La propaganda della paura
Acqua, snack, medicine, un coltellino a serramanico, una power bank e qualche contante. È questo, ci dicono da Bruxelles, ciò che dovremmo tenere pronto in casa “per affrontare crisi e guerre”. Un suggerimento “di buon senso”. A illustrarlo sono state la vicepresidente Roxana Mînzatu e la commissaria all’Uguaglianza e alla Gestione delle crisi Hadja Lahbib. Ce lo consigliano con voce calma, istituzionale, come se ci stessero spiegando come comportarci in caso di pioggia. … Hanno pensato anche alle carte da gioco ma qualcuno potrebbe obiettare che nel kit mancano alcuni articoli essenziali: coloranti per capelli (perché ok la guerra, ma la ricrescita in diretta su Zoom? Anche no), creme depilatorie per uomini e donne (che la guerra sarà pure sporca, ma i peli superflui non si possono vedere), e lime per unghie, (perché nessuno vuole affrontare l’apocalisse con le cuticole in disordine). E come dimenticare la crema idratante, che in caso di attacco nucleare sai come si secca la pelle!
Intanto in Francia, Macron sempre sul pezzo, annuncia con fierezza la pubblicazione di un “manuale di sopravvivenza” da distribuire alle famiglie.
Su Instagram e Facebook spuntano pubblicità per costruirsi un bunker in casa, come se la guerra fosse un party esclusivo e noi non avessimo compreso il dress code. Ti vendono kit completi con taniche d’acqua, torce, radio a manovella.
Tutto questo in un’Europa che, almeno ufficialmente, non è ancora in guerra.
Un messaggio tra le righe: la guerra è possibile, anzi probabile. Così si giustifica tutto: tagli alla spesa pubblica, militarizzazione del linguaggio, e soprattutto nuovi investimenti… in armi, carri armati, cannoni.
Dall’altra parte del sipario, Putin è perplesso. Gli americani gli mandano segnali di pace, mentre l’Europa si arma fino ai denti contro un’invasione che lui, giura, non aveva nemmeno messo in agenda. È combattuto: deve invadere? Fingere di invadere? O semplicemente restare a guardare e riderci su?
Ma perché proprio ora? Perché proprio ora ci dicono di riempire uno zaino e aspettare? Davvero si tratta solo di prudenza? O è un modo per farci interiorizzare che la guerra è inevitabile — e dunque giustificata? È così che si crea consenso: si seminano scenari da incubo, e poi si offre una sola via d’uscita: il riarmo, la disciplina, la paura come stile di vita.
Questo teatrino serve a ricordarci, ogni giorno, che il mondo è pericoloso, che la guerra è dietro l’angolo, e che noi dobbiamo smettere di vivere da cittadini e cominciare a comportarci da sudditi: silenziosi, impauriti, obbedienti.
La mossa geniale è il tono, la musica allegra di sottofondo, i sorrisi. Questo è il vero capolavoro comunicativo. Non ci sono proclami, né toni allarmistici. Solo una “raccomandazione”. Così gentile da sembrare un consiglio da nonna, tipo “metti la canottiera che fa freddo”. Ma proprio per questo è più subdola. Perché normalizza. Rende accettabile l’inaccettabile.
Magari qualcuno si aspettava che almeno una voce si levasse per dire no, noi non ci stiamo, non vogliamo prepararci alla guerra, noi vogliamo evitarla. Ma non è successo.
Perché la verità, quella un po’ tragica e un po’ comica, è che ci hanno disabituati a dire di no. Siamo pronti a riempire zaini in silenzio. a ricaricare diligentemente le power bank mentre leggiamo l’ennesimo articolo catastrofista, sperando che in caso di attacco nucleare la connessione regga il live su TikTok.
Perché in fondo, anche se non sappiamo se davvero ci sarà una guerra, siamo già pronti ad accettarla.