Copenaghen sul fronte danese e Malmö sul fronte svedese: due città alle estremità del percorso che sembrano ormai due quartieri della stessa metropoli visti i pochi minuti che occorrono per andare da una parte all’altra, quasi non ci fosse più il Mare del Nord in mezzo.
Come per lo Stretto di Messina anche qui da secoli si è sempre immaginata una connessione viaria tra le due sponde… 25 anni fa loro ci sono riusciti.
In Danimarca e Svezia, prima dell’inaugurazione, in tanti erano convinti che l’opera fosse inutile o dannosa; pochi anni dopo, la maggior parte di loro la considerava indispensabile. Lo stesso, con ogni probabilità, potrebbe accadere nello Stretto di Messina, quando il collegamento fisso diventerà parte della vita quotidiana di milioni di persone.
Le proteste che hanno rallentato la nascita del ponte tra Danimarca e Svezia.
Quando oggi si percorre l’Øresundsbron, ammirando le linee eleganti del ponte che collega Copenaghen a Malmö, è difficile immaginare che per anni la sua realizzazione sia stata ostacolata da proteste, dubbi e contrapposizioni politiche. Negli anni Ottanta e Novanta, la prospettiva di un collegamento fisso tra Danimarca e Svezia scatenò un dibattito feroce: da un lato la promessa di unire due economie e rafforzare i legami culturali, dall’altro il timore che l’opera avrebbe stravolto per sempre l’equilibrio naturale dell’Øresund.
Gli ambientalisti denunciavano il rischio di alterare le correnti marine e la salinità, con effetti devastanti sulla pesca del merluzzo e su un ecosistema marino tra i più delicati d’Europa. C’era chi temeva danni irreversibili alle coste sabbiose e all’isola di Saltholm, rifugio di specie rare di uccelli migratori. Il traffico veicolare e ferroviario, a loro avviso, avrebbe aumentato l’inquinamento atmosferico e acustico, compromettendo la qualità della vita nelle aree circostanti. A Stoccolma, il ministro dell’Ambiente Olof Johansson arrivò a dimettersi in segno di protesta, rendendo visibile anche a livello politico la frattura tra sviluppo e tutela dell’ambiente.
Se si sposta lo sguardo a sud, sulle acque più calde e turbolente dello Stretto di Messina, il copione sembra ripetersi, pur con sfumature locali. Qui, l’idea di un ponte che unisca Sicilia e Calabria divide da decenni. I contrari temono che un’opera di questa portata, in una delle aree più sismiche del continente, rappresenti un azzardo tecnico e un rischio per la sicurezza. Preoccupano anche l’impatto sulle rotte migratorie degli uccelli e sulla biodiversità marina, oltre alla possibilità di alterare le correnti dello Stretto. A queste paure ambientali si aggiunge una critica di natura economica: in molti ritengono che i miliardi destinati al ponte dovrebbero essere investiti in infrastrutture locali più urgenti, come strade, ferrovie e servizi di base. Su questo punto, l’informazione che circola è spesso parziale — e talvolta volutamente ambigua — perché raramente viene spiegato che il progetto prevede anche la realizzazione di opere complementari come nuove vie di comunicazione, potenziamenti ferroviari e miglioramenti dei servizi.
In entrambi i casi, il confronto non è solo tecnico o ambientale, ma profondamente politico. In Svezia, la scelta di proseguire con il ponte Øresund nonostante le dimissioni di un ministro mise in luce la determinazione dei governi coinvolti. In Italia, il dibattito sullo Stretto vede il governo centrale spingere per accelerare i tempi, mentre amministrazioni locali e regionali chiedono garanzie, studi aggiornati e un maggiore coinvolgimento nei processi decisionali.
Oggi, un simbolo oltre le polemiche
A distanza di 25 anni, l’Øresundsbron è considerato un successo di ingegneria e cooperazione internazionale. Le proteste degli anni passati restano una testimonianza di come le grandi opere possano suscitare conflitti. Ma la storia dell’Øresundsbron dimostra che molte delle paure iniziali si sono rivelate infondate e dopo la sua realizzazione anche i più scettici hanno dovuto riconoscere che quell’opera ha trasformato la vita di milioni di persone.
Il collegamento rapido e diretto Danimarca-Svezia ha permesso di superare il vecchio sistema caratterizzato dai lunghi tempi di attraversamento dello Stretto di Öresund con i traghetti. Ha reso possibili pendolarismi quotidiani tra due Paesi, ha integrato mercati del lavoro, ha favorito scambi commerciali e culturali su una scala prima impensabile. Il ponte ha accorciato distanze, creato opportunità e rafforzato legami che, prima, restavano frammentati. Molti cittadini danesi e svedesi che un tempo si opponevano oggi lo considerano un simbolo di progresso e un’infrastruttura irrinunciabile.
È probabile che, se il ponte sullo Stretto verrà completato, tra vent’anni la narrazione sarà simile. Chi oggi guarda con sospetto a quell’arco d’acciaio potrebbe scoprire che ha cambiato in meglio la propria vita: collegamenti più rapidi, crescita economica, maggiore attrattività turistica, e la sensazione di essere parte di una rete di connessioni più ampia e moderna. Le grandi opere, quando sono progettate e realizzate con attenzione, non sono solo strutture fisiche: sono strumenti che uniscono territori e persone. E spesso il loro vero valore si rivela solo quando si comincia a viverle ogni giorno.