Ecco uno stralcio della lettera di Ghali – il rapper/trapper di cui ho scoperto l’esistenza solo dopo la polemica scoppiata a seguito della sua partecipazione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi
“A tutti.
Lo so.
So quando una voce viene accettata. So quando viene corretta. So quando diventa di troppo.
So perché vogliono uno come me. So anche perché non mi vorrebbero.
…
So anche perché non ho più potuto cantare l’Inno d’Italia.
So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace.
So che poteva contenere più di una lingua.
So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo.
So che un mio pensiero non può essere espresso.
So anche che un mio silenzio fa rumore.
So che è tutto un Gran Teatro.”
Analizziamo il messaggio.
“So perché vogliono uno come me.”
Francamente, sarebbe utile spiegarlo. Perché per molti non è affatto evidente.
Per quale motivo invitare un rapper sconosciuto fuori dai confini nazionali (e non esattamente una celebrità neppure in patria) a un evento seguito da tutto il mondo, accanto a star internazionali come Mariah Carey, Andrea Bocelli e Laura Pausini? La risposta non è così scontata e il mistero resta fitto. Forse valeva la pena condividerlo con il pubblico, invece di lasciarlo sospeso nell’aria come un indovinello.
“So anche perché non ho più potuto cantare l’Inno d’Italia.”
La vera domanda è: ma perché questa ipotesi era stata presa in considerazione?
Era in grado di cantarlo? Capisco che oggi la qualità vocale venga spesso considerata un dettaglio secondario, ma in un evento istituzionale di questo livello dovrebbe ancora contare qualcosa.
“So perché mi hanno proposto di recitare una poesia sulla pace.”
Detta così, sembra quasi una punizione. Invece, è esattamente il tipo di messaggio che ci si aspetta da una cerimonia olimpica: universale, simbolico, non divisivo.
“So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo.”
La cerimonia di apertura delle Olimpiadi non è un palco personale: è un evento in cui l’artista rappresenta il Paese ospitante davanti al mondo.
Seguendo questa logica, anche Mariah Carey avrebbe dovuto sentirsi “censurata” per non aver cantato in inglese. Stranamente, però, lei non si è lamentata.
“So che è tutto un Gran Teatro.”
Si riferisce forse a questa sceneggiata? Perché la domanda sorge spontanea: se sapeva già tutto, perché ha accettato di partecipare per poi inscenare questa commedia?
In fondo, lo capisco, è in cerca di visibilità e sa che il modo migliore per ottenerla è dipingersi come vittima. E, infatti, oggi parlano di lui anche persone che, come me, fino a ieri non sapevano nemmeno che esistesse.
Ma riuscire a convincere migliaia di persone che non essere inquadrati in primo piano equivalga a una forma di censura è un segnale ben più inquietante.
Perché significa che alle masse, ormai, si può far credere davvero qualsiasi cosa.
