Gli italiani hanno davvero un rapporto singolare con il proprio Paese.
Dopo il tragico incendio di Crans-Montana, in molti si sono detti stupiti che una simile tragedia si sia verificata proprio nella “perfetta” Svizzera. Un Paese “perfetto” soprattutto nell’immaginario collettivo italiano, alimentato da un’esterofilia cronica che porta a guardare sempre altrove come a un Eden irraggiungibile. Eppure, al di là della cioccolata, degli orologi precisi, e dei treni puntuali, la Svizzera non ha mai prodotto granché né incarnato quel modello morale e civile che spesso le viene attribuito. Sul piano dei diritti civili, ad esempio, ha riconosciuto il voto alle donne solo nel 1971, ben più tardi della maggior parte dei Paesi europei.
La Confederazione è riuscita a esportare un’immagine di rigore e integrità, anche grazie a una stampa poco incline a mettere in luce disfunzioni e scandali. Il suo vero talento è stato quello di restare defilata, al di fuori dei grandi conflitti che hanno devastato l’Europa, mentre il suo sistema bancario prosperava accogliendo capitali di ogni provenienza, compresi quelli del nazismo.
Questa volta, però, non è stato possibile nascondere nulla. L’incendio di Crans-Montana ha avuto una risonanza mediatica internazionale, coinvolgendo giovani di diverse nazionalità, e ha mostrato una Svizzera meno irreprensibile del mito: controlli carenti, regole disattese, una giustizia lenta e farraginosa.
Eppure, quando queste criticità vengono denunciate, in molti italiani scatta un riflesso curioso: la difesa del mito secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde. Per dimostrare che “un incidente simile poteva accadere anche da noi”, si evocano tragedie tra loro profondamente diverse, in un esercizio di autodenigrazione che ignora ogni distinzione giuridica. Così, nel dibattito pubblico, l’incendio di Crans-Montana viene accostato alla valanga che ha travolto l’hotel Rigopiano, al crollo del Ponte Morandi o al caso Thyssenkrupp con l’argomento ricorrente che “anche lì mancavano i controlli” e che “nessuno è stato punito”.
Ma questi paragoni sono fuorvianti. Nell’incendio di Crans-Montana la responsabilità è immediatamente individuabile perché il rischio era concreto e governabile: le violazioni delle norme antincendio erano verificabili e riconducibili a chi aveva il dovere giuridico e il potere effettivo di intervenire. Qui la colpa è chiara: regole esistenti non rispettate, controlli dovuti non effettuati, responsabilità umane direttamente accertabili. E una giustizia reticente ad ammettere le colpe delle proprie istituzioni.
La tragedia dell’Hotel Rigopiano, al contrario, ha rivelato un meccanismo particolarmente accentuato in Italia: quello di trasformare ogni catastrofe naturale in una caccia al colpevole. Le accuse iniziali parlavano di mancata prevenzione del rischio valanghe, di inadeguata pianificazione dell’emergenza neve e nella pretesa mancata evacuazione preventiva dell’hotel in presenza di una generica allerta meteo. Ma una valanga di quelle dimensioni non era prevedibile e non esisteva un’allerta specifica. Anche la critica sulla gestione dell’emergenza neve va letta nel contesto reale: nevicate eccezionali, territorio vastissimo, decine di emergenze simultanee. Ancora più fragile appare l’idea che un’allerta meteo per neve dovesse comportare l’evacuazione preventiva di un hotel di montagna. Se questo fosse il criterio, bisognerebbe chiudere rifugi, alberghi e interi paesi alpini e appenninici a ogni forte nevicata.
Nel caso del Ponte Morandi, l’individuazione delle responsabilità è stata complessa perché distribuita nel tempo. Il progettista Riccardo Morandi, deceduto nel 1989, non poteva essere chiamato in causa. Tuttavia, la particolare concezione della sua opera ha avuto un ruolo centrale: a differenza dei ponti moderni, i cavi portanti erano incapsulati nel cemento, rendendo difficile l’ispezione e quasi impossibile valutare il reale stato di corrosione dell’acciaio interno. Le responsabilità andavano dunque cercate in chi, nel corso di decenni, aveva compiti di gestione, manutenzione e controllo.
Il “caso Thyssenkrupp” si avvicina di più alla dinamica del Constellation, infatti sei persone furono imputate, processate e condannate in vari gradi di giudizio.
In molti altri Paesi, diversamente dall’Italia, si tende a distinguere con maggiore lucidità le tragedie penalmente perseguibili da eventi che, per quanto dolorosi, non erano evitabili perché legati alla forza della natura o a fatalità imprevedibili. È una distinzione difficile, ma necessaria, se non si vuole trasformare ogni catastrofe in un processo destinato a durare anni per concludersi, spesso, con assoluzioni e ulteriore frustrazione collettiva.