“Sono di sinistra.” “Io invece sono di destra.”
Quante volte ascoltiamo frasi di questo tipo? Ma cosa significano davvero? Sono una dichiarazione di valori, un bisogno di appartenenza, o semplicemente una forma di tifoseria politica?
Molte persone sembrano avere un bisogno profondo di essere etichettate, di appartenere a un gruppo riconoscibile. Dire “sono di sinistra” o “sono di destra” diventa allora un modo per semplificare la realtà e, soprattutto, per sentirsi parte di una comunità. È come se l’identità politica fosse un cartellino da portare al petto.
Ma dietro questo bisogno si nasconde anche una fragilità: la paura di restare senza una “casa” politica, senza una classificazione che ci dica chi siamo. In questo modo, l’individuo rinuncia alla sua autonomia critica e si trasforma in tifoso. Difende qualunque cosa faccia la propria parte e attacca automaticamente l’altra, senza fermarsi a valutare davvero i contenuti.
A volte sembra che l’identità politica sia ridotta a un marchio da esibire per dire da che parte si sta, senza nemmeno chiedersi fino in fondo cosa implichi. Essere “di sinistra” o “di destra” può diventare così più un atto di fede che una scelta consapevole. Significa accettare in blocco idee, programmi e persino contraddizioni di un partito o di un leader, solo perché appartengono alla “nostra” squadra.
Il risultato? Si finisce per difendere qualunque cosa dica il proprio schieramento, e per opporsi automaticamente a qualunque cosa proponga l’avversario, anche quando potrebbe essere sensata o utile al Paese. Una logica da curva dello stadio, più che da cittadini liberi.
Il paradosso è che oggi i confini fra destra e sinistra sono sempre più labili. Alcuni parlano di “destra sociale”, altri di “sinistra liberale”: etichette nelle etichette, che spesso confondono più che chiarire. E non è un fenomeno solo contemporaneo: già nel secolo scorso ideologie apparentemente opposte si sono contaminate e sovrapposte. Basti pensare che il fascismo nacque come costola del socialismo e molte ideologie del Novecento hanno preso in prestito concetti, linguaggi e pratiche da entrambe le parti.
E allora la domanda è: perché dovremmo precluderci a priori la libertà di scegliere? Perché continuare a incatenarsi a un’etichetta?
Perché mai un cittadino dovrebbe decidere di appartenere per sempre e comunque a un’area politica, indipendentemente dal contesto, dalle proposte concrete, dalla qualità delle persone che si candidano a governare? Essere cittadini liberi significa non rinunciare al proprio giudizio critico, e decidere, di volta in volta, qual è la strada migliore da percorrere.
Forse oggi più che mai ha senso superare gli slogan e tornare a valutare le idee, i programmi e i risultati. Senza etichette, senza “fedi” precostituite, senza bisogno di essere schedati come “di qua” o “di là”. La politica, dopotutto, dovrebbe essere lo spazio del confronto e della scelta, non della tifoseria.
La vera maturità politica non sta nell’essere “di destra” o “di sinistra”, ma nell’essere liberi: liberi di cambiare idea, di non tifare sempre e comunque per la stessa squadra, di non lasciarsi definire da un’etichetta che, alla fine, rischia di dire molto poco di quello che siamo davvero.
E’ grazie ai cittadini liberi, che i media liquidano sbrigativamente come “indecisi”, che l’ago della bilancia si sposta al momento delle elezioni. In realtà sono la maggioranza silenziosa: non urlano in piazza, non si lasciano trascinare dagli slogan, ma valutano con attenzione, si documentano e si informano autonomamente, senza farsi condizionare dai media schierati. Sono loro a garantire l’alternanza politica, l’ossigeno indispensabile di ogni democrazia.
Chi viene etichettato come indeciso, in realtà è l’elettore più libero e più potente: quello che decide chi governa. Senza cittadini liberi, la democrazia si spegnerebbe.