era mai stata intrapresa. La definizione di accanimento terapeutico è infatti la “mancanza di proporzionalità tra mezzi terapeutici usati e fini sperati”. Il bambino beneficiava solo di ventiliazione, alimentazione e idratazione assistite che non sono trattamenti o terapie ma mezzi di sostentamento vitale. Infatti respirazione, fame e sete non sono patologie, bensì esigenze fisiologiche.

In assenza di una diagnosi nessun medico era in grado di prevedere quale sarebbe stato il decorso della malattia. L’unica cosa certa era che alcune cellule del cervello erano state irrimediabilmente dannegiate e questo avrebbe compromesso le funzioni cognitive e di movimento del bambino, il quale era dichiarato in stato “semi-vegetativo” ma non in coma, dato che apriva gli occhi, muoveva autonomamente le braccia e le gambe e succhiava il ciuciotto. Non appariva nemmeno soffferente, quindi la decisione di sopprimerlo era basata solo sulla valutazione della qualità di vita che avrebbe potuto condurre, valutazione avocata a sé dallo Stato contro il parere dei familiari.

Ricoverato all’Ader Hey nel dicembre 2016 in seguito ad una infezione polmonare che aveva causato una crisi epilettica il bimbo fu posto in ventiliazione meccanica e i medici dissero che non ce l’avrebbe fatta. Invece il piccolo riuscì a combattere l’infezione e riprese a respirare autonomamente. Ma poco dopo contrasse una nuova infezione batterica e dovette essere nuovamente sottoposto a ventilazione meccanica.

Dopo solo due settimane ai genitori fu consigliato di porre fine alla vita di Alfie  dato che una tac al cervello aveva rivelato la distruzione di molte cellule, ma non fu fatta una diagnosi o una ricerca per capire quale fosse la sua patologia. Fin dall’inzio si parlò di una non meglio identificata “rara malattia neurodegenerativa”.

I giovanissimi genitori di Alfie, Tom e Kate, entrambi ventenni “due bambini che difendono un bambino”, si opposero e l’ospedale si rivolse al tribunale per ottenere il permesso di interrompere la ventilazione assistita e il sostentamento vitale al bimbo.

Seguirono sei mesi di battaglia legale e di ricorsi respinti dal solito giudice Hayden. E qui sarebbe necessario aprire una riflessione su un ordinamento giuridico così autoreferenziale da consentire allo stesso giudice di pronunciarsi diverse volte su un caso così controverso emettendo sentenze a porte chiuse, come accade in uno stato di polizia, non certo in uno stato di diritto.

Il 23 aprile scorso, senza richiedere ulteriori approfondimenti o perizie mediche, il protocollo di morte fu approvato e messo in atto, benché nel frattempo fosse intervenuto lo Stato italiano, che aveva concesso la cittadinanza italiana al bimbo per facilitare il suo trasferimento nell’ospedale Bambin Gesù di Roma, pronto ad offrire una alternativa di cura e di ricerca, ed avesse messo a disposizione un aereo militare, equipaggiato con le necessarie dotazioni mediche, pronto in pista per trasportare Alfie in Italia. A Liverpool era arrivata anche Mariella Enoc, presidente dell’ospedale Bambin Gesù, sollecitata da Papa Francesco a fare “tutto il possibile per salvare la vita del piccolo”, ma la direzione e i medici dell’ospedale Alder Rey avevano rifiutato di riceverla e di parlarle. Una chiusura inconcepibile che va contro la normale prassi e la dovuta cortesia professionale tra colleghi.

A questo punto la storia assume risvolti ancora più inquietanti e surreali.

Il bambino staccato dai macchinari la sera del 23 aprile continua a respirare autonomamente, contrariamente alle aspettative e alle previsioni dei medici che avevano decretato che senza ventilazione meccanica non sarebbe sopravvissuto più di 5 minuti. Il bambino, inoltre, nei diversi video pubblicati, sembra reagire agli stimoli e alle carezze dei genitori, sorride e muove le braccine. Malgrado l’evidente errore di valutazione da parte dei medici dell’ospedale, la condanna a morte non viene sospesa e ai genitori viene impedito di nutrire il bambino. “Lo stanno facendo morire di fame” urla il padre disperato ai giornalisti “sono 23 ore che Alfie non viene alimentato, questo trattamento è disumano, nemmeno un animale sarebbe trattato con tanta crudeltà”. Solo dopo diverse ore gli viene finalmente concesso di idratarlo e aiutarlo a respirare con l’ausilio di una mascherina dell’ossigeno.

