Il Venezuela spiegato da chi lo conosce davvero
Quando ho appreso la notizia del Premio Nobel conferito a María Corina Machado, prima ancora di leggere editoriali o commenti sui giornali, ho preso il telefono e ho chiamato una mia amica venezuelana. Non volevo sapere “chi fosse” la vincitrice secondo l’opinione pubblica occidentale, ma cosa rappresentasse per chi il Venezuela lo ha vissuto sulla propria pelle. Le ho chiesto se considerasse quel riconoscimento una buona notizia, se lo percepisse come un segnale di speranza o come l’ennesimo gesto simbolico inutile.
Credo, infatti, che nessuno possa giudicare ciò che riguarda un altro Paese limitandosi alle ricostruzioni mediatiche, spesso filtrate da ideologie, semplificazioni o schieramenti politici. Non mi sentirei mai legittimata a esprimere un’opinione basata sul sentito dire o affidandomi ciecamente a testate che, per convinzione o per convenienza, difendono aprioristicamente una parte o l’altra. Quando posso, cerco di ascoltare le voci dirette, le testimonianze di chi ha vissuto quella realtà; altrimenti, preferisco tacere.
La mia amica mi raccontò, con una sofferenza ancora viva nella voce, le condizioni in cui versava il suo popolo sotto il regime di Maduro: la repressione nei confronti del dissenso, la fame, le file interminabili per procurarsi un po’ di pane o qualche medicinale, la violenza diffusa, la miseria quotidiana che non lascia respiro né futuro. Mi spiegò che quel premio aveva un significato profondo perché portava finalmente la condizione del Venezuela al centro dell’attenzione internazionale, rompendo il silenzio o l’indifferenza con cui troppo spesso il mondo aveva guardato altrove.
Mi disse allora — con una lucidità che oggi, alla luce di quanto accaduto, mi colpisce ancora di più — che quel riconoscimento avrebbe probabilmente aperto la strada a una fase nuova e che alcuni settori interni avrebbero finito per richiedere un intervento americano. Non lo presentava come un’ipotesi astratta, ma come una dinamica politica quasi inevitabile. Eravamo in ottobre, e ciò che lei aveva previsto allora si è puntualmente verificato.
E, in effetti, è difficile immaginare che un’“azione chirurgica” come quella americana possa essere stata possibile senza una qualche forma di intesa — esplicita o sotterranea — con almeno una parte della classe dirigente venezuelana.
Trovo sconcertante di leggere ora commenti di persone che non hanno idea della vita che si conduceva in Venezuela e che parlano per slogan, categorie ideologiche o semplificazioni comode. Ascoltare chi ha vissuto quella tragedia in prima persona significa assumersi la responsabilità di guardare la realtà per ciò che è, non per come vorremmo incasellarla nel nostro dibattito politico.
Prima di giudicare, tutti dovrebbero fermarsi ad ascoltare, comprendere. Solo così si può parlare di rispetto per gli altri.
L’azione condotta da Trump può essere criticabile; non dico che sia un benefattore, avrà il suo tornaconto politico e strategico. Tuttavia, comprendo la gioia e il sollievo di tanti venezuelani che, dopo anni di repressione e miseria, intravedono finalmente uno spiraglio di cambiamento.
D’altra parte, poiché quella situazione perdurava ormai da oltre venticinque anni e nessuno era intervenuto prima, qual era concretamente l’alternativa per il popolo del Venezuela di tornare a essere liberi?
Per quelli che credono che Maduro sia stato democraticamente eletto:
https://lespresso.it/c/mondo/2024/8/22/cosi-maduro-ha-truccato-le-elezioni-in-venezuela/51826
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