Vivere senza appartenenze politiche: il disagio di non tifare

Vedere con quanta facilità si riescono a manipolare intere folle — persino persone intelligenti, colte, capaci — attraverso notizie false, distorsioni, vere e proprie menzogne, spesso facilmente smentibili verificando i dati o semplicemente ragionando, mi lascia esterrefatta.

Questo significa che l’umanità, in fondo, non si è evoluta nei secoli. Oggi, abbiamo infinite possibilità di informarci, verificare, approfondire, costruire un pensiero critico. Eppure, la folla resta quella della caccia alle streghe, dei linciaggi senza processo, dei giudizi sommari.

Lo trovo profondamente inquietante. E anche spaventoso.

Soprattutto perché chi è manipolato non se ne accorge. Anzi, è spesso convinto del contrario. Si sente lucido, consapevole, informato. L’appartenenza a un gruppo che ripete gli stessi slogan — anche quando sono privi di senso — gli dà sicurezza, lo rassicura, lo fa sentire dalla parte della ragione. Non cerca altro, solo conferme alle proprie convinzioni. L’algoritmo dei social lo aiuta, mostrando solo contenuti in linea con i suoi pensieri. Quindi si convince sempre di più di essere nel giusto, di far parte della maggioranza.

E questo lo rende pericoloso. Perché significa che sarà disposto ad appoggiare qualsiasi leader o gruppo politico in malafede. Con il supporto di media conniventi, diventa fin troppo facile orientare masse intere e costruire consenso attorno a chi non lo merita.

Oggi più che mai, non riconoscersi completamente in nessuna ideologia, in nessuna appartenenza rigida, è una posizione estremamente scomoda, spesso fraintesa, ritenuta persino sospetta. Perché in un mondo che tende a dividere tutto in schieramenti opposti, restare nel mezzo — o meglio, restare liberi — sembra quasi un atto di ribellione.

In particolare, in un paese come l’Italia dove l’appartenenza è più importante del merito, dove le persone si fanno un vanto di essere faziose. La domanda  “per quale squadra tifi?”  non riguarda solo il calcio ma anche la politica.

Ricordo ancora una conversazione avuta anni fa con una persona che mi disse, con convinzione, che avrebbe sempre votato per la sinistra perché “il mio cuore batte a sinistra”. Le chiesi: “Quindi anche se si presenta un perfetto imbecille, un incapace, qualcuno con tendenze autoritarie, tu voteresti comunque a sinistra?” La risposta fu semplice, disarmante: “Sì, non potrei mai votare a destra”. Allo stesso modo, c’è chi afferma che non potrebbe mai votare per la sinistra.

Per me, questo è incomprensibile.

Non riesco a comprendere questo limite autoimposto. Capisco la passione, infiammarsi per un’idea è umano, inevitabile, persino necessario, ma l’adesione cieca a un movimento, l’incapacità di mettere in discussione le proprie convinzioni mi fa ribrezzo.

Credo sia giusto votare in base ai programmi, alla credibilità dei leader, alla situazione contingente, che richiede risposte diverse in momenti diversi. Non vedo la politica come un’identità, ma come uno strumento. Voglio conservare la possibilità di giudicare le azioni dei politici senza pregiudizi, senza sconti, senza automatismi. Di riconoscere il merito quando c’è — da qualsiasi parte provenga — e di criticare con lucidità quando è necessario.

Rinunciare alla libertà di valutare, di cambiare idea, di scegliere di volta in volta mi sembra pericoloso. È come delegare il proprio pensiero a un’etichetta, rinunciando alla responsabilità di esercitare il proprio giudizio.

Spesso, cambiare opinione è ritenuta una debolezza mentre per me il coraggio di cambiare idea e, soprattutto, di ammetterlo, è una forza. Non significa essere incoerenti, ma essere onesti con sé stessi.

Personalmente, non riesco ad aderire completamente a nessuna dottrina o religione, perché in ciascuna trovo sempre qualcosa che non mi convince fino in fondo. Non è una scelta superficiale, né un rifiuto aprioristico. È piuttosto una forma di cautela, quasi una disciplina interiore: cerco sempre di restare neutrale, di non lasciare che il mio giudizio venga modellato da faziosità o da credenze inculcate. Non perché io non abbia valori, ma perché desidero che quei valori siano il risultato di una ricerca personale.

Prima di condividere o commentare una notizia, sento il bisogno di fermarmi. Di cercare la fonte. Di capire il contesto. Se si tratta di una frase estrapolata da un discorso, voglio ascoltare l’intero discorso. Voglio sapere cosa c’è prima, cosa c’è dopo. Perché troppo spesso oggi si giudica sulla base di frammenti, di titoli sensazionalistici, di interpretazioni già filtrate da altri. Voglio conservare la possibilità di osservare tutto dall’alto, in maniera distaccata, per valutare con uno sguardo al di sopra delle parti, senza preconcetti o pregiudizi.

Purtroppo, i nostri media non informano, orientano, manipolano. Per questo, preferisco spesso leggere giornali stranieri per informarmi sull’Italia, perché sono meno coinvolti emotivamente e politicamente, e riescono a restituire una fotografia più obiettiva del nostro paese.

Restare imparziali, non essere mai completamente “allineati” comporta una certa solitudine.

Paradossalmente, mi considero una persona emotiva. E, forse, proprio per questo temo di perdere la lucidità. È come se convivessero in me due spinte opposte. Da un lato il bisogno di emozionarmi, dall’altro quello di comprendere. Ma, in fondo, è comprensibile: sono dei Pesci, si dice che nuoto in direzioni contrarie. Ed è una metafora che mi somiglia più di quanto vorrei ammettere.

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