I legali dei genitori richiedono una udienza d’urgenza per ottenere l’autorizzazione di portarlo a Roma. L’udienza si svolge nuovamente a porte chiuse e il tribunale rigetta l’istanza con il pretesto che il trasferimento del bimbo comporterebbe rischi per la sua incolumità; insomma, nel suo “best interest” è meglio farlo morire di fame in Inghilterra.

In alternativa, Tom e Kate, chiedono almeno di poter portare il loro bambino a casa. Il giudice Hayden sollecita il parere dei medici dell’ospedale Alder Hey e la loro risposta è davvero sconcertante; dichiarano infatti: “potremmo rimandarlo a casa tra 3-5 giorni, ma l’ostilità ai medici rende la cosa attualmente impossibile.” Il portavoce dell’Alder Hey parla alla Corte di autentica paura tra i colleghi medici in quell’atmosfera ostile: «E’ da spezzare il cuore che stiamo ancora a doverci giustificare di volere il meglio per la famiglia di Alfie».

Il giudice ingiunge quindi ai legali di esortare i genitori ad avere un atteggiamento più conciliante nei confronti dei medici dell’Alder Hey. Solo a queste condizioni il figlio potrà essere dimesso e portato a casa.

Un vero e proprio ricatto cui sottostà il povero Tom nel disperato tentativo di liberare il figlio. E mentre quella mattina stessa aveva esortato papa Francesco a venire a Liverpool per vedere cosa stavano facendo ad Alfie, nel pomeriggio cambia repentinamente atteggiamento e chiede sommessamente ai sostenitori, assiepati davanti al nosocomio, di ritirarsi e tornare alle loro normali attività, i siti web e Facebook vengono oscurati e Tom, come avviene di solito per gli ostaggi politici, è costretto a leggere davanti alle telecamere un comunicato in cui si scusa e ringrazia i medici dell’ospedale Alder Rey. Uno spettacolo raccapricciante per le sue implicazioni.

Poco prima, padre Gabriele Brusco, il prete cattolico di origine italiana che assisteva spiritualmente la coppia era stato richiamato a Londra dalle autorità ecclesiastiche per isolare Tom e Kate e renderli così più remissivi. Era inoltre  arrivato l’endorsement ufficiale a medici e giuristi inglesi da parte del vescovo cattolico di Liverpool, Malcom MacMahon, il quale durante un colloquio con il Santo Padre aveva detto con fare paternalistico: ““Sono cosciente della compassione che il popolo italiano dimostra in maniera così caratteristica verso chi è nel bisogno, e in questo caso per Alfie. Ma so che i sistemi legali e medici in UK sono basati sulla salvaguardia dei diritti del singolo bambino”.

Queste parole riflettono perfettamente la mentalità inglese che giudica la compassione un sentimento irrazionale e disdicevole. Per gli inglesi, mostrare i propri sentimenti o, peggio, lasciarsi sopraffare da essi, è segno di debolezza e ai bambini viene insegnato fin da piccoli a dominarli. Su questo si basa il famoso pragmatismo inglese. Solo ubriacandosi con regolare frequenza riescono a liberarsi momentaneamente dal condizionamento di non poter mai cedere alla spontaneità e alla impulsività. Anche il legale di Tom e Kate era stato richiamato più volte dal giudice Hayden per il suo tono enfatico e “insensatamente emotivo” mentre i genitori di Alfie erano stati in parte giustificati per il loro “irragionevole desiderio” di mantenere in vita il figlio dettato da un “comprensibile attaccamento” che aveva ingannato il loro giudizio su quale fosse il “best interest” del bambino.

Tuttavia, il padre di Alfie aveva commesso un errore imperdonabile criticando il sistema sanitario nazionale e spingendo altri a farlo. Ormai, con il clamore mediatico suscitato dal caso, la domanda ricorrente che si leggeva in numerosi blog e articoli e circolava tra la gente comune era: «Perché non lasciano ai genitori la possibilità di curare il figlio altrove? Cosa vogliono nascondere?».

