Dietro la protesta contro la nomina di Beatrice Venezi alla Fenice non c’è solo una questione di politica o di curriculum: c’è la resistenza di un mondo ancora dominato da logiche maschili, dove l’autorevolezza femminile continua a essere percepita come una minaccia.
La sua nomina avrebbe potuto segnare un passo avanti nella storia di una delle istituzioni liriche più prestigiose d’Italia. Invece, ha innescato una protesta senza precedenti: orchestrali in stato di agitazione, sindacati mobilitati, manifestazioni davanti al teatro e perfino la richiesta di revoca del sovrintendente Nicola Colabianchi.
Ma ridurre la vicenda a ragioni tecniche o politiche sarebbe ingenuo. Dietro la protesta contro Venezi — giovane, donna, celebre e mediatica — si intravede qualcosa di più profondo: la difficoltà, ancora oggi, di accettare una leadership femminile in un mondo che resta saldamente costruito su logiche di potere maschili.
Le orchestre sinfoniche sono, da sempre, uno degli ultimi bastioni del patriarcato artistico. Per secoli hanno custodito un’idea di autorità fondata sull’immagine maschile del “maestro”, e solo di recente hanno iniziato a scalfire questa architettura di potere. La Filarmonica di Vienna ammise la sua prima donna solo nel 1997; molte grandi bacchette del Novecento non hanno mai avuto una collega sul podio. Ancora oggi, il mondo della musica colta fatica a cambiare ritmo: su centinaia di produzioni operistiche italiane, meno del 5% è diretto da donne. E quando una riesce a emergere, viene spesso considerata più un’eccezione che un modello.
Beatrice Venezi, trentaquattrenne fiorentina, è diventata famosa anche fuori dal circuito degli appassionati di classica: madrina del Festival di Sanremo, ospite televisiva, autrice di libri divulgativi, inserita da Forbes tra le 100 donne italiane di successo. È un profilo che rompe gli schemi del direttore d’orchestra tradizionale — e forse è proprio questo a turbare un mondo che continua a identificare l’autorevolezza con la gravità maschile.
Gli orchestrali della Fenice hanno motivato la loro opposizione con argomenti di merito: «Il direttore Venezi non ha mai diretto un titolo d’opera in cartellone alla Fenice; il suo curriculum non è paragonabile a quello dei grandi maestri che ci hanno preceduti». Una critica legittima, se si resta al piano professionale. Ma lo è davvero solo questo? Quando un giovane direttore uomo, con esperienze analoghe, viene nominato a un incarico importante, raramente si scatena una mobilitazione di tale portata. Venezi è giovane, è donna ed è visibile: tre caratteristiche che, nel mondo orchestrale, possono essere percepite non come un valore, ma come una provocazione all’ordine patriarcale.
Nel linguaggio delle critiche ricorre spesso un termine: autorevolezza. Un direttore deve “imporre rispetto”, “dominare l’orchestra”. È un modello di leadership che nasce da una cultura maschile, dove il carisma è quasi sinonimo di virilità. Eppure, negli ultimi anni, diverse direttrici hanno dimostrato che si può guidare un’orchestra senza incarnare l’archetipo del maestro-despota. La lituana Mirga Gražinytė-Tyla, nominata a soli 29 anni alla City of Birmingham Symphony Orchestra, fu accolta con ironia (“troppo giovane, troppo delicata”). Oggi è considerata una delle migliori direttrici d’Europa. La finlandese Susanna Mälkki, prima donna alla guida dell’Orchestra Filarmonica di Helsinki, ha raccontato di aver dovuto “guadagnarsi la fiducia dei musicisti una prova alla volta”. E in Italia, Speranza Scappucci, prima donna a dirigere un’opera al Teatro alla Scala, ha ricordato: “Capita che un orchestrale si rivolga al mio assistente uomo, convinto che sia lui il direttore.”
La storia si ripete: l’autorità femminile, per essere accettata, deve prima giustificarsi. Alla Fenice, molti orchestrali hanno decenni di carriera alle spalle. Essere diretti da una donna giovane, elegante e mediatica può suscitare — anche inconsciamente — un senso di disorientamento: chi è questa figura che non risponde ai codici di potere tradizionali? Venezi rappresenta una nuova idea di musica colta: comunicativa, accessibile, meno ieratica. Ma per un’istituzione che ha costruito il proprio prestigio sulla continuità con la tradizione, questa modernità può sembrare un’intrusione, non un’evoluzione.
La vicenda di Beatrice Venezi è paradossale: una donna che per anni è stata celebrata come simbolo di rinnovamento e apertura culturale, oggi viene contestata per aver osato incarnare quel rinnovamento dentro un’istituzione che lo teme. Forse, la sua nomina è arrivata troppo presto — o forse è arrivata esattamente quando doveva, per costringere la Fenice (e l’Italia musicale) a interrogarsi sul proprio rapporto con il potere femminile e con il patriarcato che ancora lo regola.
Il caso Fenice non riguarda solo Beatrice Venezi. Riguarda tutte le donne che entrano in spazi di potere dove il potere non le aveva previste. La sua storia è una prova di resistenza, ma anche un esperimento culturale: fino a che punto il mondo della musica — e, più in generale, la società italiana — è disposto ad accettare che l’autorevolezza possa avere un volto giovane, un sorriso e un tacco alto?
Se la risposta è “non ancora”, allora la dissonanza non è nella bacchetta di Venezi, ma nell’orecchio di chi ascolta.