«Vuoi una giustizia sottomessa alla politica?».
È questo lo slogan che campeggiava sui manifesti della campagna per il “No”.
Una domanda costruita per insinuare un timore, più che per informare. E, infatti, in molti ci sono cascati, senza verificare né approfondire. Quei manifesti erano ovunque, persino sugli autobus: una diffusione capillare, quasi ossessiva. Ma è accettabile costruire una campagna politica su affermazioni fuorvianti? Non esiste un limite, una tutela contro la pubblicità ingannevole?
Eppure, i fatti sono chiari: l’indipendenza della magistratura è sancita dall’articolo 104 della Costituzione, e la riforma sulla separazione delle carriere non ne prevedeva alcuna modifica. Qualora si volesse intervenire su quell’articolo, sarebbe necessario seguire l’iter costituzionale previsto e sottoporre la modifica a referendum. Nulla, dunque, di quanto evocato da quello slogan trovava riscontro nella realtà.
Ma il punto non è rilevare la scorrettezza del messaggio. È esaminare il motivo per cui funziona e perché la paura batte sempre la ragione.
Uno slogan efficace non ha bisogno di essere veritiero: deve essere memorabile perché parla alle emozioni più che alla ragione. Quando un messaggio viene ripetuto ovunque — sui manifesti, sui social, nei talk show — finisce per acquisire una parvenza di verità. È un meccanismo ben noto: la ripetizione rafforza la credibilità percepita, anche in assenza di fondamento.
L’elettorato non verifica. Non per mancanza di intelligenza, ma per mancanza di tempo, strumenti o abitudine al controllo critico delle fonti. Ci si affida a ciò che appare plausibile, o coerente con le proprie convinzioni. È il fenomeno della “conferma del pregiudizio”: tendiamo a credere più facilmente a ciò che conferma ciò che già pensiamo o temiamo.
Da sempre viene ripetuto che “la destra mira a prendere il potere”, si mette in guardia contro il “pericolo fascista”, evocando scenari estremi anche quando non trovano un riscontro concreto nella realtà contemporanea. Perché, se si guarda alla storia e al presente, le dittature non teocratiche esistenti nel mondo sono in larga parte riconducibili a regimi di sinistra. Ma questo dato raramente entra nel dibattito pubblico.
Chi si opponeva alla riforma invocava la difesa della Costituzione: la Costituzione non si cambia, non si tocca! Come se qualsiasi modifica fosse un sacrilegio, come se ogni intervento aprisse automaticamente la strada a derive pericolose e incontrollabili.
Eppure, dal 1948 ad oggi, la Costituzione italiana è stata modificata oltre 20 volte (tra 21 e 45, a seconda dei criteri di conteggio). Non interventi marginali, ma cambiamenti significativi: dalla durata del Senato nel 1963 al funzionamento della Corte costituzionale nel 1967, fino al “giusto processo”, alla riduzione dei parlamentari e al voto degli italiani all’estero negli anni Duemila.
Ma, ogni volta, si ricomincia da capo, basta diffondere il timore di una deriva autoritaria.
Nei referendum su materie tecniche o istituzionali, questo argomento trova terreno fertile. Quando una riforma tocca ambiti specialistici richiede competenze che non tutti possiedono e che difficilmente possono essere acquisite nel breve tempo di una campagna referendaria.
Più il tema è complesso, meno l’elettorato tende a informarsi, e più cresce la probabilità che prevalga un NO prudenziale.
Di fronte all’incertezza, molti elettori scelgono di mantenere lo status quo: meglio non cambiare ciò che non si comprende pienamente. Non si tratta necessariamente di una scelta ideologica o di opposizione pregiudiziale, ma di una forma di cautela che diventa facilmente emotiva.
Questo fenomeno è ulteriormente amplificato dalle campagne di chi è contro e a favore.
Chi sostiene il “SÌ” è costretto a spiegare, argomentare, entrare in dettagli che pochi riescono ad afferrare fino in fondo; chi sostiene il “NO” può limitarsi a evocare scenari allarmanti. Basta poco: una parola forte, un’immagine suggestiva, l’idea che qualcosa possa andare storto. In un contesto di incertezza, questo è spesso sufficiente a orientare il voto. Non serve dimostrare, basta insinuare. Non serve spiegare, basta evocare.
Il risultato è una competizione impari tra ragione e paura. Da un lato un discorso che richiede attenzione e spirito critico; dall’altro messaggi immediati ed emotivi, che colpiscono senza bisogno di essere verificati.
Così, nei referendum su temi complessi, il voto finisce per riflettere non solo il merito delle proposte, ma anche — e forse soprattutto — la capacità di chi si oppone di trasformare l’incertezza in timore. E in questo clima, il “NO” diventa meno una scelta consapevole e più una reazione istintiva.