Per giunta Tom aveva denunciato la struttura sanitaria chiedendo l’intervento di uno stato straniero, un vero e proprio tradimento della patria agli occhi delle autorità inglesi. Durante l’udienza con il papa a Roma Tom aveva infatti dichiarato: “Io spero che quando e se verrà in Italia i dottori vedranno cosa l’ospedale inglese ha fatto, quali danni ha creato. Per questo hanno paura di lasciar andare Alfie, perché gli altri ospedali vedano i loro sbagli. Ora si stanno preoccupando del loro orgoglio più che della vita del bambino».

D’altra parte, Alfie aveva contratto la seconda infezione mentre era ricoverato all’Alder Rey ed è legittimo il sospetto che ci fossero responsabilità da parte dell’ospedale che rischiavano di essere scoperte se il bimbo fosse stato ricoverato in altra struttura e sottoposto ad esami più accurati.

Il professor Paul A. Byrne, un pediatra americano, aveva affermato che Alfie avrebbe dovuto essere sottoposto a tracheotomia fin dall’inizio visto che aveva una infezione polmonare. “Avrebbe dovuto essere eseguita più di un anno fa” aveva detto. In quanto al piano di fine vita il medico americano non aveva usato mezzi termini “E’ omicidio legalizzato. Una malattia da causa sconosciuta, senza un trattamento attualmente noto, che ha portato disabilità a un bambino non è un motivo per l’eutanasia” aveva dichiarato Byrne.

Inoltre, l’ospedale Alder Rey era già stato denunciato per traffico illecito di organi e tessuti da parte di genitori i cui figli erano morti in seguito a probabili errori medici. Desta quindi perplessità la scelta dei giudici di affidarsi unicamente al giudizio dei medici di una struttura ospedaliera sotto inchiesta per reati gravi.

Il sistema inglese tende ad auto-proteggersi per evitare di perdere credibilità usando persino sistemi che potremmo definire intimidatori. Chi denuncia viene spesso isolato, licenziato, perseguitato. E’ difficile per un popolo dedito al’auto-flagellazione e all’auto-denigrazione come quello italiano immaginare fino a che punto possano arrivare le istituzioni, le autorità e i media di altre nazioni per salvaguardare l’immagine del proprio paese.

Ma al di là delle motivazioni, il caso di Alfie Evans costituisce un pericoloso precedente per le nostre società, su cui tutti dovremmo riflettere.

La difesa della vita non è una ridicola ideologia portata avanti da qualche sparuto gruppo di cristiani bigotti e retrogradi. Ogni essere vivente è “programmato” per lottare per la propria conservazione e per quella della sua specie. Per questo siamo dotati di un forte istinto di sopravvivenza e il nostro organismo è regolato da un sofisticato sistema che in caso di circostanze esterne avverse fa affluire il sangue agli organi vitali per mantenerli in vita il più a lungo possibile. Siamo quindi stati creati per vivere, anche se non conosciamo il motivo della nostra presenza in questo mondo. Questo non significa ovviamente che dobbiamo sentirci costretti a portare avanti la nostra esistenza in qualsiasi circostanza; il principio di autodeterminazione è un diritto inalienabile dell’individuo. Ma la questione diventa molto più complicata quando si tratta di decidere per chi non è in grado di esprimersi. Su quali basi si può valutare se la sua vita merita o meno di essere vissuta?

L’imposizione, da parte di uno Stato, della sospensione del supporto vitale a un essere umano contro la sua volontà, o contro quella dei suoi parenti più prossimi se non in grado di esprimerla, è considerato omicidio in un paese civile. Una nazione democratica che si arroga il diritto di decidere chi merita di vivere e di ricevere cure, mascherando la condanna a morte di un essere innocente come un atto di progresso e di compassione deve far paura. Soprattutto perché riesce a convincere molti, troppi che sia la cosa giusta da fare.

 

 

 

 

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Un pensiero su “ALFIE EVANS: QUELLA “RIDICOLA IDEOLOGIA” CHE SPINGE A DIFENDERE LA VITA.

  1. Thank you Patrizia. This situation and attempted murder of Alfi (assuming that he has not died yet and murder if he has) by the British government is unconscionable. All civilized nations of the world should rise up in condemnation of a government which would allow and even condone such actions. Action must be taken to combat such dictatorial behavior which is clearly based on subversion of basic humanitarian care in order to hide inadequacy of the facility. Disgusting. Where are the citizens of Great Britain? It’s outrageous that people care more about a royal wedding than a baby being killed in one of their hospitals and kidnapped by the government!

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