Oggi non c’è più spazio per i cosiddetti moderati. Non sono più tollerate le persone che pretendono di conoscere i fatti prima di pronunciarsi, coloro che desiderano approfondire, discutere, confrontarsi prima di formarsi un’opinione autonoma. Nel mondo polarizzato in cui viviamo bisogna schierarsi a prescindere, accogliere slogan senza analizzarli, senza chiedersi se abbiano davvero senso.
Alle cene, nelle riunioni, nelle conversazioni quotidiane, non ti chiedono la tua opinione per ascoltarla davvero, ma soltanto per classificarti: sei dei loro o sei contro di loro. Amico o nemico, terze vie non sono contemplate. Nessuno ascolta l’altro per paura di imbattersi in argomenti che potrebbero incrinare le proprie convinzioni granitiche.
Se non ti esprimi vieni guardato con sospetto. Qualcuno ha detto: “se non ti dichiari apertamente di sinistra, significa che sei di destra”. Ecco, non c’è più spazio per le sfumature: o bianco o nero — o meglio, o rosso o nero. Il bianco, la sospensione del giudizio, è sinonimo di vigliaccheria, di mancanza di coraggio e responsabilità. Così, scendere in piazza o sostenere chi lo fa diventa l’unico modo per dimostrare di essere cittadini consapevoli e responsabili.
Anche in passato si protestava e si manifestava. Ma la differenza era sostanziale: le battaglie degli anni ’70 nascevano dal basso, si opponevano al pensiero dominante, contestavano il potere e i suoi dogmi. Erano movimenti che si assumevano il rischio di essere controcorrente, persino emarginati. Oggi, invece, capita il contrario: le nuove mobilitazioni non mettono in discussione il sistema, ma ne seguono la corrente, inneggiando al conformismo travestito da ribellione. Non ci si batte per cambiare il pensiero dominante, ma per assecondarlo e amplificarlo, seguendo l’agenda e le priorità stabilite dai media. Chi non sostiene il politicamente corretto, chi osa mettere in dubbio i nuovi sacerdoti della verità e delle virtù, viene immediatamente emarginato.
Per evitare che vengano ascoltati pareri discordanti, i media affibbiano etichette — che vengono poi riprese dai comuni cittadini — per classificare e bollare chiunque non si allinei. L’etichetta neutralizza in partenza: tu sei un nemico, quindi quello che dici è pericoloso e non merita di essere ascoltato. Fascista, nazista, transfobico: poco importa il contesto o l’argomentazione, l’etichetta cala come una scure, chiudendo ogni possibilità di confronto.
Il copione si ripete sempre uguale: durante il Covid chi non era terrorizzato dal virus era bollato come negazionista; chi nutriva dubbi sulla efficacia reale dei vaccini era automaticamente un no-vax. Poi è arrivata la guerra russo-ucraina, e chi osava leggere un classico russo, citare Dostoevskij o ascoltare un brano di Čajkovskij diventava pericolosamente sospetto di essere filoputiniano. Figurarsi chi decideva addirittura di fare un viaggio in Russia.
Ora, chi non proclama ad alta voce che la “Flotilla Sunud” è un’impresa eroica viene accusato di essere no-pal, persino complice di Netanyahu. Non importa se l’impressione è che molte di queste azioni servano più a guadagnare like sui social o qualche voto in campagna elettorale, piuttosto che a sostenere davvero quelle popolazioni.
Perché nessuno di loro si è mosso con la stessa foga per soccorrere le popolazioni del Sudan, dello Yemen o di altri Paesi martoriati da guerre e carestie? La risposta è semplice: di quei massacri i media parlano poco o nulla, e un’azione umanitaria in quei territori non garantirebbe la visibilità, i riflettori, i titoli e i like cui sembrano mirare questi tardivi paladini dei diritti negati.
Sono anni che vengono denunciati abusi da parte di Israele nei confronti dei palestinesi: dov’erano questi eroi allora? Ho scritto articoli in proposito, ma all’epoca chi lo faceva rischiava di essere bollato come “antisemita”. Oggi, invece, forti dell’appoggio di un partito politico e della copertura mediatica, si sono improvvisamente scoperti tutti filopalestinesi. Ma quanti sanno davvero quali sono le condizioni in cui hanno vissuto finora gli abitanti dei territori occupati, quanti provano autentica preoccupazione per il futuro di queste popolazioni? Quanti sarebbero partiti senza la certezza dell’appoggio dei media più accreditati e della narrazione preconfezionata volta ad assicurare il plauso dell’opinione pubblica, prima, durante e dopo la missione?
In realtà, dietro la retorica della solidarietà e dell’impegno civile, spesso si nasconde l’ipocrisia di chi seleziona le proprie battaglie non in base alla giustizia delle cause, ma alla loro risonanza mediatica. Si confonde l’empatia autentica con il bisogno compulsivo di apparire dalla parte “giusta” della storia. Viviamo in un’epoca in cui la ricerca di verità viene scambiata per tradimento e il dubbio per viltà.
Ma la giustizia non è un palcoscenico, e la dignità umana non dovrebbe essere oggetto di mode passeggere. Forse dovremmo tornare a riscoprire il valore del dubbio, della complessità e della coerenza, se vogliamo distinguere la vera solidarietà dalla pura messa in scena.