IL PRIVILEGIO DI INSEGNARE

(di Patrizia Ciava – trishadria)

Da molto tempo ormai vige l’opinione diffusa, sapientemente alimentata dai mass media, che gli insegnanti siano dei professionisti frustrati e irrealizzati che riversano la loro insoddisfazione sugli studenti, laureati disoccupati che hanno “ripiegato” sull’insegnamento in mancanza di altre opportunità.

Nulla di più falso, la maggior parte degli insegnanti ama il proprio lavoro e lo fa con una passione e una dedizione difficilmente riscontrabili in altri lavoratori. Perché, vi chiederete, visto che lo stipendio non è certo dei più allettanti? In una società in cui il prestigio e il successo sociale si misurano in soldoni, riesce difficile immaginare come si possano trovare altre forme di gratificazione.

Eppure chi non ha mai desiderato, in un certo momento della propria vita, essere uno di quei rari educatori che riescono ad imprimere un ricordo positivo e duraturo nella mente dei loro allievi, riuscendo a trasmettere non solo nozioni ma soprattutto valori in grado di aiutare i ragazzi a maturare e a diventare  adulti responsabili? Chi non si è commosso guardando “Goodbye Mr Chips” e tanti altri film memorabili che ritraggono gli insegnanti che tutti avremmo voluto avere o che tutti avremmo desiderato essere? Chi non ha sognato, almeno per un attimo, di essere il professor Keating de “L’attimo fuggente” e di ricevere una simile manifestazione di affetto e gratitudine da parte degli studenti: “Capitano, mio capitano! Se sarò cosciente di questa vita che scorre, lo devo a Lei, mio capitano… il suo insegnamento vivrà per sempre dentro di me.”?

Un docente appassionato può rappresentare un modello, una guida e un supporto per gli studenti, e questi film ci ricordano quanto può essere fondamentale il suo ruolo nella fase cruciale dell’adolescenza. Chi sceglie la professione di insegnante ne è consapevole e insegue questo tipo di gratificazione, ambisce ad una affermazione intima che non ha riscontri evidenti, prestigiosi o altisonanti ma che regala emozioni fortissime.

Molti si chiedono perché docenti con anni di esperienza alle spalle debbano ancora aggiornarsi e preparare le lezioni del giorno dopo. Ebbene ecco la risposta: ogni docente è continuamente alla ricerca di nuovi metodi e di nuove idee per coinvolgere e interessare i propri studenti perché nulla è più frustrante del notare il disinteresse della classe mentre si spiega una lezione che ha richiesto ore di preparazione e nulla dà maggiore soddisfazione del vedere i propri sforzi riconosciuti e apprezzati. Un insegnante deve rimettersi in gioco continuamente, sapendo che i suoi studenti leggono nei suoi occhi quanto entusiasmo mette in ciò che fa. Rivolgendosi ad un pubblico adulto si può contare sulla loro formale educazione che li porterà a fingere di ascoltare anche se non sono interessati, ma i ragazzi sono diversi, sono meravigliosamente spontanei e imprevedibili. Sono capaci di slanci e di entusiasmi inimmaginabili, ma possono diventare anche ostili e inclementi. Gli insegnanti sanno bene che per svolgere efficacemente la loro azione educativa non basta conoscere la propria disciplina ed i principi pedagogici e didattici cui sottende, ma è necessario sviluppare abilità comunicative e relazionali in grado di creare un’atmosfera di reciproco rispetto e fiducia. L’abilità nel gestire un gruppo di studenti si acquisisce con l’esperienza e richiede un apprendimento continuo perché nessuna classe è uguale a un’altra, ciò che funziona in una non funziona necessariamente nell’altra. La lezione non è mai statica, si crea un interagire continuo tra docente e discenti.

Paradossalmente, molti insegnanti, pur lamentandosi delle classi cosiddette “difficili”, ammettono  di ritenerle maggiormente stimolanti. Riuscire a domare degli alunni ribelli è una sfida che mette a dura prova le capacità e la bravura del docente, il quale si sentirà spronato ad affinare le sue tecniche di insegnamento. Occorre dosare bene le proprie forze, però, perché un insuccesso può scatenare reazioni psicologiche imprevedibili. Capita di vedere insegnanti maturi e con anni di esperienza uscire da alcune classi con le lacrime agli occhi e un senso di dolorosa impotenza dipinto sul viso. Insegnare suscita un’altalena di emozioni difficilmente comprensibili per chi non ha mai svolto questa professione.  Pochi si rendono conto che il fallimento scolastico degli allievi può ingenerare un forte senso di frustrazione e di demotivazione nel docente, il quale a parole potrà anche riversarne la colpa sugli studenti ma proverà immancabilmente un profondo senso di sconfitta.

Non a caso la categoria degli insegnanti è tra le più colpite dalla sindrome del “burn-out” (letteralmente “bruciati, consumati”), uno stato di logoramento e di esaurimento psico-fisico a cui si arriva gradualmente e che trasforma l’iniziale entusiasmo e la dedizione al proprio lavoro in un insopportabile senso di inadeguatezza e di demoralizzazione. Lo stress, che inizialmente esercita un’azione stimolante, degenera fino a diventare un peso insostenibile. Gli effetti sono devastanti non solo per il docente ma per tutti quelli che lo circondano, compresi gli studenti.

Al giorno d’oggi il ruolo dell’insegnante è sempre più impegnativo e sempre meno “visibile”.

Fra le cause del “mal di scuola” dell’insegnante ve ne sono alcune, importanti, tra cui la scarsità della retribuzione e del riconoscimento sociale e l’oggettiva complessità delle situazioni in cui opera.(http://www.indire.it/ccs/wp-content/uploads/2012/02/Pelli.pdf

Oltre a dover affrontare i problemi logistici e burocratici di un settore considerato dai governi poco strategico e importante – non solo in Italia ma in tutti i paesi occidentali (e non a caso) – deve anche saper cogliere e convogliare efficacemente gli stimoli del mondo esterno, intuire le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie per integrare la didattica e i programmi ministeriali facendosi promotore di attività che consentano agli alunni di interagire in una realtà sempre più cosmopolita e complessa.

Per tutte queste ragioni chi affronta questa professione senza passione e senza amarla rischia di rimanerne stritolato. Non è vero che l’insegnante può permettersi il lusso di entrare in una classe e non fare niente, come accade in altri settori, poiché gli studenti diventerebbero ingestibili. L’incubo di ogni docente è proprio quello di aver valutato male la durata della lezione e non aver previsto un’attività nell’ultimo quarto d’ora. I tempi devono essere minuziosamente calcolati altrimenti la lezione rischia di sfociare in una incontrollabile baraonda.

Chi sceglie di fare l’insegnante deve avere una personalità alquanto particolare. Di solito non è ambizioso ed è poco interessato a una affermazione professionale ed economica secondo i canoni dettati dalla società moderna. E’ spesso un anticonformista, un idealista e un sognatore, non misura il tempo da dedicare alla didattica, all’aggiornamento e a tutte le attività di contorno. Non smette di fare l’insegnante nemmeno durante il tempo libero, entra  in una libreria di domenica e lì inconsapevolmente “lavora”, trovando la traccia per il saggio che dovrà assegnare o per la lezione del giorno dopo, quando è in vacanza non resiste alla tentazione di entrare in quella particolare biblioteca o in quel museo perché sa che potrebbe trovare ispirazione e idee per le prossime lezioni, guarda un film e pensa a come potrebbe utilizzarlo per trasmettere un certo messaggio ai suoi studenti. Per questo motivo è estremamente difficile quantificare le ore dedicate alle attività correlate all’insegnamento.

La media delle 18-20 ore di lezioni settimanali cosiddette “frontali”, cioè quelle svolte in classe, è stata adottata a livello europeo perché è dimostrato che reggere più a lungo lo stress, la concentrazione e la fatica mentale richieste da un’ora di lezione potrebbe comportare conseguenze psicofisiche anche gravi. Lo stesso lasso di tempo trascorso in un ufficio, in cui si può scambiare qualche parola con il collega, controllare la posta e lavorare tranquillamente al computer secondo i propri ritmi, non è lontanamente paragonabile a un’ora di insegnamento, incalzati da 25-30 studenti. Nemmeno i lavori che prevedono il contatto con il pubblico sono altrettanto estenuanti poiché sono solitamente ripetitivi e non necessitano di una particolare concentrazione o preparazione.

Nell’ambito delle “helping professions” l’insegnamento è quella col maggiore carico emotivo: è questo uno dei suoi aspetti più affascinanti ma anche uno dei più gravosi e a rischio di disequilibrio psichico.” (Indire, “disagio mentale a scuola”)

Nelle Università, specie quelle italiane, il rapporto con gli studenti è più asettico e impersonale, spesso non c’è l’obbligo di frequenza e i professori non riescono a conoscerli personalmente e a monitorare i loro progressi quindi non possono verificare in quale misura hanno contribuito alla loro formazione e alla loro crescita. L’insegnamento nelle scuole è più impegnativo ma anche più stimolante e, a fronte di una scarsa considerazione da parte dell’opinione pubblica e di una remunerazione modesta, offre diversi benefici, tra cui quello di poter organizzare il proprio tempo lavorativo – al di fuori delle canoniche 18 ore – in libertà. Anche se questo sistema comporta inevitabilmente una “solitudine lavorativa” cui si connette una scarsa visibilità sociale di una parte significativa del proprio lavoroD’altra parte, il telelavoro sta prendendo sempre più piede ed è già stato adottato da diverse ditte private non solo perché permette di risparmiare sui costi di gestione, ma è stato anche dimostrato che i dipendenti rendono di più se vengono  responsabilizzati e se possono autogestire il proprio carico lavorativo.

In Italia ha fatto comodo conteggiare solo le 18 ore di lezione frontale per giustificare uno stipendio inadeguato alle responsabilità e all’impegno che tale professione richiede. In molti paesi i docenti sono tenuti ad effettuare le attività aggiuntive all’interno della scuola ed hanno a disposizione una propria scrivania con computer e stampante, spesso anche una propria stanza, e gli edifici sono sempre dotati di mensa e bar. Inoltre, le retribuzioni sono proporzionate alle ore lavorate. Per poter attuare il progetto di una scuola sempre aperta con insegnanti in servizio a tempo pieno anche in Italia, sarebbe necessario innanzitutto un drastico adeguamento delle strutture scolastiche.

Molte persone ritengono gli insegnanti dei privilegiati che lavorano part-time ma il vero, ineguagliabile privilegio è quello di  poter contribuire alla crescita e alla formazione di un individuo. Nessuna professione può offrire altrettanto.

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